SULLE ELEZIONI POLITICHE DEL 2018

di Mario Vadacchino

Una prima osservazione riguarda il ruolo avuto dalla nuova legge elettorale, in particolare dalla correzione maggioritaria. Il suo effetto è stato sensibile: con un proporzionale puro alla Camera il Centro Destra (CD) avrebbe ottenuto 237 seggi invece di 263, il Movimento 5 Stelle (M5S) 210 invece di 222 ed il Partito Democratico (PD) 147 invece di 118; analoghi risultati valgono per il Senato. La correzione maggioritaria, per quanto non trascurabile, non ha però fornito ad alcun partito una maggioranza in grado di governare: sarà necessario quindi formare un governo di coalizione. La necessità di stipulare alleanze dopo il voto è considerato un pregio del sistema proporzionale perché permette di aggiustare, con le trattative, i diversi programmi in modo di venire incontro alle esigenze della maggior parte dei cittadini; questo è successo in Germania in questi mesi.

In Italia, invece, la costruzione di una alleanza di governo potrebbe non essere facile per le modalità con cui si è svolta la campagna elettorale: ci sono state accuse reciproche di disonestà, mafiosità ed evasione fiscale ed i programmi presentati sono stati considerati da un lato inconciliabili e dall’altro irrealizzabili; questa delegittimazione reciproca non è certo iniziata adesso, ma caratterizza da molti anni la nostra vita politica e si è accentuata durante la campagna elettorale. Ogni gruppo ha inoltre voluto affermare la propria autosufficienza: sono mancate quindi alcune condizioni minime di rispetto reciproco necessarie tra forze intenzionate ad una futura azione comune di governo. Non sarà facile proporre ai propri elettori la collaborazione con un gruppo che non solo è diverso per i programmi, ma è addirittura accusato di non possedere gli elementi minimi di correttezza e di dignità politica. Credo che un governo sarà in ogni caso fatto, interpretando con un certa larghezza gli impegni presi con gli elettori.

Accertata e accettata l’impossibilità di governare da soli, i gruppi dovrebbero formulare proposte di trattative agli altri gruppi; al momento ciò non si è ancora verificato ed anzi sono addirittura aumentate le condizioni poste per future alleanze. Salvini ed il M5S hanno dichiarato esplicitamente che non faranno alleanze partitiche, che sarebbero un inciucio, ma che proporranno ai singoli deputati una collaborazione basata sull’accettazione dei rispettivi programmi; rivolgendosi quindi a dei voltagabbana, che in questo caso però diventano dei responsabili; analoga dichiarazione ha fatto Fratelli d’Italia. Di Battista ha detto che gli altri gruppi devono rivolgersi al M5S ed accettare il loro programma, ma d’altro canto Di Maio ha ribadito la proposta di introdurre il vincolo di mandato. È una difficoltà anche la divisione all’interno del CD. Al momento nel CD ci sono tre tesi: quella della Meloni che non vuole alleanze con nessuno, quella di Salvini che vuole fare un governo con i M5S e quella di Berlusconi che vuole l’appoggio esterno del PD. Queste affermazioni si attenueranno col tempo e sono tipiche manovre preparatorie alla trattativa.

Un’ alleanza numericamente possibile prevederebbe un appoggio del PD ad un governo del M5S o del CD. Una tale alleanza, peraltro mai seriamente proposta né dal M5S né dal CD, vedrebbe un PD necessariamente subalterno e sarebbe probabilmente la sua fine, prospettiva positiva per alcuni, ma naturalmente non per la dirigenza del PD. Il PD dovrebbe accettare quei punti del programma che ha dichiarato essere irrealizzabili e se facesse difficoltà verrebbe accusato dal M5S o dal CD di essersi opposto ai provvedimenti più popolari; alle prossime elezioni finirebbe di fare la fine di LeU. Tale collaborazione tradirebbe inoltre le aspettative di sei milioni di elettori che, nonostante tutto, hanno ancora votato per il PD.  Un’altra alleanza numericamente possibile è quella tra CD e M5S. Credo che essa sia stata sempre presente nella strategia di Salvini e Di Maio, che hanno esibito una certa concorrenza tra di loro solo per acquisire consensi e credo quindi che, dopo una serie di manovre e di trattative saranno in grado  di fare un governo.

Un elemento necessario per costruire un’alleanza politica di governo è l’esistenza di una qualche contiguità programmatica. L’accertamento di questa contiguità è attualmente resa difficile per una certa variabilità dei programmi stessi. Per quanto riguarda i programmi presentati prima delle elezioni è stato osservato, tra gli altri dal Il Sole-24 Ore, che questa contiguità esiste tra i programmi del M5S e del CD, mentre non esiste con quello del PD. Un governo CD+M5S sarebbe quindi quello più corretto da un punto di vista politico: un governo con un programma vicino a quello votato dalla maggioranza degli elettori favorirebbe una minima conciliazione tra elettori ed eletti, utile in una situazione di continuo calo dei votanti. Questa trattativa deve superare alcune difficoltà. Sia il M5S che il CD, per sollecitare il voto degli elettori, e nella prospettiva di avere i voti per governare da soli, hanno garantito il posto di primo ministro per il proprio leader, ma si tratta di una differenza superabile nella spartizione dei posti di potere. Una seconda difficoltà, non trascurabile, è il diverso peso attribuito nei due programmi al ruolo dello Stato: per il M5S questo ruolo va aumentato, per il CD, in particolare per la Lega, va diminuito. Esiste d’altro canto un elemento strategico comune: Lega e M5S si definiscono partiti antisistema ed antieuropeisti ed in parte lo sono; sono in grado di presentare come credenziale la loro opposizione a tutti i governi dell’ultima legislatura.

Tutti i commentatori sono concordi nell’osservare che il voto dato dal Sud al M5S nasce dalla richiesta di un reddito di cittadinanza, mentre quello al Nord è una richiesta di maggior sicurezza, cioè maggior controllo ed espulsioni per gli immigrati, oltre che di applicazione della flat tax. La richiesta del Sud, con le necessità di un sussidio statale per finanziare il reddito di cittadinanza, è destinata in qualche misura a collidere con la politica della flat tax della Lega, mentre per quanto riguarda gli immigrati le posizioni non appaiono essere tanto distanti, perché su questo punto il M5S è stato sempre ambiguo.

Un discorso particolare va fatto sulla sconfitta del PD. È evidente che si tratta di sconfitta grave: se un partito che è stato al governo per cinque anni prende il 18% dei voti è più che evidente che la maggioranza degli elettori non ha approvato il suo operato e non vuole che governi ancora. Ovviamente il PD può rappresentare le idee e gli interessi dei suoi elettori nella battaglia parlamentare, anche senza partecipare al governo. È inconcepibile come un partito che sostiene di avere circa 200.000 iscritti e varie migliaia di sedi territoriali non sia riuscito a percepire a tempo il suo distacco dal sentire della maggioranza della popolazione. La rivitalizzazione di questo personale politico non sarà un compito facile e di immediata soluzione, ma è necessaria anche se non sufficiente se si vuole superare l’attuale crisi. D’altro canto il risultato ottenuto dal M5S e dalla Lega al Sud dimostra come si possano intercettare voti anche senza una struttura territoriale, se questi voti esprimono una opposizione generale. La crisi del PD è profonda, strategica e rientra nella più generale crisi di tutte le socialdemocrazie europee e anche dei democratici degli Stati Uniti e non è certo risolubile soltanto con un maggiore attivismo dei militanti. Enormi masse di cittadini non accettano più la loro condizione di disagio sociale, non la considerano più un dato immutabile e quindi si rivolgono a chi promette di modificarla.

Fare di Renzi il capro espiatorio della sconfitta del PD è ingiusto e pericoloso, perché salverebbe un gruppo dirigente che ha grandi responsabilità: il distacco del PD da quelli che storicamente erano stati i suoi referenti, gli operai e in genere gli strati più poveri della società, non nasce con il PD, ma risale al PCI. Nell’esperienza dei Quaderni Rossi e del Manifesto c’era già la considerazione che il PCI avesse ormai abbandonato la classe operaia.

La responsabilità dell’attuale gruppo dirigente del PD è stata la sua incapacità di capire quello che si muove oggi nella società. Questa incapacità ha giocato un ruolo essenziale nella pesante sconfitta, perché ha prodotto una campagna elettorale totalmente sbagliata. I risultati ottenuti dai governi a direzione PD, cioè le leggi approvate per i diritti civili e la modesta ripresa dell’economia e dell’occupazione, hanno interessato un ceto alto-medio, che difatti ha votato prevalentemente per il PD, ma non certo gli abitanti del Sud, le piccole imprese e gli artigiani del Nord, alle prese con una crisi economica per loro non ancora finita e neanche i pensionati del Nord e del Sud, spaventati dalla percezione, statisticamente ingiustificata, di essere invasi dagli immigrati. Il vantato miglioramento dell’economia, che ha interessato prevalentemente il Nord, non poteva convincere gli elettori impoveriti del Sud, ma anzi ha aumentato la loro sensazione di essere ancora una volta gli esclusi.

La situazione di astio e rancore dei ceti che si considerano non beneficiati dallo sviluppo economico e anzi danneggiati, ha bisogno di soluzioni che siano le più immediate possibili. Non è vero che i governi Renzi e Gentiloni non abbiano pensato al problema del Sud, ma gli investimenti progettati sulla scuola, sulla ricerca, sull’Industria 4.0, hanno tempi di realizzazione lunghi e promettono risultati sensibili in tempi ancora più lunghi. I progetti che vanno sotto la sigla di Industria 4.0, in particolare, interessano una minima parte delle industrie italiane, quella che investe nella ricerca, che esporta e non la grande massa delle piccole e piccolissime imprese italiane, che può sopravvivere solo sfruttando al massimo gli operai e non pagando le tasse. Non è dimostrato che questo approccio meritocratico e selettivo degli incentivi dedicati solo alle imprese di punta, posso trascinare in tempi medi tutto il sistema industriale italiano o perlomeno non è dimostrato per i piccoli imprenditori.

Il voto al M5S ed al CD è giustificato dalle loro proposte, che appaiono semplici e veloci, come il reddito di cittadinanza, la flat tax, o l’abolizione della legge Fornero, che sono invece, secondo il PD, irrealizzabili, perché non tengono presenti i vincoli del debito pubblico e dell’Europa. Non sono  per niente convinto che i progetti del M5S e del CD siano totalmente irrealizzabili, perché un nuovo governo ha parecchie carte da giocare negli aggiustamenti quantitativi dei progetti, nella riduzione degli sprechi ed anche, come ha detto Di Maio, nella riduzione dell’evasione fiscale.

Credo utile che la formazione di un governo avvenga al più presto possibile. Le aspettative di coloro che al Sud hanno votato M5S, sperando in un sollecito sollievo delle loro condizioni, sono state accresciute e rafforzate dai proclami del M5S e del CD di avere vinto le elezioni, proclami forse un poco prematuri, visto che di vittoria si potrà parlare solo quando ci sarà un loro governo. Se invece, dopo lunghi mesi di discussione inconcludente, alla fine dell’anno si constatasse  che non è possibile fare un governo, è molto probabile che, a furore di popolo, i partiti maggiori, dovendo tornare alle urne, non lo farebbero con la vecchia legge elettorale, ma ne voterebbero una nuova rigorosamente maggioritaria, prospettiva peraltro già minacciata da Salvini. Non credo che si arriverà a questo punto; dopo una lunga serie di polemiche e ammiccamenti, nascerà un governo CD e M5S. Avrà una larga maggioranza e sarà costretto, nella pratica di governo, ad una lunga serie di aggiustamenti programmatici, che a mio avviso non sono impossibili. Può darsi che dopo un certo tempo, quando si cominceranno a vedere i risultati della pratica di governo, le indubbie contraddizioni programmatiche attualmente presenti e le diverse ambizioni del personale politico impegnato in questa esperienza, rendano  meno stabile il governo. Si aprirebbe allora una nuove fase nella quale la sinistra, se fosse riuscita a sopravvivere, potrebbe giocare un suo ruolo.