Le trappole dell’antipolitica

di Alfio Mastropaolo *

 

  1. Un pregiudizio negativo

A riportare la parola in auge – perché la s’incontra fin dal tempo della rivoluzione francese – sono state le vicende dell’Europa orientale, dove ebbe fortuna quando l’impero sovietico cadeva a brandelli. Essa indicava l’opposizione al regime: una politica “altra” e diversa opposta alla politica ufficiale. Era anche un modo – insieme alla formula “società civile” – per indicare una disparata congerie d’attori non riconosciuti, che ricorrevano a tecniche di lotta politica anch’esse estranee al regime.

Da lì il termine fu importato in occidente, e in special modo in Italia, dove si moriva dalla voglia di assimilare la condizione della prima Repubblica a quelle dei paesi comunisti, per legittimare la mobilitazione di una folla di nuovi attori (alcuni per la verità nuovi solo in apparenza: Pannella, Segni, ecc.) contro la politica ufficiale. Di qui però, molto presto, il significato del termine ha mutato di segno. Dimenticati i paesi dell’Europa centro-orientale, l’antipolitica è divenuta un’etichetta da usare per indicare una vastissima congerie di fenomeni il cui tratto comune sta nel contrapporsi alla politica ufficiale.

Sotto l’ombrello dell’antipolitica troviamo ricompresi così il malumore della gente comune, l’astensionismo elettorale, i buoni sentimenti della società civile, le manifestazioni di protesta contro la politica (dalle monetine lanciate a Craxi nei giorni di Tangentopoli ai girotondi e alle piazze di Beppe Grillo), le polemiche di Segni e Panella e del movimento referendario contro la prima Repubblica, lo spregio di Berlusconi per il teatrino della politica, la Lega e il parlamento padano, la congerie di gesti irrituali con cui tanti politici prendono le distanze dalla politica (Tony Blair che vola Ryanair o cambia i pannolini all’ultimo dei suoi bambini, Sarko mano nella mano con Carla, il signor B. con la bandana e qualche carezza di troppo ai bambini africani).

Comunque la si giri, la prima e più ovvia cosa da dire è che l’antipolitica altro non è che la prosecuzione della politica con altri mezzi. Lo è l’antipolitica e lo è pure, sia chiaro, l’attribuzione a questo e a quello dell’etichetta di antipolitica. Quando i media, i politici e magari gli scienziati sociali pronunciano il termine, gravano i fenomeni così classificati di un giudizio di norma sfavorevole. E’ un guazzabuglio mai visto.

Ci si consenta un esempio illustre. Nel vivo della crisi dei primi anni ’90, ovvero il 23 ottobre 1994, scriveva Eugenio Scalfari su Repubblica: “La politica ispira ribrezzo, le ideologie sono (per fortuna?) cadute, il pragmatismo domina. Vuol dire che siamo diventati più moderni e migliori? A me non pare. L’antipolitica è un vecchissimo arnese italico che è sempre servito da strumento eversivo della destra”. Ma da che pulpito predicava da Scalfari, il quale, contro l’invadenza dei partiti, aveva in precedenza a lungo – antipoliticamente – invocato il “governo dei tecnici” e poi aveva a spada tratta – non meno antipoliticamente – sostenuto il movimento referendario? E chi può dubitare che quelle mosse di Scalfari, agevolmente ascrivibili all’antipolitica, fossero in realtà mosse politiche, così come lo era la denuncia dell’antipolitica – di un’antipolitica a lui sgradita – contenuta nel testo appena citato?

 

  1. Ex parte populi e ex parte principis

Proviamo allora a mettere un po’ d’ordine. Iniziando dal linguaggio comune, anzi da quella zona di confine ove i linguaggi (comune e colto) s’incontrano, un primo criterio di distinzione sta nel contrapporre due accezioni principali di antipolitica: c’è un’antipolitica ex parte populi e ce n’è una ex parte principis, o (come dice Vittorio Mete in queste stesso numero) c’è un’antipolitica dal basso e c’è un’antipolitica dall’alto. Ma anche qui occorre stare molto attenti. Intanto perché l’antipolitica dall’alto ama spesso mimetizzarsi come antipolitica dal basso.

L’antipolitica ex parte populi sono i sentimenti antipolitici rivelati dai sondaggi, che la letteratura politologica anglosassone definisce il malaise democratico; è l’astensionismo elettorale, è l’irrequietezza degli elettori, è il declino delle adesioni ai partiti e lo sono ovviamente pure le proteste, talora rumorose e scomposte, indirizzate contro la politica1. Le democrazie avanzate soffrono di un disagio tanto esteso quanto radicato nei confronti della politica democratica.

Perché i cittadini sono scontenti? Le indagini condotte dalle scienze sociali suggeriscono due ragioni principali: i cittadini sono scontenti delle politiche che i politici adottano e sono non meno scontenti del loro stile e in particolare dei privilegi che esibiscono e dell’altrettanto esibito disprezzo – tranne che in chiave spettacolare e demagogica – verso l’uomo della strada e i suoi problemi2.

L’una e l’altra sono rispettabilissime ragioni, di sicuro le più importanti, che hanno tuttavia il difetto dell’ovvietà. Un po’ meno ovvio, ma non meno importante, tra i moventi del malcontento c’è invece un’atmosfera satura di discorsi antipolitici, che in buona parte provengono ex parte principis o dai concorrenti del principe. Un concorrente molto noto è la destra di nuova generazione, di cui oggi Berlusconi è la vedette più illustre su scala continentale. Ma un altro illustre concorrente del principe è la cosiddetta “società civile”. Chi non si è accorto come dietro le sue apparentemente ingenue fattezze, dietro le sue pretese di spontaneità e moralità, assai spesso si nascondono solide professionalità politiche e solide ambizioni di potere? E chi non ha ascoltato i discorsi antipolitici che circolano nelle sue file?

Ma veniamo alle responsabilità della politica ex parte principis nel senso più stretto. Una volta la politica si adoperava intensamente per la manutenzione della cittadinanza democratica e disponeva di quei sofisticati dispositivi ad hoc, che erano i partiti di massa. I partiti sono oggi divenuti agenzie di marketing elettorale e alla manutenzione della cittadinanza si provvede – in tutt’altro modo e con tutt’altri effetti – attraverso i mass media. I quali non solo per loro stessa natura amano le semplificazioni, lo spettacolo e i personaggi, ma prediligono anche lo scandalismo e la critica della politica, che in fatto di audience sono quanto di più redditizio vi sia.

I politici, che alla mobilitazione conseguita tramite quegli ingombranti congegni che erano i partiti preferiscono ormai il successo mediatico, ovviamente stanno al gioco e fanno anch’essi politica alimentando le propensioni antipolitiche dei media. Non troppo diversamente si comportano i potentati economici. Imprenditori e manager, soprattutto di quelli che hanno portato al fallimento fior d’aziende, godono di privilegi non inferiori a quelli dei politici. E non minori sono i danni che fanno. Ciò malgrado hanno tutta la convenienza ad eccitare l’antipolitica (magari mediante i media di loro proprietà). Anzitutto per distogliere da sé l’attenzione e in secondo luogo per tenere i politici a bada.

In conclusione. Alle radici del malumore antipolitico c’è anche il fatto che da ogni parte si fa politica denigrando la politica e compiendo vistosi gesti antipolitici, oltre che facendo economia di discorsi più seri e impegnativi, con cui la politica ha ormai timore di cimentarsi. Va da sé che tanta predicazione antipolitica non può non avere conseguenze sul senso comune e conseguentemente sulle risposte che i cittadini danno ai sondaggi. Il bello è che per chiudere il cerchio tutti – politici, imprenditori, intellettuali e professionisti dei media, ovvero chiunque si collochi ex parte principis – si compiacciono di definire antipolitica malessere e risentimento dei cittadini.

Difficile è immaginare che costoro non sappiano che lo scontento dei cittadini ha qualche solida ragione ed è anche variegato e cangiante. Classificandolo come antipolitica preferiscono (con ciò compiendo un gesto politico) evidenziare uno scontento generico, che in quanto tale è squalificato e ridimensionato, giacché generico appunto e non connesso a qualche richiesta di policy o di comportamenti diversi da parte dei politici (e delle classi dirigenti). La memoria è ancora recentissima. Grillo e Di Pietro hanno affollato le piazze. Chi li stava ad ascoltare altro non chiedeva che una politica un po’ più decente ed avanzava la propria richiesta nel solo modo che le si offriva: applaudire gli sberleffi di un comico. Ebbene, per cavarsi dai guai, e ridimensionare il problema, tutto è stato classificato dalla politica in maniera sprezzante sub specie antipoliticae. Così, l’antipolitica si riduce a protesta sterile e volgare, a politica di bassa lega, a baccano da ignorare e quant’altro. E purtroppo tale stigmatizzazione è invalsa molto più a sinistra che non a destra. C’è cascato finanche il capo dello Stato quando ha, con le migliori intenzioni, evocato il rischio di una politica antipolitica.

Un’osservazione sui media. Se i media, in tutto questo, magari in buona fede e per ragioni professionali, svolgono un’azione trainante, molto ci sarebbe da discutere delle reazioni della politica ufficiale alle convenienze mediatiche. La politica spesse volte se la prende, e non del tutto a torto, con i giornali e la tv. Ma la sua colpa grave sta non solo nell’aver individuato nei media il canale esclusivo di comunicazione coi cittadini e nell’assecondarli, ma anche nella sua incapacità di autodisciplinarsi. Sa di essere sotto l’occhio delle telecamere, di essere scrutata ad ogni momento e che qualsiasi sua manchevolezza sarà enfatizzata. Bene, la sua reazione è unicamente quella di accusare i media di fomentare l’antipolitica e di non provare nemmeno a comportarsi in maniera un po’ più decente. O, se non altro, un po’ più ipocrita.

Potremmo forse chiedere ai media di autodisciplinarsi anche loro. Essi svolgono una funzione essenziale e positiva, di informazione per prima cosa, in una società democratica. Perché non provano a temperare il loro scandalismo intrinseco, a sostituire il ragionamento allo scoop? L’inconveniente è che in una società aperta qualcuno sempre si sottrarrà alla regola e quindi la richiesta rimarrà inevasa. In Inghilterra i media scandalistici sono nettamente distinti da quelli seri. Possiamo auspicare che lo stesso succeda da noi. Il problema è che i media scandalistici inglesi vendono assai di più di quelli che non lo sono.

 

  1. Antipolitica e populismo

Ridurre tutto ad antipolitica. Lo fanno i media, lo fanno i poteri forti e lo fanno, come si è visto, anche i politici. Tutti fanno in definitiva politica delegittimando, sbeffeggiando, smentendo la politica, salvo gridare al lupo dell’antipolitica allorché i cittadini cascano nella trappola, quando accolgono la provocazione e la ricambiano, o quando, più banalmente, sono scontenti vuoi perché i politici non sono un grande esempio, vuoi perché le politiche non corrispondono alle loro attese. Il serpente si morde la coda.

C’è però un termine (e un fenomeno) col quale l’antipolitica è strettamente imparentata, al punto da sovrapporsi sovente con esso, che è quello di populismo, che merita qualche specifica attenzione. Storicamente (lasciando da canto altri illustri precedenti russo-americani) il populismo è un fatto sudamericano o già di lì. Era una tecnica d’integrazione delle masse, che si avvaleva di un appello di marca non classista, che imitava caricaturalmente le liturgie democratiche, inquinandole col plebiscitarismo. Si era imposta in America latina dagli anni 30 in poi dello scorso secolo, per essere poi replicata, in forme ovviamente originali, in giro per i paesi ex-coloniali. A lungo l’etichetta di populismo è stata riservata a questa classe di fenomeni.

Più di recente è invalso invece l’uso di definire populismo (o neo-populismo) una fenomenologia che ha avuto successo in Europa dalla fine degli anni 60: dacché la politica basata sul principio di classe è entrata in crisi. Il cosiddetto populismo ha ad un tempo promosso questa crisi e ne è stato anche un esito. Esso designa una nuova generazione di partiti d’estrema destra, i quali, dismesso il repertorio fascista, fanno ampio uso della retorica delle virtù popolari, opponendole ai vizi delle classi dirigenti, di quelle politiche in special modo. Dietro tale retorica non è tuttavia arduo scorgere (anche perché spesso appaiono senza infingimenti) una buona dose di razzismo, umori identitari, comunitarismi e nazionalismi d’accatto e brutali proposte di law and order.

Sorti inizialmente in Scandinavia, i partiti neo-populisti si sono diffusi su quasi tutto il continente, in qualche caso mediante il riciclaggio di vecchi partiti di matrice fascista o addirittura di centro. Diversamente dai populisti d’antan, codesti neo-populisti si muovono piuttosto a loro agio nel quadro del regime democratico e sono prontissimi a superare tutti i test a suo tempo prescritti da Bobbio e da Dahl. Semmai, tali partiti i test in questione preferiscono aggirarli. Ed è un’innovazione non secondaria. Le regole le si può rispettare, specie quelle elettorali – anzi si proclama la sovranità del popolo, magari a beneficio del leader incoronato dagli elettori – ma le regole che più qualificano i regime democratico si può benissimo svuotarle: a cominciare da quella che presuppone il rispetto delle minoranze da parte della maggioranza, continuando con quelle relative ai diritti fondamentali della persona. Non solo. Le regole democratiche si possono anche applicare per adottare politiche democraticamente discutibili: vedi le misure discriminatorie che il centrodestra italiano ha appena introdotto, con tutti i crismi della democrazia formale, contro i rom e gli immigrati.

Perché mai però definire tali partiti populisti? Perché mai regalar loro il popolo? Non facciamogli questo favore, di cui loro non a caso si compiacciono. Il realtà c’è qui un altro nodo di fondo: preoccuparsi del popolo è diventato nel frattempo impopolare (per la politica ufficiale). Guai a chi lo fa. E’ vero, la cura che hanno del popolo i neo-populisti è pelosa. Ma l’accusa di populismo rivolta a costoro conferma soprattutto il sospetto che chi la pronuncia ha il popolo in odio. Per la democrazia non sembra un buon affare. Quanto ai cosiddetti neopopulisti, se proprio non possiamo più chiamarli fascisti, almeno enfatizziamo, magari chiamandoli destra antipolitica, quelli che sono i loro due tratti fondamentali: il loro ambiguo e malfido rapporto coi principi democratici e la loro specializzazione imprenditoriale, ossia eccitare il malcontento nei confronti della politica democratica.

 

  1. Antipolitica, iperpolitica, democrazia

Proviamo a concludere, accodandoci a un politologo illustre come Stanley Hoffmann, il quale a metà anni ’50 studiava il poujadismo, anch’esso oggi risucchiato nel mare magno del neopopulismo, mentre allora la parola populismo (quando i populismi veri erano a portata di mano) non fu nemmeno evocata. Hoffmann considerava il poujadismo un erede dell’antiparlamentarismo e una forma di antipolitica. Il vecchio antiparlamentarismo di destra ottocentesco aveva in odio il regime rappresentativo e pensava a ripristinare l’autorità monarchica. L’antipolitica poujadista aveva invece in odio i partiti. Ebbene la destra antipolitica odierna è fatta della medesima stoffa.

Il paradosso è che l’antiparlamentarismo vagheggiava un’autorità politica libera da qualsiasi condizionamento, pronta a perseguire l’interesse dello Stato, ed era pertanto radicalmente “iperpolitico”. Anche nella destra di nuova generazione non manca una robusta dose d’iperpolitica: sottrarre alla politica partisan, alle sue negoziazioni estenuanti, ai suoi volgari compromessi, ai suoi opportunismi elettorali, la cura non più del bene collettivo, che s’è dissolto da un pezzo, quanto degli affari dell’azienda-paese, consegnandola ai tecnici, alle imprese e soprattutto personalmente al leader prescelto dagli elettori, secondo il modello che i costituzionalisti – con accenti severamente critici – chiamano la “democrazia d’investitura”3, che sopprime ogni vincolo parlamentare e partitico a beneficio di quel che Elia ha definito “premierato assoluto”4.

Giovanni Sartori ha proposto a questo riguardo un’altra formula, che è quella di “direttismo”5, sottolineando ancor più l’insistenza con cui alcuni attori politici si adoperano per instaurare un vincolo diretto tra gli elettori e l’eletto: che però è una sindrome che affligge non solo la destra, ma pure la sinistra. La quale magari di suo ci mette qualche curiosa invenzione democratica. Valga come esempio la proposta avanzata tempo fa da Ségolène Royale di sottoporre i parlamentari francesi alla verifica costante di una giuria di cittadini.

Intrisi di antipolitica, democrazia d’investitura e direttismo hanno avuto ahimè fortuna. Il problema più grave è che se piacciono alla destra estrema, riscuotono molto, fin troppo successo, pure a sinistra. Si rileggano tanti discorsi pronunciati a suo tempo per propiziare il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica. E si leggano anche, più di recente, tanti documenti ufficiali del Partito democratico e tanti scritti dei suoi intellettuali di servizio. Tutti fanno antipolitica, tutti indugiano in gesti antipolitici e tutti aspirano a una democrazia antipolitica (o a una democrazia se non antidemocratica, a bassissimo tasso di democraticità).

Tutti anzi a loro modo la praticano, tra primarie, investiture dirette, convenzioni anziché democratici congressi. Molto innocentemente, aggirando i vecchi, lenti, burocratici partiti di massa e neutralizzando le estenuanti discussioni e deliberazioni in parlamento, si vuol solo allungare la gittata della rappresentanza e rendere la democrazia più efficiente. Ma riflettiamoci: quant’è democratica la democrazia d’investitura, o quella che un ossimoro di Duverger6 definisce la “monarchia repubblicana” suscitando fremiti d’eccitazione in casa Pd?

Ognuno, lo sappiamo, ha diritto ad avere i suoi gusti. Ma i gusti politici sono assai diversi da quelli alimentari. Quando sono democraticamente indigesti, o addirittura velenosi, fanno danni assai più gravi. Che sorta di democrazia ci promettono coloro che, in funzione delle loro ambizioni politiche, hanno avventurosamente stretto la democrazia italiana nella morsa dell’antipolitica e dell’iperpolitica? Si, perché la politica italiana, quella ufficiale, è ormai senza residui consegnata ad attori più o meno profondamente inquinati di antipolitica.

Poiché bisogna esser onesti, la vecchia politica democratica anche lei qualche grave torto lo aveva, che forse ci ha cacciati in questo guaio. E quindi c’è una domanda che per onestà non si può non porre: com’è possibile sottrarsi alla mossa di anti e iper politica senza ricadere in miserabili pratiche di scambio di favori, malgoverno e corruzione? Prossimamente sarà il caso di parlarne.

* Alfio Mastropaolo insegna Scienza politica all’Università di Torino.

 

1 Cfr. tra tanti P. Norris, ed., Critical Citizens. Global Support for Democratic Governance, Oxford University Press, Oxford, 1999.

2 Cfr. D. Gaxie, “Les critiques profanes de la politique. Enchantements, désenchantements, ré-enchantement“, in J.-L. Briquet, P. Garraud (dir.), Juger la politique: entreprises et entrepreneurs critiques de la politique, Presses Universitaires de Rennes, Rennes, 2002.

3 Cfr. M. Dogliani, “Politica e antipolitica: democrazia d’indirizzo versus democrazia d’investitura”, in S. Labriola (a cura di), Ripensare lo Stato, Milano, Giuffrè, 2003.

4 Cfr. L. Elia, Il premierato assoluto. Note critiche sul progetto di riforma costituzionale, in http://www.camera.it/EventiCostituzione2007/cd_rom_studi/4_Dottrina/3%20Forma%20di%20governo/2003_09_22_Elia_Astrid.pdf

5 Cfr. G. Sartori, “Democrazia”, in AA.VV., Lezioni Bobbio. Sette interventi su etica e politica, Laterza, Bari, 2006.

6 Cfr. M. Duverger, La monarchie républicaine ou comment les démocraties se donnent des rois, Laffont, Paris, 1974.