Per conoscere l’ignoranza – Bibliografia provvisoria sull’“età dell’ignoranza”

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di Olof Palme

 

Partendo dal contributo di alcuni studiosi sembra possibile parlare di una specie di sindrome sociale, progressivamente cresciuta a partire dagli anni 80,

che caratterizzerebbe la società presente, e che chiameremo provvisoriamente “sindrome dell’ignoranza”.

Essa sembra consistere nella ricorrenza di alcune tendenze e fenomeni soggettivi (a) e oggettivi (b):

 

(a)

  1. la diminuzione tendenziale dell’interesse per il sapere in generale – letterario, delle scienze sociali, delle scienze naturali
  2. la tendenza alla crescita dell’ignoranza inconsapevole (o eventualmente della presunzione irrealistica di conoscenza)
  3. la crescita del disprezzo arrogante per il sapere e per chi lo detiene (spesso in connessione con il disprezzo per gli intellettuali come “casta” e per gli insegnanti come pubblici dipendenti)
  4. la diffusione strisciante di una visione del sapere strettamente utilitaristica a breve termine e individualistica (cioè non come bene comune, né come risorsa economica per l’avvenire, né come risorsa etica e civile)
  5. la disponibilità crescente -sia dell’élite, sia della gente- a barattare con una riduzione fiscale qualunque investimento pubblico, incluso quello nella educazione/ricerca

 

(b)

  1.  la presenza, su diversi media, di tutti gli atteggiamenti (a), anche se naturalmente i reality e i social esprimerebbero piuttosto i punti 1-3, mentre i media “seri” di informazione sarebbero più spesso portatori degli atteggiamenti 4-5 (non mancano però casi di “intellettuali mediali” che condividono – in polemica con gli intellettuali tradizionali – anche i primi
  2.   lo stesso si può dire di un crescente numero di politici (di solito “politici antipolitici”) nei loro interventi pubblici (anche qui con preferenza dei punti 4 e 5)
  3.  più specificamente in Italia, politiche dell’istruzione e della ricerca al risparmio e al ribasso, per lo più basate su una concezione della scuola e della ricerca come quella al punto (a) 4
  4.  tendenza alla privatizzazione della scuola, della ricerca e in genere della cultura (fondazioni)

 

Ecco alcuni testi che in qualche modo mettono in luce questa sindrome in Italia:

Guido Viale, La dittatura dell’ignoranza, www.sinistrainrete.info/politica-italiana/862-guido-viale-la-dittatura-dellignoranza.html (pubblicato il 10 maggio 2010, già apparso su Il manifesto)

Graziella Priulla, L’Italia dell’ignoranza. Crisi della scuola e declino del paese,  F. Angeli 2011

Id., http://www.nuvole.it/wp/la-democrazia-stremata-dei-post-moderni/ (“Nuvole” n.50, 2014)

Fabrizio Tonello, L’età dell’ignoranza. È possibile una democrazia senza cultura? Bruno Mondadori 2011

Davide Miccione, Lumpen Italia. Il trionfo del sottoproletariato cognitivo, Ipoc 2015

 

Tonello aggiunge ai dati accurati e dettagliati di Priulla quelli sugli Stati Uniti, che sembrano essere in qualche modo il modello specifico per l’Italia, ma non –o almeno non allo stesso modo- per il resto dell’Europa occidentale. Le descrizioni fenomenologiche dal vivo di Priulla e Miccione sono poi particolarmente vivaci e interessanti, e sono condotte con un atteggiamento ben diverso da quello dei pamphlet conservatori alla Paola Mastrocola.

 

Altri testi direttamente pertinenti:

Leonardo Bianchi, La gente. Viaggio nell’Italia del risentimento, Minimum Fax 2017

Giuseppe Antonelli, Volgare eloquenza. Come le parole hanno paralizzato la politica, Laterza 2017

Federico Repetto, Cultura pubblicitaria. Le origini dell’egemonia della tv commerciale e il suo declino all’epoca dei social media, Aracne 2015

I saggi di Bianchi e Antonelli illustrano la fenomenologia delle opinioni correnti su alcuni media e social riguardo agli atteggiamenti soggettivi 1-5. Bianchi in particolare definisce atteggiamenti assai diffusi, come il “gentismo” e il “bomberismo” (ingenuità, inconsapevolezza, disprezzo arrogante), e cita anche interessanti siti d’informazione come Vice e ValigiaBlu, che permettono di approfondire la ricerca. Repetto invece cerca di mettere in relazione gli atteggiamenti soggettivi con la cultura della tv commerciale e dei social.

 

I vari autori citati, senza dare spiegazioni totalizzanti e complottistiche, ci permettono di individuare una sindrome per cui i diversi fenomeni si intrecciano e si rafforzano a vicenda. Quello che sembra emergere è il  legame della sindrome dell’ignoranza con l’egemonia neoliberale e le politiche economiche, sociali e culturali che la contraddistinguono: anche se l’ignoranza inconsapevole di massa non è frutto di un “piano del capitale” o di un “complotto delle multinazionali”, essa ha certo indebolito la capacità contrattuale dei lavoratori e la competenza politica dei cittadini.

Afferma Tonello:

 

In prospettiva storica, sembra difficile negare che Thatcher e Reagan fossero gli interpreti di idee fabbricate nei centri studi finanziati dai miliardari americani (la Heritage Foundation e molti altri) i cui tecnici ed intellettuali dovevano usare ragionamenti e cifre per giustificare decisioni già prese, scelte già effettuate in base a criteri precostituiti, in particolare per quanto riguarda la deregulation della finanza e i vantaggi fiscali per i contribuenti più ricchi. Coloro i quali avrebbero dovuto garantire la non-ignoranza nell’attività di governo sono stati utilizzati da allora per abbellire e giustificare l’avidità, la frode, la follia finanziaria che hanno condotto alla situazione attuale (op.cit. p.97).

 

Tonello a questo proposito cita il suo lavoro su Il nazionalismo americano (Liviana, 2007) e quello di Mattia Diletti, I think thank (Il Mulino, 2009). Sull’egemonia politica e culturale del neoliberalismo nel mondo anglo-americano si possono citare anche David Harvey, Breve storia del neoliberismo (Il Saggiatore, 2007) e Susan George, L’America in pugno. Come la destra si è impadronita di istituzioni, cultura ed economia, Feltrinelli, 2008.

 

Ma il caso delle élite cosmopolitiche americane ed inglesi, dei politici ad esse legati e delle relative politiche dell’istruzione e dei media è ben diverso da quello dei gruppi dirigenti tedeschi. Tonello colloca le scelte di politica economica interna ed europea fatte da questi gruppi nel contesto del tradizionale quadro ideologico nazionale tedesco, legato all’ordoliberismo, al timore dell’inflazione e al rigore dei conti. Qui non si tratta di ignoranza (propria o indotta in altri) né di politica spettacolo, ma piuttosto di miopia e di chiusura teorica.

Ancora diverso è il caso italiano, in cui l’attuale impasse dell’istruzione e della cultura ha le sue radici in un’arretratezza storica mai del tutto superata (si pensi al semialfabetismo diffuso, sottolineato a più riprese da De Mauro).

 

Quali che siano i nessi causali e le differenze storiche, sembra abbastanza evidente, p. es. per Tonello e Repetto, che la sindrome multiforme  dell’ignoranza si sia venuta a concretizzare in un periodo storico dominato dai media pubblicitari e consumistici dello spettacolo permanente, nonché dal marketing pubblicitario e da quello politico. A ciò si aggiunge forse in qualche modo l’anti-autoritarismo anti-scolastico e talora anti-intellettualistico del 68. Lo stesso Viale, ricorda Tonello, è l’autore di un articolo Contro l’università, uscito sul n° 33 dei Quaderni piacentini, proprio in quell’anno fatidico; ma questa ironia della storia non toglie il fatto che il 68 e l’immediato post-68 siano stati un periodo in cui la lettura di critica sociale -e l’editoria saggistica- erano in pieno sviluppo.

 

Cause culturali e cause economico-sociali si intrecciano continuamente. Se l’orgoglio di essere ignoranti (un fenomeno tutto da capire e da quantificare) può essere messo in relazione coi messaggi dei media e dei social network, la mancanza di interesse per lo studio ha probabilmente anche ragioni dettate dalla vita materiale. La scuola da tempo ha perso la sua classica funzione di ascensore sociale (come rileva Tonello).

Lo stesso vale per le cause culturali e le cause  tecnologiche. Se la diffusione di Internet e delle tecnologie digitali può aver dato ad alcuni la speranza di poter accedere facilmente a qualunque conoscenza (ottimismo tecnologico democratico), essa probabilmente ha anche convinto altri che lo scibile sia così sconfinato da rendere inutile qualunque tentativo soggettivo di costruirsi una cultura che permetta di orientarsi utilmente dentro di esso. L’eccesso di informazione on line e la velocità frenetica in cui le notizie si susseguono in rete rende poi sempre più difficile un atteggiamento critico e riflessivo nei loro confronti (Tonello).

 

Temi ricollegabili alla nostra sindrome si trovano anche, per esempio, in

Martha Nussbaum, Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica. Il Mulino 2010

Benjamin Barber, Consumati. Da cittadini a clienti, Einaudi 2010.

Il primo testo è ormai un classico della filosofia dell’educazione, ampiamente recensito. Il secondo riguarda l’infantilizzazione del consumatore contemporaneo e quindi il semplicismo e l’ignoranza inconsapevole, piuttosto che quella consapevole o arrogante, ma è comunque importante per l’ampia fenomenologia che analizza per quanto riguarda i media americani.

 

Una domanda finale: che ne è del progetto moderno dell’istruzione di massa e della condivisione del sapere che è stato la bandiera dell’illuminismo, del positivismo, del socialismo, del liberalismo democratico, del marxismo, e infine del 68 e degli utopisti democratici della prima generazione di Internet?

 

1. Questa bibliografia è solo un primo tentativo; molte idee sull’”età dell’ignoranza”, intesa come sindrome storica, si trovano in testi centrati su altri temi, o in articoli. Contribuite alla ricerca!