Considerazioni sulle ultime elezioni

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di Guido Ortona, guido.ortona@uniupo.it, marzo 2018

 

Una premessa. Mi pare che i problemi su cui deve riflettere chi aspira alla rifondazione della sinistra (perché di questo si tratta, dopo le ultime elezioni) siano quattro, e cioè

1) le ragioni storiche della crisi della sinistra tradizionale;

2) le ragioni della sconfitta della sinistra “qui ed ora”;

3) le ragioni del perché molti vedono nei 5s, e anche nella Lega, i soggetti che possono meglio interpretare le proposte tipiche della sinistra (a partire dal welfare);

4) che fare.

 

C’è chiaramente di che fare tremare le vene ai polsi; ma molti di noi “vecchi di sinistra” (cosa diversa dalla “vecchia sinistra”) hanno pensato a questi problemi, e quindi ha senso riferire su ciò che si è pensato. Prima però una premessa: ciò che dirò -e, credo, ciò che diranno gli altri colleghi e amici di Nuvole – sarà necessariamente generico e provvisorio. Generico perché ciascuno dei punti citati dovrebbe essere (e in effetti è) oggetto di studi  molto approfonditi da parte degli scienziati sociali competenti; provvisorio perché non va dimenticato che stiamo vivendo in un’epoca in cui lo sviluppo delle forze produttive, per usare la terminologia marxiana, ovvero della tecnologia, per usare quella corrente, procede a ritmi frenetici; e lo stesso vale per i cambiamenti ambientali e per i metodi (e le probabilità) di nuove guerre. Per fare un esempio, tutte le analisi previsionali fatte fino a quarant’anni fa sono inevitabilmente errate, dato che non consideravano l’esistenza di internet.

Cominciamo.

 

1) le ragioni storiche della crisi della sinistra tradizionale. Su questo punto mi pare si sia raggiunto un consenso sufficiente, che riassumo così:

a) il punto di partenza è la fine della classe operaia (e quindi delle sue forme politiche, Unions e partiti) come classe potenzialmente egemone, con l’avvento del terziario come settore fondamentale;

b) con la fine della grande industria come settore fondamentale dell’economia i lavoratori entrano in un colossale dilemma del prigioniero, in cui la strategia dominante è “salvarsi da soli” (oppure “salvarsi come azienda”, “come categoria” ecc.), nonostante che sia più efficiente una strategia “scandinava” di grandi riforme politiche;

c) questa strategia universalistica era molto difficile da elaborare e da imporre (anche se ci sono stati tentativi molto interessanti), il che ha contribuito ovviamente alla generalizzazione della scelta inefficiente;

d) tutto ciò si è ulteriormente rafforzato con la globalizzazione.

 

2) le ragioni della sconfitta della sinistra “qui ed ora”. Per sinistra, naturalmente, non intendo “i partiti che si dicono di sinistra”, come il PD, ma la sinistra vera, presente anche all’interno del PD ma scarsamente rappresentata (a dir poco) nelle sue scelte. A me sembra che la sua crisi sia dovuto a tre processi separati ma convergenti. Dal momento che siamo tutti usi alla dialettica, non ci stupiremo che questi processi abbiano avuto anche una componente positiva. Anche qui procedo per punti, sacrificando la profondità a vantaggio della chiarezza.

a) La scomparsa dell’ideale. E’ difficile che si possano fare i sacrifici che una militanza di sinistra richiede in nome di qualcosa di meno di un ideale, o almeno di un obbiettivo ritenuto così moralmente rilevante da giustificarli. La scomparsa del socialismo come orizzonte da raggiungere, e la laicizzazione della politica, hanno minato le radici etiche della militanza. Berlinguer a suo tempo l’aveva capito, aveva cercato di trasformare la cultura “religiosa” dei comunisti di allora in una cultura del buon governo come fondamento morale della militanza. Se fosse vissuto forse ci sarebbe riuscito (ma ne dubito). Naturalmente c’è ancora chi ritiene che la militanza politica a sinistra sia eticamente importante, e queste persone meritano tutta la nostra stima. Ma sono poche.

b) Il secondo elemento è la professionalizzazione dei militanti. I militanti di sinistra diventano professionisti non tanto della politica quanto dell’amministrazione. A parte alcuni eroi, gli altri diventano nel peggiore dei casi dei carrieristi opportunisti; nel migliore dei casi dei seri funzionari, troppo occupati a fare il loro lavoro per avere tempo per considerare i grandi problemi. “Figuriamoci se ho tempo di occuparmi del Nuovo Modello di Sviluppo. Il mio mestiere è fare risparmiare il più possibile al mio comune nella gestione degli appalti”. Questa serietà professionale va bene se c’è anche qualcuno che si occupa dei “grandi problemi”. Ma per molti anni non c’è stato, e non c’è. E quando le cose cominciano ad andare male a livello generale questa carenza si fa sentire. E’ ovvio che occuparsi dei grandi problemi era ed è un compito che sarebbe spettato e spetta ai dirigenti nazionali. Non so quanto la loro carenza sia stata e sia dovuta a inadeguatezza personale, quanto al fatto che anche loro sono stati e sono vittime dell’opportunismo e/o di un malinteso concetto di professionalità, e quanto all’operare di un meccanismo malfunzionante di selezione dei quadri dirigenti (la “selezione avversa” di cui parlano gli economisti). Quando dico “non so” intendo dire proprio “non so”: non ho le informazioni necessarie a farmi un’opinione.

c) Infine, naturalmente, conta l’egemonia colossale del pensiero neoliberista. A due livelli: quello dei “mezzi di distrazione di massa” e quello dell’orientamento della cultura. Il primo livello è stato ed è sotto gli occhi di tutti, e su di esso non mi soffermo, senza per questo volerne sminuire la fondamentale importanza; anche perché non me ne intendo abbastanza. Invece, in quanto professore di economia (in pensione) ho assistito personalmente all’instaurazione di questa egemonia in un settore fondamentale per la cultura, quello appunto delle scienze economiche. Presumo che qualcosa di simile sia successo anche in altri campi. (Quasi) nessuno ha ordinato ai giovani economisti di non studiare Marx e di diventare apologeti della libera concorrenza. Non c’è stata violenza o pressione: c’è stata appunto egemonia. Negli USA pensare in modo ortodosso propiziava le carriere al di fuori delle Università, e garantiva fondi per le ricerche dentro le medesime. Vi sono stati molti brillanti italiani che hanno studiato negli USA e che hanno importato tutto questo anche come un valore, con il tipico ardore dei neofiti. Ma si è anche introdotta una nuova etica professionale, che imponeva di essere seri. Essere seri voleva dire che i risultati delle ricerche dovevano essere dimostrati rigorosamente e suffragati dai dati. E questo voleva dire non occuparsi di globalizzazione, di nuove povertà, di nuove forme di alienazione ecc.: tutte cose troppo ampie e generiche per potere essere studiate rigorosamente in assenza di strumenti e finanziamenti di ricerca sufficientemente cospicui. Naturalmente ci sono stati degli studiosi che hanno prodotto risultati eterodossi, sia sul piano teorico che su quello empirico. Costoro non hanno subito alcune repressione, anzi probabilmente nemmeno nessuna pressione: semplicemente sono rimasti inascoltati, ed è stato loro impedito l’accesso all’opinione pubblica. L’aspetto dialettico di tutto ciò non stupirà un lettore di ispirazione marxista.

Quindi: mancano gli ideali; la cultura tecnica di sinistra è stata molto minoritaria e molto emarginata; e i dirigenti della sinistra sono troppo impegnati quando va bene nella amministrazione e nelle scelte politiche correnti di basso livello, e quando va male nella concorrenza fra di loro perché qualcuno ritenga suo compito occuparsi dei “grandi problemi”.

 

3) le ragioni del perché molti vedono nei 5s, e anche nella Lega, i soggetti che possono meglio interpretare le proposte tipiche della sinistra (a partire dal welfare). Nonostante i numerosi difetti della legge elettorale con cui si è votato, quelle del 4 marzo sono state le prime elezioni libere dopo quelle del 1992: gli elettori hanno potuto votare con un peso molto ridotto del voto utile, e quindi hanno potuto esprimere liberamente le loro preferenze. Sono quindi state anche le prime elezioni veramente rappresentative dopo un quarto di secolo, nel senso che il quadro che ne è emerso corrisponde fedelmente dell’orientamento degli elettori. E un quadro con molti aspetti rilevanti, ma il più rilevante di tutti è che la maggioranza degli elettori ha votato contro il sistema, e la maggioranza di chi ha votato contro il sistema lo ha fatto -ritengo- coscientemente.

Per “votare contro il sistema” intendo il voto per un partito che dichiara esplicitamente l’intenzione di violare i vincoli accettati come ineluttabili da tutti gli ultimi governi, come l’euro e il tetto del 3% sul deficit nel caso della Lega e il distacco del reddito di base dal lavoro e la creazione di una banca pubblica per gli investimenti nel caso dei 5s. E per “coscientemente” intendo dire -forse sarebbe più opportuno “suggerire”- che gli elettori che hanno fatto questa scelta lo hanno fatto perlopiù non in quanto vittime della demagogia o di quella misteriosa sirena chiamata populismo; ma perché pensano che le loro necessità fondamentali non possono essere soddisfatte se non con la rottura di qualcuno di quei vincoli.

Credo che questi elettori abbiano ragione. Faccio un solo esempio. Il PIL nel 2017 è cresciuto di circa l’1.5%. Ma le esportazioni sono cresciute del 7.7% circa, e sono circa il 25% del pil. Quindi la crescita avrebbe dovuto essere di quasi il 2% per merito delle sole esportazioni: le componenti interne della domanda hanno avuto un effetto recessivo. In queste condizioni un NEET che voti perché l’economia nazionale trovi il modo di espandersi, costi quello che costi, è perfettamente razionale. Vittima delle sirene è semai chi accetta di aspettare che prima o poi la crescita delle esportazioni salvi anche lui.

Più sopra ho scritto un paio di volte fra virgolette “grandi problemi”, per riferirmi genericamente ai problemi politici non di livello locale, vale a dire che devono essere affrontati a livello nazionale (o sovranazionale). Il punto fondamentale è che oggi -così come in altri tempi e luoghi dove la sinistra ha fallito- alcuni dei problemi che si collocano a quel livello sono i più importanti per la vita quotidiana, qui e ora, di moltissima gente, a partire ovviamente da quegli strati -lavoratori salariati, pensionati e disoccupati- che dovrebbero essere il riferimento naturale della sinistra. In sostanza, 5s e Lega egemonizzano gli strati popolari perché hanno il coraggio di proporre soluzioni che implicano –come oggi è necessario– una rottura con il sistema. Perché LeU non ha basato la sua campagna elettorale su richieste di sinistra ma anche di rottura, come “nessuno deve essere povero” (tra l’altro in attuazione dell’art. 3 della Costituzione), “Lo stato deve essere il datore di lavoro di ultima istanza” (in attuazione dell’art. 4), “Occorre una legge per l’esproprio delle fabbriche che si delocalizzano” (in attuazione dell’art. 42, e come c’è in Argentina), o anche “Bisogna introdurre l’obbiettivo della piena occupazione nello Statuto dell’Unione Europea e della BCE”?

 

4) Le contraddizioni fondamentali. Il 4 marzo ci ha messo di fronte ad alcune contraddizioni molto serie. Uso il termine “contraddizioni” nel significato che esso ha nel pensiero economico di ispirazione marxiana, vale a dire la inevitabile presenza di conflitti sociali indotti dallo sviluppo dell’economia; una categoria molto più utile per capire la realtà di quella di disequilibrio cui si ispirano altre scuole. Vorrei soffermarmi sulle due contraddizioni più importanti (secondo me); ce ne sono anche altre.

La prima contraddizione è il contrasto fra il patrimonio politico, culturale e di capacità amministrative della sinistra moderata “vera”, composta da persone oneste, preparate, responsabili e con esperienza, e che a dispetto del suo massiccio e maggioritario inquinamento da parte di arrivisti ignoranti e senza scrupoli continua ad esistere e da cui e difficile prescindere se si vogliono adottare politiche adeguate, da una parte; e le esigenze di cambiamento di fondo della  maggioranza della popolazione, di cui ho detto più sopra e che la sinistra tradizionale non ha saputo capire e quindi tanto meno rappresentare, dall’altra.

La seconda contraddizione è fra gli opposti orientamenti che può assumere il malcontento popolare; possiamo chiamarli “di destra” e “di sinistra”, ma appunto fra virgolette, i termini sono riduttivi. Chi vede in una tassazione eccessiva il proprio nemico rivendica una rottura col sistema “da destra” (la Lega), cioè una riduzione del ruolo dello Stato, e chi invece si sente abbandonato a sé stesso e prossimo alla miseria ne rivendica “da sinistra” un’espansione.

L’incapacità da parte delle forze politiche democratiche di affrontare queste contraddizioni ha propiziato in altri tempi e in altre circostanze degli esiti tragici, oggi (almeno per ora) molto improbabili. Ma è evidente che esse devono comunque essere affrontate. E a mio avviso, rispetto a situazioni analoghe di altri periodi, oggi disponiamo di uno strumento nuovo e molto potente, vale a dire la nostra Costituzione. I diritti positivi sanciti nei primi tre Titoli di essa non sono stati realizzati se non in parte, a volte in minima parte; tuttavia essi formano la base di ciò che nella coscienza popolare si ritiene giusto. Per rendersene conto è sufficiente osservare le difficoltà che crea alla sinistra americana l’assenza nella loro Costituzione del principio di solidarietà. Soprattutto, si tratta di un’arma molto potente nella battaglia delle idee, da contrapporre al principio (peraltro falso) dell’efficienza economica offerta della massima diffusione del mercato assunto come valore, anche etico, degli apologeti del neoliberismo.

 

5) Che fare. E’allora, che fare? A me sembra che per rifondare la sinistra occorrono quattro cose.

a) In primo luogo occorre davvero volerlo fare. Bisogna liberarsi dell’idea di una sinistra che sia “l’ala sinistra del centrosinistra” o cose simili. La discriminante fra la sinistra e la non sinistra deve essere la disponibilità a superare le compatibilità e i vincoli del sistema vigente. E quindi bisogna che i prossimi dirigenti esprimano chiaramente questa disponibilità. Questo non è stato il caso dei candidati provenienti da MDP; e non è stato sufficientemente chiaro nemmeno per quelli provenienti da SI.

b) In secondo luogo, bisogna avere il coraggio di riportare i grandi obbiettivi tradizionali della sinistra al centro delle nostre iniziative. La sinistra deve volere la piena occupazione, un sistema di welfare buono ed universale e la giustizia fiscale. Ci sono dei vincoli di bilancio e politici. E’ ovvio, ma si tratta appunto di vincoli, e bisogna studiare il modo di ottenere quanto sopra dati i vincoli. Se invece decidiamo a priori, senza avere studiato la cosa a fondo, che tali vincoli sono insormontabili è inutile che continuiamo a dire di essere di sinistra. Tutto questo può essere riassunto nell’obbiettivo di fondo della attuazione dei diritti positivi sanciti dalla nostra Costituzione, come suggerivo più sopra. E’ un obbiettivo che potrebbe -a mio avviso dovrebbe- essere fatto proprio non solo dai partiti di sinistra ma anche, forse soprattutto, dai movimenti della società civile: penso a Libertà e Giustizia, all’ANPI, e anche alla fenice che potrebbe rinascere dalle ceneri del movimento del Brancaccio.

c) Bisogna capire perché i dirigenti nazionali della sinistra sono così spesso inadeguati, e cercare di adottare un metodo per la loro scelta che eviti questo esisto. Ma su questo punto non so cosa proporre.

d) Infine, la sinistra deve ricominciare a pensare. Deve fare proposte valide per la realizzazione di una moderna società di tipo socialdemocratico e per superare i vincoli che lo impediscono. E questo, come diceva Lenin, vuol dire studiare: non inventare degli slogan. Il compito istituzionale di un Partito è raccogliere le esigenze del suo elettorato di riferimento e trasformarle in un programma politico che soddisfi tali esigenze. Perché la gente dovrebbe votare un partito che non lo fa?