Sinistra, movimenti, antipolitica

di Loris Caruso

 

 

Se c’è una cosa che le ultime elezioni italiane hanno reso visibile è che la crisi della rappresentanza colpisce prima di tutto la sinistra politica. Accade in tutta Europa, con alcune parziali eccezioni come l’Olanda, la Germania e la Grecia, dove sono in crescita i partiti della sinistra radicale (in Olanda, caso che sarebbe interessante studiare, l’Sp è passata in poco tempo dal 6 al 17%).

La sinistra è la parte politica più strettamente legata ai meccanismi moderni, e novecenteschi, della rappresentanza. Con il declino dei soggetti collettivi e delle formazioni culturali del novecento essa perde la sua caratteristica essenziale: legare i soggetti collettivi (la classe, innanzitutto) alla sfera della politica. La crisi di questi gruppi sociali nella loro dimensione unitaria, la rottura dei meccanismi di flusso e scambio tra società e politica (trasmissione dei bisogni e delle domande, costruzione dei canali di accesso al sistema politico), ma anche una più generale crisi della possibilità stessa di costruire astrazioni e generalizzazioni politiche e culturali, colpiscono quella parte politica che su questi fenomeni aveva costruito la sua funzione nella società.
Ne sono un segno le elezioni, ma anche ciò che è successo, e succede, dopo. I partiti che costituivano la Sinistra Arcobaleno si sono avvitati in dinamiche congressuali potenzialmente dissolutive, si frammentano in una pluralità di micro-progetti di cui è difficile immaginare lo sbocco, si avviano a presentarsi alle prossime elezioni europee seguendo una sorta di “modello francese”, divisi in cinque-sei liste. Ma attorno a loro cosa sta succedendo? Cosa, chi incalza? Senz’altro il risultato elettorale della Sinistra ha suscitato sulle prime sconcerto, paura e desiderio di attivarsi nel mondo della sinistra diffusa. Ma ora, nella cosiddetta società civile, c’è qualcosa che indichi la presa in carico dell’esclusione della sinistra dalle istituzioni? Non sembra. Il “popolo della sinistra” non ha inviato fax, non ha occupato sedi, non ha obbligato i partiti  a rendere conto di strategie, personalismi, tatticismi, non ne ha invaso le assemblee chiedendo cambi di rotta, rigenerazioni, nuove partenze. Il mondo dell’associazionismo, dei comitati, dei movimenti e l’elettorato potenziale della sinistra hanno continuato a fare ciò che facevano prima, tra attivismo nel sociale e disincanto politico. Esiste ancora un popolo della sinistra, che si definisca tale, che lo sia soggettivamente?

La storia è sempre pronta a smentire qualsiasi previsione, ma forse una delle ipotesi da mettere in campo è che la sinistra politica si avvii verso il declino del proprio ciclo storico. Non esistono destini o approdi obbligati, ma esiste qualche probabilità che siamo di fronte a un cambio di paradigma, e che le funzioni assolte dalla sinistra tra Ottocento e Novecento siano ereditate da altri soggetti, portatori di pratiche, rappresentazioni culturali e referenti simbolici che rispetto a quella tradizione segnano una discontinuità che si approssima alla rottura. È solo un’ipotesi, ma può essere interessante provare ad esplorarla, ponendoci queste domande: è rintracciabile, oggi, in qualche fenomeno sociale, un principio di ricostruzione di un agire e di una idealità “di sinistra”, un insieme di luoghi e attori in cui si esercitano il conflitto e la critica rispetto alle forme attuali del potere politico ed economico?  Che mobilitandosi e costruendo azione collettiva creano legame sociale, riaggregano in soggetti organizzati una società civile polverizzata, contribuiscono ad agire politicamente nuove fratture politico-sociali?

L’ipotesi è che si possa cercare questo principio di ricostruzione in quelle che sono state in Italia le più grandi mobilitazioni di massa degli ultimi anni, nei luoghi in cui i ceti popolari si riavvicinano alla partecipazione e in cui affiorano nuove identità. Gli elementi più dinamici, più capaci di mobilitare e al contempo più distanti rispetto alla tradizione della sinistra sono i movimenti territoriali coalizzati nella rete nazionale del Patto di Mutuo Soccorso (Val di Susa, Vicenza, movimenti campani contro discariche e inceneritori), e la rete dei meet-up di Beppe Grillo, la cui natura andrebbe finalmente indagata al di là della figura carismatica del suo ispiratore. Ma anche nella galassia, ormai frammentata, del movimento altermondialista si riscontrano diverse discontinuità rispetto alla storia della sinistra, oltre che una forte indifferenza rispetto ai destini dei suoi interpreti ufficiali. L’atteggiamento adottato da tanti protagonisti di questo campo in seguito al crollo elettorale milita a favore dell’ipotesi che un’eventuale declino della sinistra politica non lascerebbe troppi orfani.

La sinistra esiste dove esiste il conflitto sociale, in quei luoghi, con quei soggetti. Fu così per la nascita della sinistra politica e del movimento socialista nella seconda metà dell’Ottocento. Niente porta a escludere a priori che possa essere così oggi e che da quello che per ora è un arcipelago affollato da coalizioni parziali, privo di connessioni stabili e strutturate, possano emergere domani delle grandi aggregazioni, magari capaci di proiettarsi all’interno dei confini della rappresentanza. In modo molto embrionale, questa potenziale evoluzione ha cominciato a manifestarsi a livello di elezioni amministrative, per esempio a Vicenza, dove la lista del movimento No-Dal Molin esprime un consigliere comunale (ha raggiunto il 5% dei consensi) e ha contribuito alla vittoria del candidato sindaco del centro-sinistra, che per averne l’appoggio ha dovuto assumere, contro il proprio partito, una posizione contraria alla realizzazione della nuova base militare.

Va aggiunto che tra i soggetti citati esistono diverse forme di cooperazione. Escludendo l’asse meet up-altermondialismo (se non in rare occasioni, come la campagna per la ripubblicizzazione dell’acqua), ogni elemento è connesso all’altro. Il luogo maggiormente «centrale» di questo sistema di relazioni, il suo epicentro, sono i movimenti territoriali: con essi cooperano stabilmente la rete di Grillo e diversi attori dell’universo (ex) no-global.

Proviamo a enunciare i tratti che accomunano questi movimenti, cercando di capire se essi possano profilare l’emergenza di un paradigma unitario:

 

  1. La frattura destra/sinistra viene sostanzialmente superata. Questo vale naturalmente per il movimento di Grillo, vale per i movimenti territoriali riuniti nel Patto di Mutuo Soccorso, ma vale anche per soggetti che provengono da una tradizione di sinistra, come la rivista Carta e gli ex Disobbedienti. Il Patto e Grillo mostrano perfino equidistanza tra i due poli della rappresentanza istituzionale, mentre i movimenti altermondialisti si mostrano indifferenti al destino della sinistra politica, ponendosi invece un obiettivo di «sostituzione» autonoma e indipendente rispetto ai partiti. Da un lato pensando che sia arrivato il momento di autorganizzarsi senza porsi il problema di avere una sponda istituzionale, dall’altro cercando connessioni forti con le mobilitazioni territoriali e immaginando una nuova democrazia municipale. Ciò che ci interessa non è se questi tentativi abbiano più o meno possibilità di successo, ci interessa ciò che segnalano dal punto di vista culturale come tendenza stabile: il fatto che esista una sinistra nel paese e nelle istituzioni non è considerato rilevante da questi soggetti.

Sul piano dell’estraneità alla frattura destra/sinistra, si registra una prima ambivalenza di questi attori: l’inattualità della geografia politica che caratterizza la modernità è un vessillo agitato dalle oligarchie neoliberali da tre decenni a questa parte. L’elaborazione di questi movimenti si mostra così parzialmente coerente con la cultura egemone: muove da qui, per così dire.

 

  1. In generale questi movimenti si mostrano indifferenti rispetto alla dinamica del sistema politico. Li accomuna un tratto antipolitico piuttosto omogeneo, se si usa questo termine con tutte le cautele di cui parlano gli altri articoli di questo numero. Un’antipolitica che è più politica conflittuale, aspirazione a un’altra politica, che semplice disincanto. Ma visto dalla Val di Susa, da Vicenza o da un meet-up il solco tra attivismo sociale e rappresentanza politica appare irreversibile, omogeneo, privo di striature. Il partito politico non viene criticato soltanto per le degenerazioni che lo attraversano, a essere criticata è la stessa idea di partito, e da due punti di vista: il partito è nello stesso tempo troppo parziale e troppo generale, insufficiente a costituire un ancoraggio da cui pensare l’interesse generale ed eccessivamente astratto e generalistico per essere un riferimento sulle singole issues. Dei partiti è rifiutato anche uno dei principi che necessariamente ne informano l’agire: l’etica della responsabilità, a cui è contrapposta un’etica dell’intenzione che declassa a incoerenza ogni primato della tattica istituzionale sulle posizioni etiche, ideologiche e di principio. Sono movimenti in cerca di profezia e di carisma, che possono essere proiettati sulla figura individuale di un leader (Grillo, al quale gli attivisti dei meet-up tributano un vero culto della personalità), oppure elaborati come attributi del movimento in quanto attore collettivo (è così nei movimenti territoriali). D’altra parte, questi stessi meccanismi sono all’opera anche altrove. Si pensi all’America Latina, un continente attraversato da ondate antipolitiche perfino superiori alle nostre – il Latinobarometro del 2005 registra nel continente un interesse per la politica al 25% e una fiducia nelle istituzioni pubbliche al 19% -, che però vive attualmente una fase di trasformazione e di forte ripoliticizzazione. In questo giocano un ruolo importante proprio la dimensione «profetica» della politica, la capacità cioè di evocare nuovi inizi e mutamenti radicali, che in America Latina si materializza nelle culture nazionalistiche e neo-bolivariane, e la sua dimensione carismatica, incarnata da leader come Morales, Chavez, Correa, Ortega o Ollanta Humala in Perù. Si assiste nei paesi latino-americani a una rinascita delle politiche di parte, fortemente legate agli interessi materiali e alle tradizioni culturali di settori specifici, anche se largamente maggioritari, della società, come i contadini e gli indigeni.

In Italia, invece, come accade quando si attenuano le contrapposizioni ideologiche e ideali tra i partiti politici, avanza e ha basi di consenso una logica non-partisan. Essa viene capitalizzata sul piano politico traducendola in semplificazione tecnocratica dei meccanismi decisionali, riduzione della complessità, sovrapposizione tra logica dell’agire politico e logica dell’amministrazione, opposizione tra interessi di una parte (delegittimati come “politica del no” e “politica del veto”) e interessi della nazione.

Per i movimenti di cui parliamo, non-partisan significa svolta interclassista, intergenerazionale e «comunitaria» della mobilitazione collettiva, interesse generale come interesse del basso contro l’alto. Ancora, un’ambivalenza: la base culturale di partenza dell’azione collettiva appare adiacente alle culture egemoni, nutrita del medesimo humus culturale da cui affiora la coppia antipolitica-tecnocrazia. Potremmo dire, utilizzando la distinzione richiamata in questo numero da Alfio Matsropaolo, che i movimenti utilizzano l’antipolitica costruita ex parte principis per agire un’antipolitica ex parte populi.

 

  1. Adiacenza però non significa identità. Inoltre, i conflitti si appropriano sempre, cambiandoli di segno, degli schemi ideologici dei propri avversari. Proprio su tale internità poggia il consenso di cui possono godere.

Emerge nei movimenti il profilo di nuove fratture, che in parte sostituiscono e in parte rielaborano i cleavage tradizionali: Basso/Alto (esclusi/inclusi; soggetti e temi politicamente non rappresentati/rappresentanza; società civile/società politica; piccoli risparmiatori/grandi attori economici; lavoratori e contribuenti/privilegio), e Singolarità/Omogeneità (territorio/Stato; società locale/società politica; issue specifica/generalizzazioni politiche, come quella di “sinistra”; individuo/organizzazione; prodotto locale/merce globale; esperienza vissuta/mass media). In questa sostituzione-rielaborazione dei cleavage, l’azione collettiva riparte dal grado zero delle culture politiche novecentesche, come se fosse intervenuta una cancellazione, e la realtà fosse pensabile solo a partire dall’analisi di specifici fatti e fenomeni in cui si è direttamente coinvolti, mai a partire da un’astrazione o da una categoria generale. Qui risiede una delle origini del trionfo del “non-partisan“: senza astrazione politico-culturale non è possibile pensarsi come parte di una formazione o di una famiglia politica, ma si prende posizione e si agisce in base alla specificità di un fatto sociale. Entrambi i cleavage emergenti in queste mobilitazioni mostrano una matrice di derivazione antipolitica: la contrapposizione basso/alto segnala una dicotomia tra forme di rappresentanza e forme di vita, mentre la frattura singolare/omogeneo mette in luce anche una prevalenza del privato sul pubblico, della vita immediata e singolare sulle norme e le istituzioni sociali.

 

  1. Un grado zero è però un grado da cui ripartire e dal quale si originano tentativi di operare sintesi politico-culturali. Alle idealità palingenetiche tradizionali della sinistra (il socialismo) si sostituiscono progressivamente nuovi nuclei valoriali, tematizzati ma soprattutto contenuti nell’azione. L’idealità dei movimenti contemporanei ruota attorno alla coppia beni comuni-partecipazione. Bene comune è il bene sottratto alla forma di merce, negato alle nuove enclosures: l’acqua, la terra, il patrimonio storico e artistico, le culture popolari, le forme di aggregazione. Tutto ciò vive nel territorio come luogo del comune, a partire dal quale ricostruire un senso del vivere associato, ricucire reti d’interazione e fiducia, stabilire appartenenze e definire interessi collettivi.

La lotta per i beni comuni è intrinsecamente legata a una forma di partecipazione che aggira la mediazione politica. Da un lato perché si pensa la partecipazione come pratica resa necessaria da una vacatio del governo politico rispetto al territorio, abbandonato a un governo diretto, e anch’esso privo di mediazioni, degli interessi industriali e finanziari. Dall’altro perché se il sistema politico è considerato un “segmento tra segmenti” della società, un luogo che non fa rilievo, di cui non è percepita una consistenza autonoma, risucchiato nei flussi mediatici e finanziari, la politica stessa viene considerata un bene comune di cui riappropriarsi e da ricostruire attivandosi direttamente.

Quello che si costituisce attorno al binomio beni comuni-partecipazione è un paradigma che tende a divenire universalistico, e accomuna tra loro i movimenti europei, i movimenti latino-americani (soprattutto indigeni) e quelli asiatici. Può essere questa una delle basi della ricostruzione culturale della sinistra?

 

Può succedere che questo insieme di soggetti rimanga frammentario e incapace di determinare delle trasformazioni significative, e che nei prossimi anni lo scenario europeo si assimili a quello degli Stati Uniti: una sinistra sociale radicata e dotata di potenziale di mobilitazione priva di rappresentanza politica, dunque inefficace. Oppure potremmo assistere a una capacità di ripresa da parte dei partiti della sinistra. Ma a fianco di queste due possibilità si profila l’eventualità che la «sinistra che verrà» nasca attorno a luoghi, temi, cleavage e soggetti inediti, per ora poco riconoscibili e ambivalenti, perfino ostici e sgradevoli per chi è legato al volto e al vocabolario della sinistra moderna. Questo è quello che sembrano sospettare i governi e i governi-ombra: è attorno ai conflitti territoriali che si concentrano la più decisa repressione degli apparati dello stato, i più insidiosi dispositivi emergenziali, le più crude e bipartisan delegittimazioni culturali.