Sulla formazione del prossimo governo

di Mario Dogliani

Proporre una interpretazione approfondita delle cause lontane e recenti che sono sfociate nell’esito delle elezioni del 4 marzo è per me ancora difficile. Mi limito dunque ad alcune considerazioni di carattere costituzionalistico sul problema della formazione del prossimo governo.

1.- Qual è l’urgenza più grave del momento?

E’ quella di formare subito un governo? No.

L’urgenza più grave è quella di dare un assetto serio al sistema politico del Paese. Per “serio” intendo un assetto intelligibile, composto di soggetti politici dotati di una identità che non derivi da un programma fatto di gesti elettorali e di affabulazioni, ma che esprima il loro “ubi consistam” sociale e la conseguente – il più possibile dettagliata – proposta di politiche.

Per dirla con una battuta di Michele Prospero – formulata durante una chiacchierata al telefono, e che dunque non posso citare modis et formis – l’urgenza più grave è finirla con questo mondo “ariostesco”, con questi soggetti politici “ariosteschi” (e con questa sinistra “ariostesca”, che vive in un mondo di immagini e fantasie, su se stessa e sul mondo).

Oggi questo assetto serio non c’è perché il M5S, il partito che ha raccolto più voti alle elezioni – presentandosi da solo – ha detto e fatto, nel periodo elettorale, il contrario di quanto aveva detto e fatto nella sua storia precedente (a tacere del merito delle cose dette e fatte, a sua volta pieno di contraddizioni).

D’altro canto, la coalizione di destra, – il “soggetto elettorale” che ha raccolto più voti in assoluto – è portatore di un programma che – sorvolando sulle sue contraddizioni interne, solo nascoste per motivi di tattica elettorale (il che ci porta alla “non serietà” del M5S) – presenta molti e gravi aspetti di non assonanza (diciamo così, con un eufemismo) con la Costituzione. (Su questo tornerò più avanti).

Le proposte che il PD favorisca la formazione di un governo del M5S o della coalizione di destra – anche solo con l’astensione esplicitamente negoziata con una di tale forze – appaiono tuttora irrealistiche, per quanto siano in molti che le sostengono, soprattutto la prima. Tale astensione necessariamente richiederebbe infatti un, per quanto limitato, accordo su alcune politiche; o per lo meno un apprezzamento; e oggi non è dato immaginarli, né in una direzione, né nell’altra. Per quanto, in favore della prima militino una (molto) parziale coincidenza tra gli obiettivi programmatici e una (molto) parziale coincidenza tra le basi sociali storiche; e, in favore della seconda, il tentativo di recuperare consenso nel mondo operaio (lasciamo perdere la definizione di “classe”) e in quello delle piccole imprese, dell’artigianato e del commercio. In favore di entrambe: la formazione rapida del nuovo Governo e il conseguente allontanamento di rischi speculativi sul debito pubblico e sui titoli azionari italiani.

Da un punto di vista razionale il problema se un accordo politico con il M5S (accordo minimo, per governi “di scopo”, o più ampio) sia auspicabile o meno dovrebbe porsi in futuro, sulla base della nuova identità effettiva (comprovata dai fatti, e dichiarata in un Congresso) che assumerà il M5S e di quella che assumerà il PD. Ad oggi, infatti, le divaricazioni sono nettamente superiori alle convergenze, non solo sul piano delle strategie politiche, posto che quelle del M5S siano decifrabili, ma sul piano del reciproco riconoscimento intellettuale e morale.

Per quanto riguarda la destra (intesa in senso lato, compresi i suoi frammenti presenti nel M5S), in un regime parlamentare – ove non si dovrebbe mai dire mai – la prospettiva di accordi di scopo che la coinvolgano non può essere a priori esclusa. Ma una strategia più approfondita richiederebbe una sostanza intellettuale-politica-morale analoga a quella che, nel maggio 1936 spinse il gruppo dirigente del Pci (esule a Parigi) a iniziare «una larga azione di fraternizzazione» che si concretizzò nell’appello «Per la salvezza dell’Italia riconciliazione del popolo italiano!» e nel messaggio «ai fratelli in camicia nera». Ma di quella sostanza non resta nulla che possa sostenere un appello «ai fratelli in camicia verde» (o «in camicia gialla»).

2.- I tempi però urgono. Non solo per le minacce che il sistema finanziario internazionale porta al nostro – ahimè – debolissimo Paese; ma per le stesse condizioni in cui il Paese si trova, foss’anche l’unico sul pianeta. Condizioni definibili come “tardo-weimariane”: siamo davanti a un tracollo non solo della democrazia emancipante social-keynesiana (trascritta nella nostra Costituzione), ma della stessa democrazia formale (come a Weimar, analoghi essendo gli impulsi autoritari-identitari che si sono diffusi nel paese). E siamo sull’orlo del tracollo della stessa unità nazionale: non sarà sfuggito che sulla cartina elettorale l’area in cui assolutamente omogenea è stata la prevalenza del M5S ha gli stessi gli stessi confini del Regno borbonico e della prevalenza monarchica al referendum del ‘46. Con questo non voglio dare nessun giudizio morale sul Sud, ma solo rilevare che l’unità nazionale non è affatto compiuta.

Il problema assolutamente più grave e più urgente è dunque la tenuta del quadro istituzionale, e della società – se si preferisce, del popolo, o della nazione – che in quel quadro è (fragilmente) composta. Detto in altri termini: la tenuta del quadro istituzionale affinché riesca ad assestarsi un “serio” sistema politico.

Se la classe politica non avesse avuto, per troppi anni (e non avesse tuttora) troppa confidenza con le istituzioni; se non si fosse abituata, cioè, a trattarle come “cosa mia”, servendosi di esse per i suoi bisogni del momento (e così allevando una stampa sempre più dedita al pettegolezzo servile); e per di più rivendicando – al livello più alto, della forma di governo – il “diritto” di usarle per realizzare, maledicendo il principio di mediazione, il programma della forza “vincitrice” – da individuarsi costi quel che costi in termini di manipolazioni del corpo elettorale – non saremmo al punto in cui siamo.

3.- Per uscire dall’impasse  occorrerebbe ricordare:

– che il Parlamento è una cosa e il Governo un’altra (non è affatto detto che il nostro sistema parlamentare debba essere inteso in senso esasperatamente assembleare, come in troppi danno per scontato: un minestrone di “politici” e di rimasugli di partiti che fanno e disfano quel che vogliono);

– che il Governo dimissionario resta in carica “per il disbrigo degli affari correnti”. Ma sappiamo che questa limitazione è molto lasca, ed è ragionevole intendere che essa ricomprenda tutto ciò che è necessario affinché “ne quid detrimenti respublica capiat“.

Il problema è dunque del Parlamento, che ha il diritto di sostituire l’attuale Governo con un altro, ma non è in grado – per ora – di farlo.

Il rapporto tra il Parlamento e il Governo è dunque, oggi di “non sfiducia”: cosa perfettamente normale nelle forme di governo parlamentari in cui vige la regola della sfiducia costruttiva (Germania) o della non necessità del conferimento iniziale esplicito della fiducia (le forme parlamentari ottocentesche o quella semi-presidenziale-parlamentare odierna della Francia).

A questo proposito ci si potrebbe chiedere (per il futuro): l’accoglimento presidenziale delle immediate dimissioni del Governo, non appena eletti i Presidenti delle Camere, se è stata ineccepibile dal punto di vista della Costituzione vivente, è stata anche la più opportuna?[1] Le dimissioni del Governo date in occasione dell’insediamento del nuovo Parlamento (e il loro accoglimento presidenziale) non sono affatto imposte dalla Costituzione scritta, ma da una norma non scritta che si è formata in ossequio alla interpretazione rigidamente monista della forma di governo parlamentare. La norma non scritta in oggetto si è formata in ossequio al principio per cui il Governo deve godere della fiducia delle Camere “in atto”. Ma se queste – pur essendo nella piena possibilità giuridica di decidere sulla fiducia stessa – non sono in grado di farlo rapidamente, perché cacciarsi in un letto di Procuste invece di far leva sull’istituto della non-sfiducia, apertamente osannato da quanti richiedono l’introduzione esplicita in Costituzione del voto di sfiducia costruttivo? Se il Presidente della Repubblica, invece di accettare le dimissioni del Governo, le avesse respinte, rinviandolo alle Camere, si sarebbe rafforzata la posizione del Governo attualmente in carica, in vista degli urgenti impegni, interni e internazionali, che lo attendono, e si sarebbe compiuto un passo verso una interpretazione della forma di governo parlamentare che – senza minimamente svalutarla –  valorizza maggiormente il principio della divisione dei poteri. Allontanandosi così da quella interpretazione rigidamente monista della forma di governo parlamentare che, non da oggi, porta ad una visione assemblearista della medesima, foriera di disordine (vicino a quella degenerazione del parlamentarismo – a quella “cagnara” – che i Costituenti, con l’o.d.g. Perassi, vollero scongiurare). In una parola: il Parlamento in ogni caso sostituirà il Governo se e quando ne sarà capace. Ma non può pretendere di tenerlo, nel frattempo, in un limbo.

Il non accoglimento presidenziale delle dimissioni avrebbe costituito una violazione della Costituzione? Dipende da come si concepisce la norma non scritta che verrebbe non applicata (nella parte in cui prevederebbe l’accoglimento “obbligatorio” delle dimissioni). Se la si intende come una consuetudine: sì, in quanto le consuetudini sono norme costituzionali. Ma il confine tra consuetudini costituzionali e convenzioni sulla costituzione è quanto mai incerto. Entrambe, nel costituzionalismo moderno, non si fondano sulla “perdita della memoria di un comportamento contrario”, come dovrebbe essere, propriamente, per le consuetudini, in quanto derivanti dal peso schiacciante della tradizione, ma su un accordo strategico tra le parti. E’ dunque fondata, a mio parere, la tesi secondo cui non si tratti di una violazione della Costituzione, ma solo della revoca di una convenzione (che vale, appunto, solo rebus sic stantibus).

4.- E’ tuttavia indubbio che è necessario politicamente passare da una situazione di “non sfiducia” a una di “fiducia”.

Come fare?

Il Presidente della Repubblica sceglierà a quale forza politica attribuire l’incarico.

Ma tutti i partiti maggiori sembrano non potere raggiungere una mediazione, per le tossine sparse a piene mani negli ultimi anni, da politici maldestri (e malintenzionati) e dai loro caudatari. Certo, la filosofia parlamentare dice: chi ha più filo da tessere, lo tessa. Chi è sicuro della propria identità politica si metta in gioco e cerchi di individuare, o di costruire, un terreno comune. Berlinguer non si astenne forse per far nascere un governo guidato da Andreotti? Ma Berlinguer sapeva chi era. E chi sa chi è, parla anche con il diavolo. Oggi quelle condizioni non ci sono dentro i partiti-gruppi parlamentari, al di là delle antipatie-simpatie delle ondivaghe basi.

Allora:

– è cruciale sottolineare, in questo momento, che il Presidente della Repubblica è il Garante della Costituzione, e come tale titolare di una funzione di “indirizzo politico costituzionale” (anche se da tempo non più sottolineata, forse perché fortemente agita, tra consistenti dubbi dei costituzionalisti, dal Presidente Napolitano)

– che, conseguentemente, dovrà tener conto della assonanza o della non-assonanza dei programmi e del modo d’essere sinora seguito dai partiti (se riconducibile o meno al “metodo democratico”) con la Costituzione. Con tutta la Costituzione, anche di quelle parti, come il principio d’uguaglianza cd. formale (razza), che la destra non ha alcuna intenzione di rispettare, e con il principio d’uguaglianza cd. sostanziale, che la cultura dominante ha preteso di silenziosamente abrogare.

Che cosa dovrebbero fare il PD e le debolissime forze della sinistra?

Una prima ipotesi, per salvare il quadro istituzionale e per trar fuori il Paese da una situazione ormai, come si è detto, tardo weimariana (con un autocrate ancora senza volto alle porte), potrebbe essere questa: dovrebbero astenersi dal voto di fiducia quale che sia la scelta presidenziale, (accompagnata da idonee garanzie offerte dalla forza politica che ottiene l’incarico sul piano della non incostituzionalità del programma e del metodo di comportamento). E dovrebbero dichiararlo sin d’ora, senza dunque impegnarsi sul piano programmatico e mantenendo così piena libertà d’azione in Parlamento.

In tal modo le forze politiche “nuove” sarebbero messe davanti alle loro responsabilità (per ottenere l’incarico non basta volerlo, ma si devono fornire idonee garanzie al Presidente della Repubblica e alle parti di società non rappresentate dalle forze che si accingono ad assumere il potere di governo, che il Presidente è chiamato a tutelare) e le forze dell’ex “arco costituzionale” – astenendosi da alleanze ambigue e da tatticismi – acquisterebbero una dimensione di serietà e di “senso dello Stato” che certo porterà frutti. Questa strategia servirebbe o a rendere palesemente impossibile il conferimento dell’incarico ad una forza che si ostinasse a tener fermo un programma gravemente contradditorio con la Costituzione.

In alternativa si potrebbe ragionare a questo modo:

E’ assolutamente improprio parlare di “vincitori e vinti”, questi ultimi “mandati all’opposizione” dagli elettori. La legge elettorale è sostanzialmente proporzionale, e, pur con qualche distorsione (a vantaggio dei 5 stelle e della Lega e a svantaggio del Pd), ha effettivamente funzionato in modo proporzionale. I risultati elettorali ci consegnano forze politiche tutte più o meno minoritarie: alcune hanno incrementato i consensi, altre li hanno ridotti. Dunque non c’è stata alcuna “decisione” sovrana, e i tre soggetti sono tutti nella stessa condizione. Occorre smettere di pensare secondo lo schema maggioritario.

Se si ragionasse come ai tempi del Governo Spadolini o dei Governi Craxi, in termini di “capacità coalizionale”, sarebbe teoricamente proprio il PD a dover ricevere l’incarico.

Conseguentemente occorrerebbe procedere attraverso incarichi esplorativi per individuare, negoziando, un minimo comun denominatore che consenta l’insediamento di un Governo “di tutti” (in altri tempi si sarebbe detto: un governo ciellenista): obiettivo di questa seconda strategia.

Se così non sarà, e si dovesse accedere a un governo della coalizione di centro-destra a trazione leghista, tale governo sarà pur sempre quello che si insedierebbe subito se ci fosse un sistema maggioritario – che per fortuna non c’è – avendo per di più il dominio assoluto del Parlamento, che invece non ha. Nel modo proposto in questa nota, il Governo espresso dalla forza maggiore si insedia ugualmente, ma sulle singole leggi dovrà cercare l’accordo con le opposizioni – divise – che però hanno la maggioranza dei voti. E dunque: quod omnes tangit ab omnibus comprobetur. Vivaddio, tornerebbe la mediazione politica (finalmente rimpianta anche dal Corriere della Sera).

5.- In sostanza: dal punto di vista della corretteza costituzionale è preferibile un governo di minoranza che un governo formato attraverso connubi innaturali. Un battibecco senza dignità che si prolunghi per mesi, a suon di accuse di “inciucio”, di voltagabbanismo, di tradimento degli elettori … il paese non potrebbe reggerlo. Non siamo la Germania, né da punto di vista della dignità politica, né tanto meno da quello della potenza economica e del prestigio internazionale. Chiunque potrebbe aver voglia di darci un – purtroppo meritato – calcio nel sedere; e ci riuscirebbe. E soprattutto – la cosa più grave – l’aria della discussione “nazionale” si ammorberebbe ulteriormente.

Dunque non resta che ricorrere a un ragionamento di carattere costituzionale.

– in prima battuta, le parti (tutte) hanno un dovere (non di allearsi ma) di fare un accordo di governo (di maggioranza): sono state elette per quello scopo;

– qualora le parti non siano disponibili (come sembrerebbe), l’ipotesi dell’astensione preannunciata da parte di chi non ritiene di accordarsi con nessuna delle altre, qualunque sia l’incarico presidenziale attribuito, resta quella necessaria;

– l’astensione, infatti, o è in ogni caso, o non è astensione (diventerebbe un accordo minimale solo con qualcuno);

– ma, si potrebbe facilmente obiettare, anche l’astensione preannunciata secca, in ogni caso, è  un accordo con qualcuno. Infatti, se il Pd dichiarasse di astenersi in ogni caso, il centro-destra voterebbe contro un eventuale governo M5S e lo affosserebbe, ben sapendo che poi avrebbe la maggioranza relativa quando il Presidente sarà costretto, sia pure in seconda battuta, a dargli l’incarico. Si potrebbe dire, quindi, che quella del Pd sarebbe una non scelta? No, perché dato l’esito obbligato, non far nulla per evitarlo è come farlo proprio.

I fatti porterebbero dunque a un governo a trazione leghista. Lo spazio alle valutazioni presidenziali per la richiesta di garanzie potrebbe essere sommerso dagli strepiti populisti.

A fronte di ciò – si potrebbe sostenere – tanto varrebbe dire fin da subito: visto che la destra ha più voti del M5S, che il centro-destra faccia il governo. Noi lo faremo nascere per senso di responsabilità verso il Paese ma questo non significa che sosterremo i suoi provvedimenti, anzi, in Parlamento saremo i primi a incalzarli sulle questioni di merito.

Rispetto a questa soluzione quella più mediata, prima proposta, si differenzia in ciò: che un eventuale rifiuto, da parte delle forze interpellate, a prestare le garanzie di fedeltà alla Costituzione richieste dal Presidente, potrebbe rimescolare il quadro, e così (involontariamente) innescare quel processo virtuoso di riorganizzazione di un assetto partitico “serio” di cui si è detto.

Nel punto in cui ci troviamo il bene primario, immediato, prioritario, essenziale, è innescare questo processo. Se lo si potesse fare in una con la formazione di un governo (nel rispetto della Costituzione, dei suoi principi materiali di giustizia e dei risultati elettorali) si darebbe un segnale nel senso  che il sistema comunque tiene, con le sue procedure e i suoi organi di garanzia. Come dire: non siamo allo sbando. Non c’è alcun pericolo mortale incombente.

L’ipotesi della non sfiducia avrebbe un effetto benefico, nel lungo periodo, sul rafforzamento del Parlamento e della rappresentanza politica: forse le forze politiche potrebbero iniziare a lavorare seriamente, perché chi è al governo non potrebbe più governare per slogan e per menzogne di fronte a un parlamento-tappetino. Chissà se proprio un Governo fondato sulla non sfiducia aiuterà i partiti a dimostrarsi capaci, anche dall’opposizione, di ben articolate proposte e contro-proposte di “politiche” e non solo di buttare tutto in “politica” … Forse ci si renderà conto che i principi costituzionali non splendono di luce propria e bisognerà tirarsi su le maniche…

[1] Il comunicato della Presidenza della Repubblica emesso il 24 marzo è molto asciutto «Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricevuto questo pomeriggio, al Palazzo del Quirinale, il Presidente del Consiglio dei Ministri on. Paolo Gentiloni, il quale, in seguito all’insediamento del nuovo Parlamento, ha rassegnato le dimissioni del Governo da lui presieduto.

Il Presidente della Repubblica ha invitato il Presidente del Consiglio dei Ministri a rimanere in carica per il disbrigo degli affari correnti». E’ da notare che l’invito a rimanere in carica per il disbrigo degli affari correnti non è preceduto da alcuna dichiarazione esplicita di accettazione delle dimissioni stesse.