La crescita delle disuguaglianze tra arretramento delle politiche e scomparsa della politica

di Sandro Busso

 

 

Le riflessioni oggetto di questo contributo scaturiscono dalla lettura e dalla discussione pubblica del volume di Maurizio Franzini e Mario Pianta Disuguaglianze. Quante sono, come combatterle (Laterza, 2016). Il testo, che si discosta dagli approcci descrittivi di molti contributi in materia, ha tra i numerosi punti di forza quello di tentare una sistematizzazione delle cause del forte aumento delle disuguaglianze verificatosi negli ultimi trent’anni. A questo proposito, i due autori identificano quattro “motori” all’origine di questa evoluzione: (1) l’aumento del potere del capitale sul lavoro, (2) lo sviluppo di un capitalismo oligarchico, (3) l’individualizzazione delle condizioni economiche e (4) l’arretramento della politica. Proprio quest’ultimo meccanismo sembra avere un ruolo cruciale, dal momento che, come ci spiegano gli autori, interagisce significativamente con i precedenti, non limitandone adeguatamente gli effetti perversi o, addirittura, potenziandoli. Da un lato, infatti, si registra una progressiva diminuzione della funzione redistributiva dei sistemi di welfare. Dall’altro, politiche di privatizzazione e liberalizzazione rafforzano le posizioni di privilegio limitando al contempo le occasioni di mobilità sociale.

L’arretramento, o più in generale la responsabilità, della politica costituisce in effetti un nodo cruciale che merita di essere approfondito. L’osservazione della trasformazione del complesso di policies in materia di welfare e lavoro, tuttavia, non è sufficiente per comprendere a pieno questa dinamica, che sembra richiedere l’adozione di una prospettiva più ampia. L’inadeguatezza delle politiche nel contrastare le disuguaglianze, e la loro responsabilità nel promuoverne la crescita, hanno infatti origine, a monte, in una trasformazione del discorso politico e delle modalità di esercizio del potere la cui analisi costituisce un tassello fondamentale per la comprensione del fenomeno. Politica e politiche, dunque, pur essendo ovviamente strettamente connesse costituiscono oggetti di osservazione che possono – e talvolta devono – essere analiticamente distinti.

Il “campo” delle disuguaglianze appare a chi scrive esemplare della distanza tra i due piani. Paradossalmente, infatti, è proprio sul piano della politica che si sono verificati negli ultimi decenni i cambiamenti più rilevanti, a fronte di un impianto delle politiche e di un andamento del fenomeno che sembrano segnati da una sostanziale continuità. Anzi, proprio la trasformazione del discorso e degli assetti di potere può essere letto come uno degli elementi cardine nel permettere questa continuità, che si sviluppa nel solco tracciato dal neoliberismo politico alla fine degli anni settanta. Un elemento in particolare sembra rivestire un ruolo centrale, ovvero il processo di de-ideologizzazione e depoliticizzazione in atto a partire dagli ultimi anni del secolo scorso: come suggerisce tra gli altri Moini[1], proprio la capacità di depoliticizzarsi costituisce infatti uno dei principali “segreti del successo” dei neoliberismi.

Ma in cosa consiste questa dinamica, e perché è così rilevante per comprendere la crescita delle disuguaglianze?

Il concetto di depoliticizzazione è stato negli ultimi vent’anni oggetto di una attenzione crescente ed è andato caricandosi di molteplici significati e sfaccettature, il cui tratto principale rimane però l’occultamento della natura politica delle scelte riguardanti l’intervento pubblico, realizzato principalmente per mezzo della cessione di responsabilità ad organi cosiddetti tecnici e dell’inserimento di vincoli (prevalentemente di natura economica) definiti come “esterni” e volti a limitare lo spazio di manovra dei governi nazionali e locali. La riduzione delle alternative percepite come percorribili ha poi, nel tempo, dato origine ad un altro fenomeno ugualmente rilevante, quello del restringimento dello spazio discorsivo e della rimozione del conflitto attorno ad esse.  Proprio in questo senso la depoliticizzazione si rivela uno strumento fondamentale per garantire continuità alle politiche anche in presenza di cambiamenti nell’ambito della politics.

Una simile dinamica è particolarmente evidente in materia di disuguaglianze. Durante gli anni del trionfo del neoliberismo politico, infatti, il tema era trattato in modo esplicito nel dibattito politico, ed oggetto di aspre contese. La presenza di disuguaglianze era considerata funzionale, se non essenziale, ad un modello di sviluppo centrato sulla cosiddetta trickle down economy, in cui il successo dei “primi” avrebbe creato ricchezza e benessere, di cui nel lungo periodo tutti avrebbero beneficiato. Un celebre discorso tenuto da Margaret Thatcher alla Camera dei Comuni nel 1990[2] ben si presta ad illustrare non solo la rilevanza, ma anche il tono del dibattito. Proprio nel suo ultimo intervento in qualità di Primo Ministro, Thatcher rispose sprezzante ad un duro intervento di un deputato della sinistra socialista accusandolo di “preferire che i poveri fossero più poveri, a patto che i ricchi non diventassero più ricchi”, chiarendo poi come puntando alla riduzione del gap non si sarebbero mai create “ricchezza ed opportunità”. L’intervento non solo suona come un manifesto del neoliberismo in materia di disuguaglianze, ma chiarisce l’attenzione al tema e la netta contrapposizione tra le posizioni in campo: l’elogio delle disuguaglianze come unica alternativa possibile per la crescita, contro la richiesta di una maggiore uguaglianza delle condizioni materiali, e non solo delle opportunità. La fase del neoliberismo politico è dunque caratterizzata, in questo senso, da un allineamento tra “politiche” e “politica”, nonché tra pratiche e discorsi.

Un simile allineamento non è invece ravvisabile nella fase successiva, quella simbolicamente avviata con la vittoria del New Labour di Tony Blair nel 1997, che segna l’avvio del successo della Terza Via o del cosiddetto approccio post-ideologico alle politiche, la cui attuale diffusione a livello europeo è spesso sottovalutata. La nuova stagione, infatti, si caratterizza per un cambio di direzione non solo nelle retoriche ma anche nello stile di esercizio del potere. Segnato da un’impronta fortemente pragmatica e orientata ai risultati, il modello della terza via si distacca profondamente da posizioni di principio o “ideologiche”, rivestite (come spesso è accaduto nella storia) di un forte alone negativo. Viene così a cadere la contrapposizione politica circa la desiderabilità o meno di un elevato livello di disuguaglianze. Al contrario si costruisce un discorso egemone e facilmente condivisibile, lontano dal radicalismo thatcheriano, ma altrettanto distante dai principi egualitaristi a questo contrapposti. Gli elementi centrali dello slittamento discorsivo sono due. Il primo è lo spostamento del focus dall’uguaglianza tout court all’uguaglianza delle opportunità, che ben si coniuga con il processo, avviato dal neoliberismo, di responsabilizzazione dei poveri. Il secondo è la comparsa, centrale nel discorso europeo, di concetti come quello di coesione sociale, inclusione, o più semplicemente lotta alla povertà. Al centro dell’attenzione non è più il livello di disuguaglianza di una società nel suo complesso, ma piuttosto la condizione di poveri e vulnerabili.

La nuova retorica esclude dalla mappa il problema dei più ricchi concentrando l’attenzione soltanto sugli esclusi, ed appare per questo molto più rassicurante per le classi elevate. Inoltre, l’affermazione del modello post-ideologico, ponendo l’enfasi sui risultati delle politiche piuttosto che sui loro presupposti, spegne il dibattito politico sul “cosa” fare, concentrandolo piuttosto sul “come” farlo in modo efficace.  I problemi di ambiguità oggetto della contesa politica lasciano così spazio a questioni di incertezza, affrontabili attraverso un maggior afflusso di informazioni e adeguate conoscenze tecniche. In questo modo, il ruolo della politica diviene sempre più marginale a mano a mano che l’afflusso di informazioni e saperi scioglie l’incertezza facendo emergere la “one best way”. Come nota Sanderson, attraverso questo passaggio il ruolo di governo si riduce all’esercizio di una “social technology”[3].

In questo scenario di depoliticizzazione crescente del tema, l’aumento costante delle disuguaglianze e la continuità delle politiche di liberalizzazione, precarizzazione del lavoro e in molti casi di privatizzazione prendono forma senza il livello di conflittualità e attenzione che aveva caratterizzato il periodo del successo del neoliberismo politico. Il celebre slogan “there is no alternative” scompare dalla scena, ma non per questo sembrano prendere corpo modelli differenti. A rafforzare ulteriormente questa dinamica è poi la crescente subordinazione della politica all’economia che accompagna il processo di globalizzazione e quello di integrazione europea. Dalla definizione dei parametri di Maastricht alla più recente ondata di “austerity”, gli spazi di manovra in materia di contrasto alle disuguaglianze sembrano ulteriormente ridursi. Il risultato è un dibattito impoverito, in cui all’ingerenza dell’economia in politica, si aggiunge il problema di una crescente “economia di politica”, come la definisce efficacemente de Leonardis.

La contrazione dello spazio discorsivo e l’appiattimento sulla dimensione economica del contrasto alla disuguaglianza non riguardano però soltanto la politica. Anche l’accademia e il mondo della ricerca (così come molti altri attori del discorso pubblico) sembrano allinearsi nella ricerca di spiegazioni e nell’adozione di un vocabolario che fanno capo sostanzialmente allo spazio semantico dell’efficacia e delle ricadute economiche. Ciò avviene a prescindere dalle posizioni in campo e non sembra riguardare soltanto quanti sostengono ricette più vicine alla tradizione neoliberista. Al contrario, proprio le argomentazioni a favore di un maggior contrasto alla crescita delle disuguaglianze si soffermano in modo particolare sulle conseguenze in termini di crescita e costi sociali del loro aumento, piuttosto che sugli effetti positivi delle politiche sociali e del welfare state. Beninteso, questo tipo di retoriche non rappresentano certo una novità, se pensiamo che anche nei Trenta Gloriosi il welfare e la spesa sociale furono sostenuti come motore di crescita e contrasto alla crisi, basti pensare ai presupposti delle politiche keynesiane. Tuttavia, il progressivo arretramento delle questioni di giustizia e di valore rischia di alimentare un evidente corto circuito: anche i “campioni del welfare state”, finiscono infatti per essere prigionieri di un sistema in cui le uniche politiche “legittime” sono quelle efficaci in termini di crescita. Un simile registro discorsivo contribuisce ad espellere dalla “mappa” delle argomentazioni la difesa di politiche redistributive come scelta di valore, basata unicamente sul principio di uguaglianza delle condizioni di vita, e da attuare indipendentemente dagli esiti sistemici.

Ma quali sono le conseguenze di questa trasformazione del discorso e, in particolare, dell’indebolimento delle retoriche sulla redistribuzione come strumento di giustizia sociale?

Un primo punto, che rappresenta la naturale conseguenza del clima culturale attorno al tema, ha sicuramente a che fare con la legittimazione dello stato attuale della disuguaglianza e delle politiche di contrasto. Semplificando, sembra mancare il terreno fertile per quegli interventi che molti osservatori[4] hanno nel tempo individuato come possibili correttivi, su tutti la tassazione dei patrimoni e l’istituzione di un reddito di base.  Ciò dipende dall’elevata tolleranza della nostra società alle disuguaglianze che, pur assumendo diverse sfumature, rappresenta forse l’eredità più diffusa della stagione del neoliberismo politico. In particolare, un elemento fondamentale è la persistenza di due concetti che proprio in quella stagione si sono affermati, e che la successiva fase di governi di centro-sinistra avviata a partire dalla fine degli anni novanta in diversi paesi d’Europa non sembra aver scalfito: quello di merito e quello di responsabilità individuale. Entrambi, infatti, pur essendo da lungo tempo presenti nel dibattito sulle politiche sociali, assumono alla fine del trentennio keynesiano un carattere quasi dogmatico. L’idea che si radicalizza è che gli aiuti pubblici, quale che sia la forma che assumono, vadano dedicati alle persone “incolpevoli” della condizione di esclusione, in grado di dimostrare dedizione, abnegazione e responsabilità, e soprattutto capaci di “farsi carico” della responsabilità circa gli esiti dei loro percorsi assistenziali. A rafforzare questa convinzione è un processo di stigmatizzazione delle politiche di trasferimento economico, considerate sempre più spesso “passivizzanti” e inclini a destare atteggiamenti “predatori” e disonesti. Prendono così quota lo stigma della dipendenza[5] e del cosiddetto assistenzialismo, emblema di interventi inefficaci ed eticamente non condivisibili.

All’interno di un simile frame, la percezione pubblica delle disuguaglianze si scompone. Da un lato si collocano le disuguaglianze considerate ingiuste, ovvero non legate al demerito e alla responsabilità delle persone. Dall’altro si trovano quelle “accettabili”, prodotto delle condotte individuali e dunque ascrivibili al merito, la cui natura socialmente costruita sembra troppo spesso, a parere di chi scrive, essere dimenticata dagli osservatori e dal dibattito pubblico. La distinzione si ripropone in modo analogo se si guarda alle politiche di contrasto. Non solo, come detto poc’anzi, sono considerate accettabili soltanto le politiche in grado di produrre risultati concreti e misurabili e non quelle basate sulle buone intenzioni. In più, il campo della legittimità si restringe ulteriormente a quegli interventi considerati responsabilizzanti e rivolti a persone meritevoli. Questo passaggio è particolarmente rilevante poiché aiuta a comprendere come le politiche contro la disuguaglianza perdano il loro “diritto di cittadinanza” per effetto della trasformazione del discorso politico. La disuguaglianza, infatti, è per definizione un attributo della società nel suo complesso e le politiche di contrasto riguardano necessariamente tutti suoi membri: anche a livello semantico sono le società ad essere disuguali, non i singoli (che al più possono essere definiti diversi). Al contrario, la povertà e l’esclusione sono attributo degli individui, e dunque si prestano ad interventi selettivi e rivolti a specifiche fasce di cittadinanza. Non è allora un caso se il contrasto all’esclusione (dei singoli, meglio se meritevoli) trova più facilmente spazio nel dibattito.

Le trasformazioni sul piano politico non influiscono però soltanto sulla legittimazione del complesso delle politiche di contrasto, e dunque sul loro grado di sviluppo. Le distinzioni di cui sopra contribuiscono infatti anche a cambiare la loro forma. Questa influenza è evidente nel paradigma attualmente dominante in materia di politiche sociali, il cosiddetto social investment, che non a caso è strettamente legato con il modello della Terza Via. L’idea da cui si origina il nome è quella che il welfare non deve più essere una semplice spesa “a fondo perduto”, ma deve, per l’appunto, costituire un investimento in grado di produrre rendimenti per la società. Perché ciò avvenga, le risorse non devono più essere dedicate (soltanto) a migliorare le condizioni di vita delle persone in difficoltà, ma vanno piuttosto impiegate a rinforzarne il capitale umano, rendendole adatte ad affrontare il mercato del lavoro. Tale approccio è perfettamente in linea con il principio delle pari opportunità: dare a tutti la possibilità di competere, rendendo così l’esito finale, e le disuguaglianze che inevitabilmente porta con sé, accettabili. Pur semplificata e in una certa misura estremizzata, questa rappresentazione aiuta a comprendere l’enfasi crescente sulle cosiddette politiche di attivazione che in quasi tutti i paesi accompagnano, e talvolta sostituiscono, gli interventi di trasferimento economico. Analogamente, il concetto di merito alimenta il principio della condizionalità dei trasferimenti e dei benefici, secondo cui i titolari di sussidi possono rimanere tali a condizione di adottare determinati comportamenti, in primo luogo la ricerca attiva del lavoro. Il modello dominante di intervento si discosta sempre più dall’idea di un reddito di base come diritto universale, muovendo verso un modello in cui la redistribuzione non è per tutti, ma soltanto per quanti dimostrino di meritarla[6] e, possibilmente, di essere in grado di emanciparsi in fretta dai trasferimenti. Proprio la capacità delle politiche di rendere autonome le persone attraverso il loro ingresso nel mercato del lavoro diventa, infatti, il principale indicatore di efficacia degli interventi. Se l’obiettivo in sé appare ampiamente condivisibile, non si può tuttavia fare a meno di notare come questo interagisca in modo pericoloso con un approccio spiccatamente pragmatico, soprattutto se è in grado di affermarsi come unico obiettivo delle politiche. Per essere “efficaci” in termini di outcome misurabili, le politiche tenderanno sempre più a selezionare profili di beneficiari “occupabili” e dunque in grado di garantire un esito positivo ai percorsi. La dinamica si ripresenta in modo analogo anche allargando lo sguardo alle politiche in materia di lavoro. L’obiettivo di un aumento dei tassi di occupazione, complice anche la costruzione degli indicatori in materia, si traduce in molti contesti in una progressiva riduzione dei salari e delle tutele, che rendono le assunzioni meno rischiose e meno costose per le imprese, e il lavoro sempre più precario anche nei settori ad elevata qualificazione. Fondate su questi assunti, le politiche sociali possono, paradossalmente, diventare esse stesse un motore della crescita delle disuguaglianze.

Riportare la politica al centro del discorso è dunque un passaggio essenziale della strategia di contrasto delle disuguaglianze. Ad essa, infatti, spetta il compito di allargare i confini di uno spazio discorsivo sempre più ristretto, e di ridare cittadinanza ai principi di giustizia ed equità a scapito di quelli di efficacia ed efficienza. Senza questo passaggio, quanto è lecito aspettarsi dalle politiche attuali e da quelle che verranno?

 

 

[1] Moini, G. (a cura di), Neoliberismi e azione pubblica. Il caso Italiano, Ediesse, Roma, 2015.

[2] https://www.youtube.com/watch?v=okHGCz6xxiw.

[3] Sanderson, I., Is it «What Works» That Matters? Evaluation and Evidence Based Policy-Making, in «Research Papers in Education», 18, 4/2003, pp. 331-345.

[4] Su tutti, si veda Atkinson, A.B. Inequality. What can be done?, Harvard University Press, 2015.

[5] Si veda, su questo punto, Sennett, R. Rispetto, il Mulino, 2003.

[6] In un suo noto discorso Blair definisce questo approccio come “compassion with a hard edge”.