{"id":361,"date":"2013-02-11T11:34:24","date_gmt":"2013-02-11T10:34:24","guid":{"rendered":"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/?p=361"},"modified":"2018-06-17T14:37:09","modified_gmt":"2018-06-17T12:37:09","slug":"9-oltre-cortina-ventanni-dopo-giuseppe-rutto","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/9-oltre-cortina-ventanni-dopo-giuseppe-rutto\/","title":{"rendered":"Oltre cortina, vent\u2019anni dopo &#8211; Giuseppe Rutto"},"content":{"rendered":"<h3><strong>Oltre cortina, vent\u2019anni dopo <\/strong><\/h3>\n<h5><em><strong>di Giuseppe Rutto<\/strong><\/em><\/h5>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Marzo-Aprile 2009. I pi\u00f9 importanti giornali europei e americani titolano allarmati: L\u2019Est europeo sull\u2019orlo del baratro. Berlino e Vienna pronte al soccorso; La Banca mondiale \u00e8 preoccupata: l\u2019UE rischia una nuova divisione; Allarme rosso per l\u2019Europa centro orientale: si apre un nuovo fronte nella grave crisi mondiale. Sono ancora i giornali a registrare all\u2019Est un crollo generalizzato degli ordinativi alle industrie e una consistente svalutazione delle diverse valute nazionali. Forti timori, inoltre, per i sistemi bancari locali, controllati in maggioranza da global players occidentali. Pare salvarsi solo la Slovacchia, entrata da poco a far parte dell\u2019area dell\u2019Euro. Robert Zoellink, presidente della Banca Mondiale chiede all\u2019Unione Europea di attivarsi immediatamente. La Germania si dice pronta ad intervenire e l\u2019Austria si fa promotrice di un\u2019azione d\u2019aiuto alla crisi finanziaria dell\u2019Est europeo: non c\u2019\u00e8 da stupirsi o da chiedersi il perch\u00e9 di tanta sollecitudine: l\u2019Austria riversa l\u2019ottanta per cento delle sue capacit\u00e0 di investimento in Europa orientale, e poco meno fa la Germania. L\u2019Europa pare tornare a disgregarsi e si prefigurano problemi difficili a risolversi. Ancora nel marzo del 2009 Tusk, premier polacco, propone un summit separato a margine dell\u2019imminente vertice europeo; Klaus, presidente euroscettico della Repubblica c\u00e9ca spiega all\u2019Europarlamento che l\u2019Europa non gli piace e che per certi aspetti essa gli ricorda l\u2019URSS. Il crollo degli ordinativi alla pur modernissima industria manifatturiera delle giovani democrazie diventa una sorta di leit motiv dei loro governi, che pure si compiacciono di aver trasformato le vecchie realt\u00e0, economicamente obsolete, dell\u2019ultimo comunismo in nuove economie iperproduttive e tecnologicamente molto avanzate, nella Repubblica c\u00e9ca e Slovacchia, in particolare. I profitti sono in discesa vertiginosa, le banche, controllate da quelle occidentali, non hanno pi\u00f9 di che investire e gli indici delle borse locali sono ovunque in caduta libera.<\/p>\n<p>La Polonia \u00e8 un caso emblematico: il paese che, con l\u2019esperienza di Solidarnosc, negli anni \u201980 aveva aperto la via ad un processo di democratizzazione, divenuta a partire dalla seconda met\u00e0 degli anni \u201990 una tigre economica dell\u2019est europeo con una valuta fortissima, vede in questo ultimo anno e mezzo crollare il PIL dopo un lunghissimo periodo di sviluppo a tassi cinesi. Lo zloty, la moneta nazionale, perde il 25% del suo valore. Thatcheriana la risposta del governo: fortissimi tagli alla spesa sociale e rifiuto di pacchetti a sostegno della pessima congiuntura.<\/p>\n<p>La Repubblica c\u00e9ca \u00e8 tornata ad essere una prepotente realt\u00e0 industriale europea. Non ai livelli strepitosi della \u201cprima repubblica\u201d di Masaryk, quando, se ci riferiamo ai dati della primavera del 1939, data dell\u2019invasione delle truppe del Terzo Reich, la Cecoslovacchia era al settimo posto al mondo per prodotto interno lordo, ma certo in rimonta stupefacente rispetto al quarantatreesimo posto in cui si collocava il paese alla fine del 1989. La Skoda, in mano alla Volkswagen, e un\u2019industria elettronica avanzatissima, sia pure a forte partecipazione tedesca (ma anche francese e asiatica), hanno visto nel giro di breve tempo esaurirsi gli ordinativi. Il sistema bancario regge, ma si paventa una recessione attorno al 5% e il pericolo di disinvestimenti da parte occidentale.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 felice la situazione in Slovacchia, che vede anch\u2019essa uno sviluppo esponenziale di produzione ad altissimo contenuto tecnologico (quanto lontani i tempi di Mecar, primo presidente nel \u201993 della Repubblica slovacca uscita dalla separazione con la Boemia e Moravia, che prefigurava uno sviluppo industriale del paese fondato sulla produzione di carri armati a basso costo da vendere a realt\u00e0 emergenti del mondo a forte vocazione bellica), con un PIL in crescita nel 2008 del 7,4% e che quest\u2019anno, nonostante la crisi internazionale, si attester\u00e0 comunque attorno a un positivo 2,5-3%. Questo permetter\u00e0 al premier socialdemocratico Robert Fico di continuare una politica di sviluppo delle infrastrutture e di rafforzare il welfare in aiuto alle fasce ancora emarginate della societ\u00e0.<\/p>\n<p>L\u2019Ungheria \u00e8 la realt\u00e0 malata dell\u2019oriente europeo. Sull\u2019orlo della bancarotta finanziaria per cause di iperindebitamento con l\u2019estero, ha dovuto essere aiutata, o meglio, salvata con un ammontare di aiuti di circa 20 miliardi di Euro concessi dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Banca europea e dalla Banca mondiale. Il PIL e la moneta continuano a scendere con drammatiche conseguenze sociali interne ed emergono prepotentemente nuove realt\u00e0 politiche e partitiche ultraconservatrici di una destra antieuropeista, xenofoba e razzista.<\/p>\n<p>Diverso il caso della Romania che, dopo anni di intenso sviluppo legato a delocalizzazioni industriali dell\u2019Occidente, favorite, dopo l\u2019\u201889, da una politica di feroce controllo salariale sia da parte dei primi governi comunisti-riformatori che, pi\u00f9 tardi, dei governi della destra nazionalista, e da consistentissime rimesse da parte degli emigrati (si vedano in proposito gli studi recenti di Matei Cazacu ), vive oggi con estrema apprensione l\u2019inizio di disinvestimenti da parte occidentale, dovendo contemporaneamente affrontare la svalutazione del Lei, la moneta ufficiale, di circa il 20%. Una vita politica caratterizzata da consistenti fenomeni di corruzione e una Borsa che vive endemicamente di speculazioni inducono la Banca nazionale romena a dare per certo un fortissimo calo del trend di crescita del PIL.<\/p>\n<p>Senza accorgersene si \u00e8 tornati a parlare di un\u2019Europa occidentale e di una Europa orientale, come se la crisi economica mondiale, e segnatamente europea, volesse ridisegnare una sorta di nuovo muro tra est ed ovest, che gli avvenimenti di Berlino della fine dell\u201989 parevano aver cancellato per sempre. Un nuovo muro, una possibilit\u00e0 che rischia di far tornare indietro l\u2019Europa di vent\u2019anni. A ovest i pi\u00f9 ricchi, a est i pi\u00f9 poveri. Certo, oggi anche l\u2019occidente paga la recessione, la disoccupazione crescente, la stretta creditizia, ansie, paure, incertezze per il futuro. Ma molto probabilmente, come rilevava recentemente Sandro Viola in una serie di articoli di approfondimento apparsi su \u201cRepubblica\u201d sulla situazione economica nei paesi dell\u2019Europa orientale, la crisi potr\u00e0 rivelarsi ancora pi\u00f9 devastante e in qualche paese (l\u2019Ungheria per esempio) addirittura insostenibile.<\/p>\n<p>Un sordo rancore e forti risentimenti si manifestano nelle societ\u00e0 dei paesi ex satelliti dell\u2019URSS dal 1\u00b0 marzo del 2009, quando l\u2019Unione Europea si \u00e8 rifiutata di varare un piano articolato di aiuti per gli europei dell\u2019Est. Disincanto, disillusione, frustrazione sono i sentimenti che essi provano per la prospettiva di una nuova cortina di ferro, anche se, questa volta, di carattere economico e non politico. L\u2019Unione Europea diventa il capro espiatorio della nuova situazione: essa viene infatti percepita come responsabile della crisi, nonostante abbia investito notevoli risorse nelle economie dell\u2019Est, in quanto sono state le economie dell\u2019occidente europeo a trarne vantaggi estremamente consistenti. L\u2019abbiamo gi\u00e0 ricordato. Movimenti di estrema destra e ventate di esasperato populismo segnano in questi mesi la vita politica di quella parte d\u2019Europa (Ungheria e Polonia, in particolare) intercettando paure, ansie, timori e un malcontento generalizzato. Bersagli preferiti di queste derive nazionalistiche e conservatrici sono non soltanto l\u2019Europa, ma anche i governi riformatori, le banche e le grandi imprese multinazionali. La destra gioca sulla delusione legata al crollo delle speranze entusiastiche nate nelle popolazioni alla caduta del muro di Berlino e legate a una vita economicamente migliore, a una vita civile di stampo occidentale. Si radicalizzano sentimenti filoamericani (nel contempo antieuropei e russofobici) che in materia di sicurezza, per esempio, si traducono in richieste di ricevere garanzie di difesa da parte degli Stati Uniti, piuttosto che non da parte dell\u2019Europa. Polonia e Repubblica c\u00e9ca avevano aderito in maniera entusiastica al progetto statunitense di uno scudo anti-missilistico da collocare sul proprio territorio.<\/p>\n<p>Masse operaie sottopagate, rispetto ai livelli occidentali, e lavoratori del settore pubblico, che vedono ancor oggi i loro stipendi legati a quelli del vecchio regime comunista, sono le categorie pi\u00f9 sensibili alle chimere nazional-populiste. E le classi medie che da pochi anni iniziano a emergere in quelle societ\u00e0 vedono scemare le speranze di consolidare le loro nuove posizioni economiche e sociali; tutto questo nel momento in cui imprese e finanze occidentali lucrano e fanno grossi affari proprio nell\u2019Est europeo.<\/p>\n<p>Un mondo traversato da fenomeni di \u201cnostalgia\u201d, che non si traduce in nostalgie per il vecchio regime tout court, quanto piuttosto per quell\u2019ampio sistema di garanzie sociali o, se vogliamo, di welfare, che il vecchio sistema comunista in quasi tutti i paesi era riuscito a costruire: diritto a un posto di lavoro, sanit\u00e0 pubblica e gratuita, diritto per i pensionati a forti facilitazioni \u2013 se non addirittura gratuit\u00e0 (ad esempio in Cecoslovacchia) \u2013 per abitazione, luce e riscaldamento.<\/p>\n<p>L\u2019ampiezza delle difficolt\u00e0 economiche \u00e8 dunque tale che la gente comune non \u00e8 pi\u00f9 interessata allo sviluppo di una societ\u00e0 civile. D\u2019altra parte interviene il \u201cpeso della storia\u201d: nessuno tra i paesi dell\u2019est europeo (a parte il caso della Cecoslovacchia) aveva vissuto esperienze di radicata vita civile prima dell\u2019\u201889. Ci\u00f2 ci permette di comprendere i fenomeni di carattere nazionalistico che hanno segnato la vita delle nuove realt\u00e0 post-comuniste. A quali valori aggrapparsi, in mancanza di tradizioni civili, se non a quelli del nazionalismo? Vale la pena citare la desolante constatazione, del 1994, di Vaclav Havel, intellettuale del dissenso c\u00e9co, perseguitato dal regime e poi primo Presidente della Repubblica cecoslovacca dopo l\u2019\u201889: \u201cRancori, sospetti tra le diverse nazionalit\u00e0, razzismo, manifestazioni di fascismo, demagogia plateale, intrighi, menzogne deliberate, bassa cucina politica, lotte sfrenate e senza pudori intorno a interessi puramente particolari, sete di potere e ambizioni per nulla dissimulate, fanatismo radicale\u2026 fenomeni di capitalismo mafioso, assenza generalizzata di tolleranza, di mutua comprensione, di buon gusto, di senso della misura e di riflessione\u201d. Tutto ci\u00f2 avrebbe avuto, secondo Havel, pericolose conseguenze per la vita politica e civile dei paesi dell\u2019Est, aprendo a derive nazionalistiche o, peggio ancora, a conclusioni autoritarie.<\/p>\n<p>L\u2019innescarsi a partire dal 2001 di uno sviluppo impetuoso dell\u2019economia \u00e8 sembrato allontanare le pessimistiche previsioni di Havel, ma il ritorno recente a situazioni di forte crisi fa riemergere quelle paure e quelle realt\u00e0. La transizione democratica \u2013 che avrebbe dovuto fondarsi (secondo Dahrendorf) su tre elementi chiave: a) nuove istituzioni politiche legate a un forte stato di diritto, b) passaggio da un\u2019economia pianificata a una di mercato, c) ricostruzione (o costruzione) di una societ\u00e0 civile \u2013 non si \u00e8 ancora tradotta in una \u201ctrasformazione\u201d. L\u2019ostacolo maggiore \u00e8 stato rappresentato dall\u2019impossibilit\u00e0 di un sincronismo tra questi elementi chiave, tra una violenta accelerazione del processo politico, civile e sociale e la lentezza del mutamento economico. L\u2019eredit\u00e0 comunista ha continuato e, per certi versi, continua ancora a pesare. La vecchia nomenklatura ha tentato e spesso \u00e8 riuscita a trasformare i suoi antichi privilegi politici in nuovi privilegi di carattere economico: d\u2019altra parte occorre non dimenticare che in quelle societ\u00e0 non esistevano ceti o, pi\u00f9 semplicemente, non esisteva un management in grado di sostituire il vecchio. Il passaggio a un\u2019economia di mercato, nell\u2019est europeo, \u00e8 avvenuto senza la presenza e l\u2019azione di un ceto borghese. \u00c8 stata la finanza occidentale a farsi carico di quei problemi.<\/p>\n<p>La democrazia, dopo un periodo di dittatura spesso confusa con uno stato debole, \u00e8 stata percepita e interpretata sostanzialmente come apertura a un modello di vita e di costume occidentale. Ma i problemi legati al nazionalismo sopra ricordati e, in realt\u00e0 particolari, anche alla contrapposizione etnica, rallentano la strada all\u2019affermarsi della democrazia. L\u2019ex Yugoslavia illustra bene, pur nella sua tragicit\u00e0, un caso di transizione verso la democrazia che sfocia in una guerra civile, dopo che lo stato federale ha dovuto far fronte a una crisi economica, istituzionale, di regime e di legittimit\u00e0. Solo in Europa centrale il dissenso intellettuale ha vaccinato in qualche modo quelle realt\u00e0 da rischi nazionalistici. Dove invece la transizione \u00e8 stata gestita da comunisti \u201criformatori\u201d \u2013 in Albania, Serbia, Romania, Bulgaria \u2013 la conservazione del potere \u00e8 stata garantita da una rapida riconversione al nazionalismo. Tanto che Adam Michnik, forse il pi\u00f9 autorevole esponente del dissenso polacco degli anni \u201970 e \u201980, ha azzardato la formula \u201c il nazionalismo, come stadio superiore del comunismo\u201d, da legarsi a una vecchia formula in auge sia in Occidente che nell\u2019Est europeo secondo la quale il comunismo avrebbe rappresentato una sorta di purgatorio per societ\u00e0 civili in via di evoluzione!<\/p>\n<p>Certo, la costruzione di una societ\u00e0 civile legata a una economia di mercato rappresenta ancor oggi la difficolt\u00e0 maggiore per le realt\u00e0 est europee. L\u2019eredit\u00e0 dell\u2019esperienza comunista \u2013 in termini di egualitarismo, stato assistenziale, lavoro garantito \u2013 per molti \u00e8 da considerare come diritto acquisito. Si sogna un avvenire come miscuglio di parlamentarismo all\u2019inglese, un livello di vita tedesco e uno stato assistenziale perlomeno alla svedese. L\u2019Occidente, che molto ha investito, non pu\u00f2 essere asettico nei confronti dell\u2019Est europeo: la sua sicurezza, anche economica, dipende dall\u2019evoluzione civile di quei paesi. Il prezzo che essi devono pagare, la contropartita insomma, \u00e8 una dipendenza economica che faticano a sopportare. L\u2019avvenire della nuova Europa \u00e8 ancora aperto. Ma questo avvenire, nel bene e nel male, \u00e8 di tutti gli europei. Noi tutti facciamo parte di una sola Europa.<\/p>\n<p><em>Giuseppe Rutto insegna Storia dello Stato Moderno e Europa orientale:i processi di trasformazione all\u2019Universit\u00e0 di Torino<\/em>\u00a0<!--\/codes_iframe--><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Oltre cortina, vent\u2019anni dopo di Giuseppe Rutto &nbsp; Marzo-Aprile 2009. I pi\u00f9 importanti giornali europei e americani titolano allarmati: L\u2019Est europeo sull\u2019orlo del baratro. 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