La mia esperienza in Foodora

di Marco

Mi chiamo Marco, ho 25 anni e sono stato un rider di Foodora a Torino da marzo a novembre del 2016. Per me e per moltissimi altri rider Foodora è stata la prima occupazione “continuativa” ed è stata scelta per riuscire ad avere un’occupazione un po’ più fissa dei lavoretti saltuari ma comunque flessibile.

Il mio ingresso nella flotta è coinciso con la prima grande ondata di assunzioni. Era il momento in cui Foodora iniziava a ingranare ed affermarsi come servizio. I criteri di assunzione erano poco selettivi e quasi nessuno era scartato. In seguito si è compreso che è una peculiarità di Foodora quella di fare assunzioni scriteriate di massa in previsione di crescite dei profitti.

La mansione del rider consiste, è risaputo, nel portare ordinazioni di cibo dai ristoranti fino alla casa del cliente che l’ha ordinato attraverso una piattaforma digitale. Come ripetuto innumerevoli volte quello del rider è un mestiere che in questa forma esiste da pochissimo e presenta tutta una serie di caratteristiche abbastanza inquietanti. Il luogo di lavoro è tutta la città (o una sua porzione), i colleghi si incontrano quindi pochissimo tra di loro, non c’è nessuna autonomia nell’esecuzione del lavoro (in termini di tempi e organizzazione delle commesse) e l’arbitrio che l’azienda si riserva nell’assegnazione dei turni di lavoro non permette al lavoratore di fare una precisa pianificazione settimanale del lavoro.

Quando ho iniziato a lavorare, il contratto con cui Foodora inquadrava la quasi totalità della flotta era un co.co.co, un contratto di collaborazione coordinata e continuativa. Con l’effettivo aumento di ordini in città si è notato che alcuni punti del contratto venivano per forza di cose non rispettati (per esempio, la formula del co.co.co prevede che il collaboratore non debba subire disciplina o sottostare a poteri gerarchici durante la prestazione lavorativa, mentre tutto il lavoro del dispatching era necessariamente fatto di direttive).

Gli episodici incontri tra colleghi e la creazione di una chat per soli rider hanno determinato la nascita di un piccolo percorso di contestazione e lotta all’interno dell’azienda. Lo spirito aggregativo e i percorsi rivendicativi dei rider hanno accompagnato la crescita e l’evoluzione della azienda a partire dalla fine di marzo fino alla fine del 2016. Sono stati i tempi morti, quando ancora non c’erano tanti ordini, a permetterci di conoscerci. È stata la crescita del volume di lavoro a mettere in luce l’assurdità di dover coprire da soli le spese di riparazione dei mezzi (propri) usati per lavorare. Ed è stata la leziosa retorica sull’importanza del ruolo del rider a farci comprendere la malafede dei manager che a Milano pagavano in un modo e a Torino in un altro (7,20 euro all’ora per Milano contro i 5 euro a Torino).

Per via della composizione della flotta (moltissimi giovani alla prima esperienza lavorativa e per nulla “politicizzati”) e della aggregazione che si andava creando con le assemblee e la chat dei rider, il rapporto con la parte sindacale della lotta (intesa non solo come rapporto coi sindacati, ma anche come discorso relativo a tutele e diritti) è stato sempre superficiale e secondario, spesso e volentieri delegato a coloro che più conoscevano la materia e avevano voglia di sorbirsi gli incontri coi sindacalisti per le consulenze sui contratti. La comunità venutasi a creare non parlava il linguaggio della rivendicazione in chiave valoriale, ma era un gruppo di amici allargato tenuto insieme anche dal fatto di fare gruppo contro i dirigenti. Questo ha determinato una estrema autonomia nelle scelte dei linguaggi e delle pratiche di lotta, a partire dalla lettera firmata da 85 colleghi e presentata all’azienda a fine giugno in cui le rivendicazioni erano mascherate da suggerimenti, fino alle proteste in strada dove i rider hanno portato le loro bandiere e messo in campo le loro pratiche.

Forse è il caso di fare qui un breve punto sul rapporto tra l’organizzazione e la protesta dei rider e i sindacati, anche considerato che in molti mi han fatto notare come a Torino la presenza delle organizzazioni sindacali non sia stata molto visibile e ad una prima occhiata neanche tanto determinante.

Quando nella primavera dell’anno scorso si è trattato di capire quale fosse il nostro margine di manovra ci siamo rivolti ad un sindacalista del CUB di Torino, il quale ha dato un’occhiata al contratto e ci ha suggerito quali leve avremmo potuto usare contro la dirigenza. Ho preso personalmente contatto con lui perché me lo avevano consigliato i miei compagni come persona fidata e comprensiva (oltre a fare il sindacalista è un redattore di radio blackout). Infatti ha subito sostenuto la nostra scelta di fare una raccolta firme per intavolare una trattativa soft, informale, che non allarmasse i manager, visto che i nostri contratti ci hanno sempre messo in una posizione di estrema ricattabilità.

Quando invece si è trattato all’inizio di ottobre di cercare di aprire un tavolo di trattativa ufficiale, ci siamo appoggiati ai SiCobas. Con loro è stato più difficile spiegare le ragioni dell’autonomia dei lavoratori, ma devo dire che hanno sostenuto ogni nostra scelta senza sovradeterminarci e senza grandi recriminazioni (anche quando le nostre scelte risultavano ai loro occhi assurde).

Nell’incontro coi SiCobas e in quello successivo con un sindacalista della Nidil Cgil abbiamo compreso lo scarto che esiste tra le strutture sindacali e la realtà dei lavori come il nostro. Credo che oltre alla precisa scelta di qualche compagno (io tra questi) di condividere coi colleghi le istanze della lotta autonoma, limitando al massimo i rapporti con strutture esterne a noi, sia stata proprio l’inadeguatezza dei sindacati di fronte ad una realtà ultra recente e insindacalizzabile a determinare la labilità dei rapporti tra lavoratori e sindacati. Si pensi che i SiCobas ci hanno sempre consigliato nei momenti di massima vitalità della protesta di bloccare l’ingresso dei ristoranti. Una cosa completamente fuori dalle corde dei colleghi e inutilmente dispendiosa in termini di energie (se il luogo di lavoro è la totalità della città perché non portare la nostra voce ovunque? Senza contare che, mi rendo conto di dire una cosa pericolosamente interclassista, molti ristoratori ci hanno sempre appoggiati nelle nostre rivendicazioni). Anche la differenza in termini di “forma di vita” credo che abbia giocato un ruolo nella scarsità di rapporti: credo che un approccio politico o militante non possa funzionare con ragazzi che spesso e volentieri non si interessano di politica. E se è innegabile che, a seguito delle proteste, chi ha continuato a incontrarsi l’ha fatto perché legato non solo da amicizia ma anche da un comune retroterra politico (direi genericamente di sinistra, ma si tratta di una definizione molto imprecisa, visto che tra di noi ci sono colleghi di orientamento antiautoritario), non sono mancati casi (e non mancano nuovamente tuttora) di persone comunemente definibili di destra che si sono impegnate nelle lotte. In ogni caso la scelta iniziale di organizzarsi senza capi e senza portavoce (inizialmente per non esporre qualcuno più di altri alla mercé dei capi di Foodora) è valida tutt’ora e ha permesso la convivenza di anime diverse ma sempre dialoganti all’interno dei gruppi di lotta. La cosa che più mi ha stupito è che questo modello, che tende all’orizzontalità decisionale il più possibile, è stato “rispettato” e accettato anche dalle realtà più politiche e gerarchizzate con cui siamo entrati in contatto (penso alle personalità istituzionali, ma anche ai sindacati stessi o alle realtà militanti e antagoniste).

Per finire il discorso sui sindacati e sulla loro impreparazione di fronte a nuove situazioni di lavoro e a nuove soggettività di lotta, cito un caso verificatosi a Milano in cui dei corrieri in bici che lavoravano per Just Eat sono stati malconsigliati da un sindacato di base e hanno deciso di iniziare una protesta poco prima del rinnovo dei contratti con l’unico risultato di non vederseli rinnovati… fortunatamente sono poi stati assorbiti in massa da un’altra azienda di consegne e han continuato a fare gruppo tra di loro.

Prima di parlare di cosa si muove oggi sul versante dei rider cercherei di tratteggiare come si sia mossa la nostra controparte, ovvero la dirigenza di Foodora.

Va premesso che i manager italiani e i quadri medi sono tutti estremamente giovani (Lentini e Cocco hanno rispettivamente 29 e 30 anni) e che la loro autonomia decisionale è da sempre oggetto di dibattito (sia tra i rider che negli uffici dell’ispettorato del lavoro di Torino). Inoltre, per estrazione sociale, culturale e per formazione accademica non sono assolutamente in grado di confrontarsi con fenomeni di conflittualità in azienda. Va anche ricordato che durante la protesta i manager hanno ingaggiato degli esperti di comunicazione che fungessero da unità di crisi (la Barabino e partners), quindi le scelte prese da quel momento in poi sono da considerarsi più ponderate di quelle iniziali.

Le prime forme di organizzazione tra i lavoratori hanno subito suscitato paranoie e volontà di controllo da parte dei dirigenti. Erano cose non previste, che sfuggivano dalla solita logica dello screzio individuale risolvibile “face to face” con minacce o promesse. L’iniziativa della lettera firmata ha suscitato una risposta scomposta e confusa: Gianluca Cocco ha preteso di essere ammesso alla chat di protesta dei rider come condizione per avere un incontro coi rider. Inoltre prima di concedere l’incontro ha fatto passare molto tempo, per arrivare a ridosso dell’estate quando molti lavoratori avrebbero lasciato la città. Nei primi di ottobre, quando i dirigenti hanno ricevuto l’ultimatum dai SiCobas per l’apertura della trattativa, l’azienda si è difesa delegittimando il ruolo del sindacato (se ci sono solo collaboratori il sindacato non può formarsi), probabilmente non aspettandosi di veder sollevato di lì a poco un polverone mediatico. Infatti, con l’erompere delle proteste in strada (non essendo stato rispettato l’ultimatum era partito formalmente lo stato di agitazione) la dirigenza si è semplicemente ritratta, sottraendosi a qualsiasi possibilità di confronto, e dopo una prima goffissima dichiarazione alla stampa (quella famosa per cui Foodora sarebbe un hobby) ha chiuso i canali coi media. Non credo che ciò fosse stato pensato lucidamente e gli stessi quadri medi a Torino hanno perso i contatti con Cocco e Lentini e si sono trovati da soli a dover fronteggiare presidi, giornalisti, poliziotti e gli ispettori del lavoro inviati da Poletti. In effetti, la mossa di sottrarsi ha giovato ai manager: se da una parte ogni appuntamento che loro disdicevano faceva inviperire i rider in lotta, dall’altra prendere tempo ha permesso loro di attraversare la tempesta mediatica, di contare i rider più attivi, di scoraggiare i rider meno focosi. Quando si sono presentati a un incontro per illustrare i vantaggi del cottimo (per i dirigenti una comunicazione efficace è sostitutiva del dialogo) hanno ricevuto un sacco di insulti, ma hanno anche capito che gli animi si stavano fiaccando e la protesta scemava.

Da allora hanno tentato una sorta di contrattacco a suon di promozioni per i clienti, campagne marketing colossali e dichiarazioni ponderate e saggiamente rilasciate a giornali padronali (Il Sole 24 Ore, Linkiesta, Affari italiani). Nella loro vulgata non esistono proteste, esiste rabbia frutto di incomprensioni, di mancate comunicazioni. È comunicazione strumentale certo, ma affonda le radici in discorsi che negano al lavoratore una qualsivoglia dignità anche nel momento della lotta. Contemporaneamente, han tagliato ancora di più rispetto a prima i ponti con i rider (questo vale per Torino) e affidato ogni comunicazione alle newsletter e al responsabile della flotta di Torino.

In questo periodo, dal momento che stiamo cercando di creare nuovamente aggregazione e occasioni di confronto e di critica tra i rider delle varie aziende, stiamo anche ragionando su cosa sia davvero cambiato a livello di composizione della flotta, di percezione del lavoro da parte dei rider, di considerazione della possibilità di protestare, per capire se quanto si è costruito l’anno scorso e si è concretizzato nella protesta di ottobre sia in qualche misura replicabile. O per ipotizzare invece quali possano essere nuovi percorsi di critica al modello aziendale e alle condizioni imposte.

Mettendo il più possibile da parte lo scoramento personale e l’inevitabile risentimento per la perdita del posto di lavoro e la fine del ciclo di lotta in novembre, stiamo cercando di leggere accuratamente cosa ha portato dapprima allo smembrarsi di una comunità molto vitale (non solo di lotta) e quali fattori siano intervenuti nella formazione della situazione attuale all’interno della flotta di Foodora. Infatti oltre ad una generale passività verso la dirigenza e a una sorta di diffidenza verso chi spinge istanze di lotta, è riscontrabile in maniera palese un deterioramento dei rapporti tra i rider. Quei colleghi (pochissimi) che hanno visto il ciclo di proteste e sono tutt’ora attivi come rider a Foodora confermano le impressioni da noi registrate nei brevi incontri coi foodorini: i colleghi non si conoscono tra loro, diffidano da chi indossa divise differenti, non creano aggregazione fuori dall’orario di lavoro. La chat dei rider, da strumento di organizzazione è diventata un “mercatino” degli scambi-turno. È come se si fosse regrediti ai primi mesi di foodora in città. I fattori presi in considerazione in parte sono legati all’esito delle proteste, in parte prescindono da essi dal momento che ormai gran parte della flotta viene dalle ultime ondate di assunzioni (gennaio/febbraio). Comprensibilmente le persone appena assunte non si sono messe in gioco e hanno visto la protesta scorrere lo accanto. Innegabile è anche che le intimidazioni dei capetti abbiano dato i loro frutti e il blocco dei turni verso coloro che erano ritenuti i maggiori responsabili delle proteste hanno dissuaso in tanti dal partecipare attivamente alla lotta. Credo anche che il fatto di non ottenere subito le cose richieste nonostante l’enorme visibilità della lotta abbia contribuito a diffondere scoramento anche tra coloro che si sono spesi nella mobilitazione. Non si dimentichi, inoltre, che molti colleghi dell’originario nucleo organizzato (quelli cioè che avevano firmato la lettera in giugno) con l’arrivo del cottimo avevano semplicemente lasciato Foodora e quindi assottigliato le fila di chi si era già conosciuto e organizzato su questioni di lotta (molti di questi fuoriusciti hanno partecipato solidalmente alle manifestazioni, ma non avevano più un ruolo all’interno dell’azienda). Quali fattori determinino adesso la povertà relazionale e la passività all’interno della flotta va ricercato essenzialmente nel fatto che, stante l’attuale volume di ordini a Foodora col cottimo a 3,6 euro, si guadagna abbastanza bene. Molti non sanno che il cottimo è stato rialzato tramite le lotte e per molti avere le convenzioni con la ciclofficina è la normalità.

Credo inoltre che, diversamente da noi, i colleghi di Foodora oggi si avvicinino al lavoro in un’ottica differente. A noi i capetti avevano ribadito più volte come Foodora fosse da intendere come un lavoro vero: le loro richieste continue, le loro sgridate, le punizioni erano lì a testimoniarlo. Oggi sono gli stessi manager a svilirlo ad ogni uscita pubblica e si è diffusa maggiormente, soprattutto per quanto riguarda una parte dei colleghi italiani, la percezione del lavoretto (una lettura di Foodora che abbiamo sempre avversato) per arrotondare. Vi è poi un’altra parte, consistente, di colleghi italiani abbastanza stakanovisti che per forma mentis non osteggiano in alcun modo la dirigenza. Si tratta di persone sportive, spesso fissate con la forma fisica, generalmente attrezzate con bici costose, a volte adulte provenienti da pregresse esperienze lavorative e costretti ora a fare i fattorini quasi a tempo pieno (per inciso, capita però talvolta che proprio le persone più adulte siano le più sensibili a discorsi strettamente sindacali e riguardanti i diritti).

Un’altra novità che incide sulla situazione di pacificazione e atomizzazione dei lavoratori è che da poco Foodora ha iniziato ad assumere molti stranieri extracomunitari, che hanno spesso enormi problemi di lingua e legano il proprio permesso di soggiorno al contratto di Foodora. Mi rendo conto che questo sia un terreno scivoloso e che un discorso del genere rischi di suonare razzista o protezionistico, ma nella valutazione della situazione credo che si debba registrare il fatto che la presenza di colleghi con cui è difficile comunicare e che sono anche pesantemente ricattabili sia un ostacolo non da poco nell’organizzare percorsi di lotta.

Ma se c’è un fattore che più di tutti gli altri influisce sulle relazioni tra colleghi (sia interni che esterni a Foodora) è il cottimo. Problema originario alla base della nostra protesta e nodo irrisolvibile che scorpora molecolarmente i colleghi. Con la paga a ore l’unica differenza tra un rider e l’altro era il numero di ore lavorate, ma si aveva la sensazione di essere tutti sulla stessa barca e i discorsi legati alla competizione non attecchivano (anche perché da subito ci si era impegnati a delegittimarli). La mentalità che impone il cottimo sul lavoro è invece devastante. Il livello di competizione tra colleghi aumenta e così lo sforzo di automigliorarsi continuamente. Una cosa che non smette di stupirci e di farci arrabbiare è il fatto che i foodorini non ci salutino e non si salutino più tra di loro (intendiamoci, c’è ovviamente chi saluta e si ferma a chiacchierare con noi anche se abbiamo divise differenti, e con alcuni di loro ci organizziamo in maniera strutturata per quanto riguarda le iniziative più legali). È un sintomo abbastanza chiaro del fatto che il foodorino in strada è da solo, si sta spremendo per fare più consegne possibili, non ha colleghi, ha solo concorrenti vestiti uguali a lui.

Un altro fattore che va aggiunto a quelli esposti finora è quello del periodo di permanenza in Foodora. Stando ai dati snocciolati dai manager davanti alla commisione lavoro del comune di Torino lo scorso febbraio, un rider resta a Foodora per 4 mesi circa in media. Con il co.co.co. è l’azienda a decidere chi resta e chi no, avendo la possibilità di rinnovare o meno i contratti, ma è anche vero che a causa della gestione della flotta e del lavoro a Foodora c’è moltissimo ricambio. Questo non permette la creazione di legami stabili tra i colleghi e si collega direttamente con quella mentalità da lavoretto temporaneo che non aiuta lo svilupparsi di percorsi analitici critici, tanto meno la voglia di lottare. Quando parlo di come sia la gestione della flotta a determinare il tempo di permanenza a Foodora mi riferisco al fatto che le continue ondate di assunzioni e i conseguenti cali di ordini evasi pro-capite durante i turni fa sì che molti abbandonino il lavoro anzitempo rispetto alla scadenza del contratto. Ovviamente all’azienda questo ricambio non costa nulla (se non in termini di professionalità del personale in strada ma pare non curarsene per davvero) ed è anzi funzionale per quanto riguarda gli aspetti di atomizzazione dei lavoratori.

Infine, uno dei fattori comuni riscontrabili nelle varie aziende di food delivery è l’applicazione abbastanza pedestre di direttive o principi teorici spesso non appropriati alla realtà locale. Ad esempio durante un incontro un manager di Foodora ci illustrava come il fatto di risultare profittevoli agli occhi della casa madre tedesca era legato ad una proporzione fissa per tutti i paesi in cui l’azienda opera tra il numero di abitanti per città e il numero di ordini di cibo per giorno. Un’altra caratteristica è che contrariamente alle forme contrattuali ci sia un grande impegno da parte della dirigenza affinché il ruolo dei lavoratori nei processi decisionali o anche solo nell’organizzazione del lavoro sia il più possibile marginale quando non inesistente (per fare un esempio: a Deliveroo, dove non c’è una distribuzione dinamica dei turni e quindi di fatto ogni lavoratore ha dei turni fissi di settimana in settimana, capitava che i colleghi che avevano poche ore le ottenessero da altri colleghi, attraverso richieste di sostituzione concordate; ora l’azienda ha comunicato di non voler più accettare questa pratica).

Dal momento che la lotta si è spenta per i più attivi che ancora fanno gruppo sono cambiati gli obbiettivi dell’opposizione a Foodora e alle altre aziende per cui ora lavorano. Il lavoro di agitazione ha lasciato il posto al lavoro di aggregazione e sensibilizzazione dei colleghi e dell’opinione pubblica. Qualcuno ha preso contatti con politici locali e con i giornalisti per mantenere viva l’attenzione mediatica sulla gig economy. In questo senso esistono anche tentativi, più o meno velleitari e più o meno fattibili di produrre dossier autonomi sul mondo delle consegne in bicicletta. Ciò che rende difficoltoso un discorso che vada ad analizzare nel dettaglio questo genere di aziende è il fatto che esse cambiano in molti aspetti anche in brevissimo tempo.