PROSPETTIVE DI UN (POSSIBILE) SOGGETTO POLITICO DELLE CLASSI SUBALTERNE

di Federico Repetto

 

  1. QUANDO LA DEMOCRAZIA PARLAMENTARE NON SA RECUPERARE AL SUO INTERNO I MOVIMENTI, LA DEMOCRAZIA STESSA ENTRA IN CRISI. Il risultato elettorale delle politiche del marzo 2018 è solo l’ultimo strascico del disastro che ha seguito la mancata risposta della sinistra istituzionale e delle élite dirigenti del paese ai movimenti, pragmatici e niente affatto millenaristici, dei millennials, per il rinnovamento dell’università, per l’acqua bene comune, contro il precariato, contro il nucleare, contro la devastazione ambientale, ecc. Lo stesso statuto del Pd, mettendo nelle mani la carica di segretario ai cittadini non iscritti al partito (e potenzialmente condizionabili dai media mainstream), metteva fuori gioco ciò che restava della base dei militanti, e insieme i contatti coi territori e coi movimenti che questa poteva fornire.
    Si è ripetuto almeno per certi versi lo schema degli anni ’70, quando una parte della classe dirigente, sinistra in testa, aveva capito che la risposta al millenarismo rivoluzionario di allora doveva essere una serrata stagione di riforme sociali, ma la resistenza conservatrice dell’establishment alle riforme, la criminalizzazione dell’idealismo rivoluzionario e oscure trame interne e internazionali condussero alla stagione del terrorismo e della fuga nel privato. Questa volta però una diretta e pesantissima responsabilità tocca anche alla sinistra istituzionale, e cioè essenzialmente al Pd: non ha saputo/voluto mettersi in relazione coi movimenti e ha fatto da scendiletto del governo Monti, paracadutato dalla Ue. I risultati sono stati, più ancora che la fuga nel privato, l’emigrazione all’estero, o dal sud al nord, dei nostri laureati, l’indebolimento cronico dei movimenti o la loro normalizzazione dentro il M5S, e, infine, il successo elettorale di quel partito e l’astensione di molti giovani.

 

  1. È REALISTICO IL TENTATIVO DI LIMITARSI A LOTTARE PER RABBERCIARE E CONSERVARE L’ESISTENTE? Questa strategia è stata già prospettata su questa rivista da Salvatore Biasco (sulle proposte di Biasco si veda il n° 54 di Nuvole; non molto diversa mi sembra la posizione di Francesco Scacciati su questo numero). Ma è davvero realistica? Una nuova crisi dei mercati finanziari è sempre in agguato, visto che non è stato messo in atto un forte sistema di vincoli contro di essa, e Trump ne sta togliendo addirittura alcuni. E anche la stessa ripresa dello sviluppo del Pil e del commercio internazionale non diminuisce, ma anzi aumenta la precarietà del lavoro e la disuguaglianza.
    È la stessa crisi economico-sociale che provoca reazioni radicali. Se non saranno di sinistra, saranno necessariamente di estrema destra.

 

  1. DOBBIAMO RIPRENDERE E RIPENSARE LE GRANDI TEORIE DELLA CRISI CAPITALISTICA. In questo periodo storico di egemonia neoliberale e di globalizzazione selvaggia tornano di nuovo attuali le teorie che vedono nel capitalismo a concorrenza incontrollata il produttore della sua stessa crisi, che colpisce soprattutto l’occupazione e il legame sociale. E questo non perché il capitalismo sia selvaggio per la sua stessa struttura, cui i capitalisti stessi non possono sottrarsi, come pensava il materialismo storico, ma perché la cultura e la politica dell’attuale neoliberalismo paradossalmente hanno reso di nuovo attuale l’analisi della crisi contenuta ne Il capitale. La “sovrastruttura politica e ideologica” in più di un’occasione storica ha riformato la sottostante “struttura”, controllando e modificando i fattori endogeni della crisi, a suo tempo descritti da Marx, e questo è stato particolarmente vero nei trent’anni gloriosi dal 1945 al 1975. Il progetto neoliberista dopo ha restaurato sistematicamente i meccanismi di crisi, riuscendo però a farne pagare le spese allo Stato e ai cittadini e a rafforzare ulteriormente la posizione dei vincitori della lotta di classe. Non sembrerebbe quindi del tutto certo che la prima e fondamentale preoccupazione delle élite globali sia quella di evitare i grandi sussulti del mercato finanziario.
    Se per l’aspetto economico della crisi possiamo ripartire da Marx e da Keynes, per quanto riguarda l’erosione del legame sociale, mi sembra che si debbano proporre altri classici. Per Marx il capitalismo incontrollato, dissolvendo tutti i “vincoli tradizionali e locali”, creava il suo antagonista, il proletariato, strutturalmente universalistico. Polanyi, Hannah Arendt e, più tardi, Bauman, hanno invece compreso che la reazione a questa dissoluzione porta anche alla formazione di pseudo-comunità chiuse e autoritarie, che minacciano la democrazia e la sua cultura universalistica.

 

  1. LA STORIA DELL’OCCIDENTE CI MOSTRA COME LA STRATEGIA DELLE CLASSI EGEMONI SIA DA TEMPO IL DIVIDE ET IMPERA ETNICO-LINGUISTICO. E nei paesi sviluppati tale strategia ha reso il proletariato industriale nazionale partecipe dei vantaggi del sistema, derivanti dallo sfruttamento dei paesi meno sviluppati e dallo sfruttamento dei lavoratori immigrati. L’Italia degli anni 70 era diversa dal resto dell’occidente – e la sua rivolta fu più radicale – perché operai del nord e immigrati del sud non erano così diversi tra loro come tedeschi e turchi, francesi e magrebini, americani bianchi ed americani neri. Ma oggi col ceto medio ed il nuovo proletariato di cultura individualistica il trucco dell’immigrazione funziona in pieno. Inoltre il problema non è solo culturale, mediale e propagandistico: la sinistra dovrebbe rendersi conto che, in un paese in cui il lavoro  nero ed informale ha da tempo un notevole peso, l’immigrazione modifica sensibilmente il mercato del lavoro. Per non parlare della situazione incancrenita del mercato degli alloggi. La soluzione del problema non è né facile né immediata.

 

  1. LA “PROLETARIZZAZIONE” ODIERNA DEL CETO MEDIO NEL SUO COMPLESSO SIGNIFICA LA SUA CRESCENTE DIPENDENZA DAL CREDITO, IN ULTIMA ISTANZA DAL GRANDE CAPITALE FINANZIARIO/BANCARIO. A questa subalternità economica si aggiunge una subalternità culturale: oltre alla dissoluzione – accelerata dal Pd – della cultura di sinistra nelle regioni e aree urbane rosse, c’è il problema che la cultura tradizionale del ceto medio italiano è in gran parte mercatista e antistatalista. Già l’antipolitica dell’Uomo Qualunque considerava le istituzioni politiche qualcosa di simile all’amministrazione di un condominio. Oggi la cultura neoliberale spicciola delle “partite iva” tende a fare di ciascuno un “imprenditore di se stesso”. Il modello del mercato e del capitalismo è uscito rafforzato dalla rivoluzione culturale neotelevisiva degli anni ’80.
    In conclusione, aumenta il bacino delle classi economicamente subalterne e attualmente o potenzialmente messe in pericolo dalla globalizzazione finanziaria, ma diventa più difficile individuare i punti di convergenza immediati dei loro interessi, e la loro ricomposizione culturale è sempre più difficile.

 

  1. CI PIACCIA O NO, LA RISPOSTA MOBILITANTE (CHE MOBILITI LE LOTTE E IL VOTO) OGGI DI FATTO È QUELLA DEL POPULISMO DI SINISTRA. Su questo si veda l’articolo di Loris Caruso sul Manifesto del 13 marzo, enfaticamente intitolato Con il M5S, l’Italia ha inventato una nuova forma della politica. Tuttavia la vera e migliore invenzione fu quella di Podemos, che ha saputo unire la potente retorica anticasta, l’efficacia mediatica dei leader e l’uso capillare della Rete a un vero dibattito democratico interno, con correnti e tendenze capaci di una dialettica effettiva. Nonostante i molti limiti e difetti, anche l’esperienza di Mélanchon ha il pregio di una chiara opposizione al capitalismo.
    L’iniziativa anti-ideologica di Grillo e Casaleggio ha saputo occupare velocemente uno spazio su cui movimenti, partiti della sinistra cosiddetta radicale, giovani politici come Civati, sindacalisti-tribuni come Landini gravitavano confusamente. Nessuno in quest’area aveva le capacità retoriche, mediatiche e organizzative di quei due imprenditori politici.
    Un’altra possibilità che in Italia non si poté realizzare fu quella del rilancio in chiave personalistica di modelli più tradizionali, come è stato fatto da Corbyn e Sanders: da noi mancavano infatti personalità politiche che avessero avuto la loro coerenza, e ora non esistono nemmeno dei partiti che le possano supportare.
    E’ notevole invece il fatto che il M5S sia riuscito a passare dal modello clown di Grillo a quello persona seria con abito blu di Di Maio. Vuol dire che il partito non è poi così rigido. E la scelta autoritaria e centralistica di concentrare tutto il potere nel “capo politico” ha comunque aperto la possibilità di far rientrare il M5S, magari con qualche ambiguo giro verbale, nel gioco parlamentare per il governo di minoranza con accordo sul programma con altri partiti.
    Ma tuttavia il M5S è lontano dal modello di Podemos – la vera nuova invenzione della politica odierna. In esso infatti non è possibile alcuna autentica dialettica interna di opinioni e di correnti, e pertanto non è possibile una vera discussione tra diverse posizioni politiche, cui segua un razionale compromesso: l’idea è quella del partito-sondaggio, che riflette specularmente l’opinione media. Questo almeno è ciò che è avvenuto dall’ingresso del partito nella politica nazionale: la linea ondivaga di Grillo è stata determinata dall’inseguimento dei sondaggi (di cui la Casaleggio Associati è fornitrice). Un’eventuale responsabilità di governo, insieme all’innovazione decisionista del “capo politico”, potrebbe costringere il partito a darsi una vera linea politica. Può darsi anche i 5S si siano accorti che il loro calo di voti in termini assoluti alle europee del 2014 era dovuto alla loro politica nazionale di pura attesa. L’elettorato post-ideologico di oggi, giovanile e non, non è rivoluzionario, né ribellista, ma pragmatico, e non vuole aspettare indefinitamente il sol dell’avvenir.

 

  1. NON SI PUÒ FARE IL SOVRANISMO IN UN SOLO PAESE. PER UN NUOVO KEYNESISMO (CON UN’ADEGUATA DOMANDA INTERNA) CI VUOLE UNA SCALA EUROPEA. Per quanto si possa criticare l’autoritarismo, lo spettacolarismo e il personalismo del M5S, il suo punto debole per una lotta contro il capitale finanziario globale fino ad oggi è stata la mancata costruzione di una rete anticapitalistica dentro l’Europa per modificarne le norme in senso keynesiano e welfaristico (vedi il progetto di Varoufakis, http://diem25.be/manifesto-long/). Anche se è possibile che il M5S rinneghi nei fatti l’alleanza con Farage (che comunque uscirà dall’Europarlamento) su questo punto per il breve periodo non si può che essere pessimisti. E questo comporta problemi strategici sia per quanto riguarda l’Italia che per quanto riguarda l’Europa. Cogli attuali rapporti di forza, se anche il M5S con un governo di minoranza riuscisse a proporre una qualche politica keynesiana, tale politica sarebbe verosimilmente ostacolata e boicottata da varie forze dell’establishment italiano e europeo. Forse un tentativo del genere, anche se fallito, potrebbe muovere altri partiti e movimenti in Europa e far cambiare gli equilibri del prossimo parlamento europeo. Ma forse potrebbe invece convincere l’opinione pubblica potenzialmente favorevole alla destra radicale e antidemocratica che quest’ultima via, e non quella moderata del M5S, è quella vincente. Forse.

 

  1. IL CAPITALISMO SELVAGGIO NON SOLO AUMENTA LA DISUGUAGLIANZA ECONOMICA E SOCIALE, MA METTE ANCHE IN PERICOLO COSTANTE LA PACE E L’AMBIENTE. In un orizzonte così incerto non è irragionevole la proposta di chi vuol barcamenarsi a gestire l’esistente e ad evitare il peggio sul breve periodo. È però chiaro che le forze che si impegnano in tale gestione hanno poche probabilità di contribuire alla costituzione di un eventuale futuro partito modello Podemos, collegato su scala europea, ciò che vuol dire partecipare ad un’impresa che mira al recupero della massa degli esasperati e degli astensionisti, che oggi non sono solo antipolitici e indifferenti. Una prospettiva del genere per ora può esistere solo come ipotesi teorica e come parola d’ordine per i movimenti. Eppure è urgente una risposta su scala europea non solo ai problemi economici e sociali, ma anche a quelli della guerra mondiale a pezzi e del degrado ambientale globale, che tra l’altro sono rimasti fuori dalla nostra campagna elettorale (il riferimento all’estero in tale campagna riguardava solo il nostro bagnasciuga come luogo di sbarco di “clandestini” da fuori).
    A qualunque scala, nazionale o europea, per la formazione di un soggetto politico delle classi subalterne si aprono difficili problemi. C’è una contraddizione tra la necessità di un partito in qualche modo pedagogico che contrasti l’egemonia neoliberista e la realtà dei formati politici postmoderni. Questi ultimi a loro volta oscillano tra il modello della coeducazione tra pari con il conseguente rifiuto della leadership (i movimenti ricordati dell’inizio del secolo, Occupy Wall Street, gli indignados, e, almeno in teoria, Podemos e i primi meet-up di Grillo), e l’affabulazione populista lideristica, che, tuttavia, difficilmente può fare a meno di riferirsi almeno mitologicamente al primo modello.
    La risposta a questi problemi è urgente e necessaria, ma forse impossibile (riprendo l’espressione di Luciano Gallino, che intitolava la Parte IV di Finanzcapitalismo “riforme forse   impossibili ma necessarie”).