L’antipolitica e il partito del sottosuolo

 

di Piero Meaglia*

 

 

La lettura del saggio di Alfio Mastropaolo mi induce a pormi due domande: 1) quante e quali sono le categorie di politici e amministratori che oggi subiscono l’attacco dell’antipolitica? 2) e, soprattutto, ci sono invece categorie che riescono a sottrarvisi?

Circa la prima domanda, l’autore indica come bersagli dell’antipolitica ovviamente i «politici», e più specificamente i parlamenti e i partiti. Mi sembra però che oggi l’ondata antipolitica sia diventata così onnipervasiva da investire anche altri soggetti. Ad esempio, non solo le assemblee legislative nazionali, ma anche le tante assemblee dei governi locali (e i loro esecutivi), che in Italia si sono moltiplicate nel corso dei decenni: consigli regionali, provinciali, comunali, circoscrizionali, ecc. E le burocrazie, gli apparati amministrativi che attuano le decisioni di queste tante assemblee e dei rispettivi organi esecutivi. Per quanto riguarda i partiti, non solo i vertici, ma anche la stessa base: ormai anche i semplici militanti avvertono su di sé il livore antipolitico che circonda le loro organizzazioni, benché continuino a venire cercati e riveriti da cittadini che chiedono loro qualche modesto «favore».

Circa la seconda domanda, mi sembra che vi sia una componente dei partiti che riesce a sottrarsi al vento dell’antipolitica. A questo proposito vorrei introdurre una osservazione riguardo alla tripartizione, diffusa negli studi politologici, secondo cui nei partiti contemporanei occorre distinguere il Party in Central Office, composto da coloro che occupano la cariche principali nell’organizzazione del partito, il Party in Public Office, costituito dai rappresentanti del partito nelle assemblee elettive e negli esecutivi, e il Party on the Ground, cioè il complesso dei militanti politici di base, gli iscritti attivi delle sezioni e dei circoli territoriali, parte dei quali sono anche presenti nei consigli e negli esecutivi delle amministrazioni locali. Ebbene, l’ondata antipolitica di tipo antipartitocratico sembra risparmiare una quarta componente del partito, quella che chiamerei, con una espressione un po’ giornalistica, il partito dei «consiglieri di amministrazione». E’ una componente che mi sembra un po’ trascurata dagli studiosi dei partiti politici. In un libro recente, ad esempio, gli autori adottano la tripartizione alla quale ho appena accennato[1]. Mi colpisce che questa tripartizione lasci fuori quella quarta dimensione dei partiti, che pure è così fiorente nel nostro paese. Negli ultimi dieci – venti anni si sono moltiplicati organismi non elettivi, come le agenzie che affiancano gli assessorati, i comitati nominati dalle assemblee elettive, i consorzi di comuni, le autorità di bacino, le società a capitale pubblico o misto alle quali i governi locali affidano i servizi pubblici, ecc. Ne ho sicuramente elencati solo una parte, ed inoltre ho solo menzionato quelli che sono espressione dei governi locali: ve ne sono molti altri che affiancano il governo centrale. E vi sono i consulenti che vivono degli incarichi affidati loro dagli enti pubblici. In tutti questi luoghi o funzioni i partiti cercano di collocare sia i propri iscritti, sia quei non iscritti che pudicamente vengono chiamati «vicini» ad un partito. Sono questi gli uomini e le donne che potrebbero venire considerati i membri della quarta dimensione dei partiti, che nel nostro paese è in continua espansione nonostante tentativi poco riusciti di ridurne l’ampiezza e i costi[2].

Per quali ragioni questa dimensione dovrebbe venire considerata una vera e propria quarta «parte» dei nostri partiti e giudicata importante almeno quanto le altre? Ne indico almeno cinque: 1) Nei luoghi in cui sono collocati, e dove figurano come presidenti o membri  dei consigli di amministrazione, come amministratori delegati, come direttori, come funzionari, o anche solo come dipendenti di livello inferiore, essi curano gli interessi del partito che li ha nominati; 2) spesso versano al partito una parte degli emolumenti che percepiscono; 3) a volte si occupano del reperimento occulto di risorse per il loro partito, e alcuni finiscono coinvolti nelle indagini della magistratura; 4) in molti casi lavorano solo formalmente negli organismi nei quali sono stati nominati, e svolgono altrove la funzione di militanti di partito a tempo pieno o quasi. Non li troviamo al lavoro nelle sedi degli enti di cui ufficialmente fanno parte. Li troviamo negli uffici dei gruppi consiliari dei governi locali a svolgere attività per il partito, oppure li vediamo percorrere il territorio come un tempo i funzionari dei «partiti organizzati di massa». Sono coloro che Angelo Panebianco ha chiamato i «professionisti politici occulti»[3]; 5) a capo di queste agenzie, consigli, consorzi, ecc. vi sono spesso uomini politici che in precedenza hanno fatto parte delle assemblee elettive centrali o locali, ma che non sono stati rieletti o ricandidati, e ai quali il partito ha offerto una collocazione risarcitoria in questi enti di sottogoverno. Una collocazione temporanea o permanente. Alcuni infatti vi restano solo un certo periodo di tempo e poi vengono nuovamente candidati: è la versione italiana della «porta girevole», continuamente attraversata nelle due direzioni dai membri del ceto politico e amministrativo. Altri invece intraprendono la carriera di dirigenti pubblici non elettivi, e rimarranno definitivamente dei «professionisti politici occulti». Raramente, dopo un insuccesso elettorale, chi è entrato a far parte del ceto politico torna alla sua precedente occupazione. Scrivono Rizzo e Stella: «la Casta politica, una volta che sei dentro, ti permette quasi sempre di campare tutta la vita. Un po’ in Parlamento, un po’ nei consigli di amministrazione, un po’ ai vertici delle municipalizzate, un po’ nelle segreterie. Basta avere un po’ di elasticità»[4].

Qui però non importa sapere se sia plausibile considerare questa categoria di persone una parte del partito a pieno titolo, al pari delle altre tre. Interessa piuttosto sottolineare che questa categoria sfugge per lo più ai sentimenti antipolitici della maggioranza dei cittadini, a quella maggioranza che ha soltanto una idea vaga del modo in cui funzionano i partiti e la pubblica amministrazione, e per la quale i «politici» sono soprattutto gli eletti nelle assemblee e i membri degli esecutivi.  Perché le sfugge? Perché i mezzi di comunicazione di massa ne parlano troppo poco e in modo troppo superficiale. I giornali, le emittenti televisive, quelle radiofoniche ci raccontano quotidianamente quel che fanno i membri più importanti della assemblee elettive (Party in Public Office) e i dirigenti di partito (Party in Central Office). La stampa locale dà conto anche dell’attività delle sezioni e dei circoli locali (Party on the Ground). Ma poco ci viene detto della «quarta parte» del partito. Essa è la parte sommersa dei partiti politici. Ne è la parte più «invisibile».

Non voglio dire che l’attività delle altre parti sia molto trasparente. E’ vero che parlamentari, ministri, dirigenti di partito compaiono sulle pagine dei quotidiani e in televisione, rilasciano dichiarazioni, discutono con altri membri della classe politica. Così ottengono «visibilità». Ma quale visibilità? In realtà non sappiamo quali discussioni si sono svolte nel chiuso dei loro uffici, quali trattative siano discretamente intercorse tra i dirigenti, quali scambi occulti siano avvenuti tra partiti che in pubblico, di fronte agli elettori, si presentano come accesi avversari. Tuttavia sappiamo almeno che questi politici esistono. I mezzi di comunicazione li rendono noti ai più. Se vogliamo indagare sulle loro azioni sappiamo almeno da dove cominciare. Non è così per la quarta porzione del partito. Troppo occupata ad inveire contro il Party on the Public Office, la maggioranza poco informata dei cittadini non la conosce: e così accade che essa riesce ad eludere i sentimenti antipolitici.

E’ interessante notare che anche Beppe Grillo, il grande fustigatore della nostra classe politica, ha finito anch’egli per puntare l’attenzione sul Party on the Public Office. Dopo avere altre volte denunciato la corruzione anche nei livelli inferiori della piramide del potere, alla fine il suo movimento ha prodotto tre richieste che riguardano tutte e soltanto i vertici, o meglio i membri del parlamento: riduzione del loro numero, permanenza nella carica per non più di due legislature, non candidabilità dei condannati in primo grado. Anche Grillo, almeno in questa circostanza, ha scelto la via facile, diseducativa, pericolosa, dell’«antiparlamentarismo». Anch’egli non ha sfruttato le ricchezza delle indagini con cui giornalisti, studiosi, ed egli stesso, hanno cercato in questi anni di illuminare il mondo semisommerso del «sottogoverno».

Uso consapevolmente questo termine per ricordare che già Norberto Bobbio aveva incluso il «sottogoverno» tra i luoghi del potere invisibile, o per lo meno poco trasparente. In alto sta il «governo visibile», le istituzioni elettive che, almeno apparentemente, realizzano l’ideale democratico del potere esercitato in pubblico, alla luce del sole, aperto allo sguardo dei cittadini. In basso sta il vero e proprio governo invisibile, il  «criptogoverno», costituito dall’«insieme delle azioni compiute dalle forze politiche eversive che agiscono nell’ombra in collegamento coi servizi segreti, o con una parte di essi, o per lo meno da questi non ostacolati»[5]. Tra il primo e il secondo si trova il «sottogoverno», più visibile del criptogoverno ma meno visibile del governo. E’ il potere «semisommerso (o semipubblico)», posto a mezzo tra il «potere emergente (o pubblico)» e quello «sommerso (o occulto)». Il sottogoverno, o potere semisommerso, ha luogo «là dove il governo ha assunto il compito del governo dell’economia», dove «la classe politica esercita il potere non più soltanto attraverso le forme tradizionali della legge, del decreto legislativo, dei vari tipi di amministrazione […] ma anche attraverso la gestione dei grandi centri del potere economico (banche, industrie di stato, industrie sovvenzionate dallo stato, ecc.), dalla quale oltretutto trae i mezzi di sussistenza degli apparati dei partiti»[6]. Oggi in Italia la classe politica si è in parte, almeno formalmente, ritirata dai «grandi centri del potere economico», ma ha creato e colonizzato tanti piccoli centri di potere a livello locale, dove prospera la quarta dimensione dei partiti, quella che abbiamo chiamato per brevità il «partito dei consiglieri di amministrazione». Seguendo le suggestioni di Bobbio, potremmo definirlo il «partito semisommerso (o semipubblico)», che affianca gli altri tre, il Party on the Ground, quello in Central Office e quello in Public Office. Non solo li affianca: li sostiene e li finanzia. Ne costituisce le fondamenta, come tali sotterranee. Dopo il libro di Rizzo e Stella è diventato l’oggetto di molti libri di denuncia. Ma i mezzi di comunicazione popolari ne parlano poco. Il grande pubblico, quello che non si preoccupa di andare oltre l’apparenza, quasi ne ignora l’esistenza: il «partito sotto il suolo», o del «sottosuolo», può prosperare indisturbato.

 

 

 

 

* Piero Meaglia è dottore di ricerca in Storia del pensiero e delle istituzioni politiche (Università di Torino).

[1] Luciano Bardi, Piero Ignazi, Oreste Massari, I partiti italiani. Iscritti, dirigenti, eletti, Egea-Università Bocconi Editore, Milano 2007.

[2] Si veda in proposito il libro di Cesare Salvi e Massimo Villone, Il costo della democrazia. Eliminare sprechi, clientele e privilegi per riformare la politica, Mondadori, Milano 2005, nuova ediz. 2007.

[3] A. Panebianco, Modelli di partito. Organizzazione e potere nei partiti politici, il Mulino, Bologna 1982, p. 429 e soprattutto p. 434: «E’ una figura indissolubilmente legata all’espansione dell’intervento dello Stato e alla sua colonizzazione da parte dei partiti. Il professionista occulto, colui che nominalmente svolge un lavoro in enti pubblici o parapubblici – sulla cui politica delle assunzioni il partito esercita un controllo – ma che in realtà fa politica a tempo pieno, è, fra tutte, la figura di professionista la più ambigua».

[4] Sergio Rizzo, Gian Antonio Stella, La casta. Così i politici italiani sono diventati intoccabili, Rizzoli, Milano 2007, p. 173.

[5] La democrazia e il potere invisibile [1980], poi in Il futuro della democrazia, Einaudi, Torino 1984, 2a ediz. 1991, p. 109.

[6] Ivi, p. 107.