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Note per un’interpretazione marxiana della crisi

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 Note per un’interpretazione marxiana della crisi

di Fulvio Perini – gruppo “per Marx”

 

Presentiamo in questa sede un documento di un gruppo di militanti della sinistra torinese "per Marx" che ritengono necessario riprendere l'analisi di Marx come base di riflessione per l'analisi  della realtà contemporanea e per l'elaborazione di proposte per l'uscita dalla crisi in una prospettiva antiliberista. Questo documento è pubblicato integralmente sul sito www.permarx.eu.

 

La crisi economica e finanziaria ha riaperto dubbi ed incertezze. Le classi dirigenti propongono più etica e più controlli ... e chiedono, ricevendoli, centinaia di miliardi di euro dagli Stati per continuare ad arricchirsi e a esercitare il dominio sulla società.

La crisi finanziaria sta colpendo duramente l’intera economia mondiale globalizzata e mostra una persistenza e profondità spesso non comprese, in Italia addirittura negate dal governo. Questi tratti, purtroppo veri e gravi, dipendono proprio da ciò che la grande maggioranza dei politici di centro-destra tenta di continuare a negare, cioè dal suo essere una bolla – ormai esplosa – che ha “coperto” col suo lievitare altre degenerazioni e crisi di natura strutturale: dunque non facili e rapide da affrontare perché farlo richiede mutamenti profondi, che necessitano di risorse, di tempo e di volontà politica.

Joseph Stiglitz, premio nobel per l’economia ed ex vicepresidente della Banca Mondiale, ha parlato di una crisi che mette fine al “fondamentalismo di mercato”. Sono però in molti a non voler ammettere questa evidenza, cercando sia di continuare a ragionare seconda la logica che ci ha portati a questo disastro sia di guadagnare tanto e facilmente, anche se a scapito del futuro di tutti.

Con questi interventi strutturali è stato significativamente cambiato il funzionamento del sistema economico-finanziario internazionale ed è stata realizzata negli ultimi trent’anni (dati Ocse) una ingente redistribuzione del reddito e della ricchezza – con una progressiva loro concentrazione a favore di pochi sempre più ricchi e delle imprese finanziarie – che ha impoverito la stragrande maggioranza delle famiglie, determinando un peggioramento progressivo delle condizioni di reddito e di vita per i lavoratori ed intaccando ormai, a partire dagli Stati Uniti, le condizioni del ceto medio.

Per sostenere la domanda si sono dunque spinte (in primis negli Usa e in Gran Bretagna ma anche nel resto del mondo) le famiglie ad indebitarsi sempre più anche per l’acquisto di beni di consumo, aumentandone la vulnerabilità finanziaria. Questo fenomeno è ben noto anche da noi, come ben sanno i servizi sociali che in quasi tutta Italia vedono una ingente crescita di richieste di sostegno economico, anche da parte di soggetti nuovi - indebitati per consumi talvolta voluttuari.

Altra componente del “modello ultraliberista” è stata la grande espansione della delocalizzazione produttiva, che ha prodotto un trasferimento solo parziale di potere d’acquisto verso le imprese e le famiglie dei Paesi in via di sviluppo a fronte della diminuzione di quello delle imprese produttive e delle famiglie dei Paesi ricchi e industrializzati, contribuendo a creare un colossale vuoto di domanda.

In questo contesto, le classi subalterne si difendono, quando possono, normalmente nella solitudine individuale o di piccoli gruppi. Venendo a mancare la solidarietà di classe e la solidarietà internazionale, la lotta ha sempre caratteristiche difensive e l’esito è l’arretramento nelle condizioni economiche e sociali, ma anche civili e democratiche.

L’assenza di una riflessione critica sulle attuali origini dell’ineguaglianza, sostituita, anche a sinistra, con il miraggio dell’opportunità, rende tutto difficile ed anche pericolosamente illusorio. Il miraggio ci ha resi sonnambuli: vedere le contraddizioni senza percepirle e senza capirle.

Ma Marx aveva ragione.

L’ineguaglianza si alimenta nei rapporti sociali fondati sul modo di produzione capitalistico e sull’alienazione del lavoro. Prima di tutto per la separazione tra produttori e mezzi impiegati per la produzione, per poi vedersi sottratto il valore aggiunto prodotto, sino a smarrire la consapevolezza del significato dei valori d’uso dei prodotti del proprio lavoro, perdendo il rapporto con la natura, fonte di ogni ricchezza.

La modernità che ci viene presentata da mass media neo-liberisti per i quali la società non esiste - in quanto esiste solo l’individuo - attraverso il nuovo mondo della produzione immateriale e della finanziarizzazione possono oscurare i dati reali ma non possono cancellarli. Bisogna risalire al medio evo per avere le stesse diseguaglianze sociali tra i più poveri ed i più ricchi che abbiamo oggi nel mondo (con la sola parentesi della famiglia dei banchieri Rothschild ricca quanto paesi come la Francia e la Gran Bretagna alla fine delle guerre napoleoniche). Quando 62.000 multinazionali nel mondo producono il 30% del fatturato mondiale con meno dell’1% del totale dei lavoratori, la memoria ritorna al conflitto di classe nel medio evo quando gli artigiani, pur proprietari dei mezzi della loro produzione, erano soggetti alle volontà dei mercanti che controllavano i mercati delle materie prime e dei prodotti finali.

Ma non siamo al medio evo, anche se il tentativo di cancellare una speranza fondata sui valori dell’illuminismo, della ragione e dell’uguaglianza, è evidentemente in corso. Le scoperte scientifiche hanno determinato possibilità di crescita della produttività del lavoro umano inimmaginabili, il trattamento e la comunicazione delle informazioni e di tutte le altre merci ha favorito questa globalizzazione come la conquista delle Americhe favorì lo sviluppo del capitalismo; per la prima volta nella storia le donne sono libere di decidere della loro maternità. Ad un processo crescente di socializzazione dell’economia i capitalisti hanno risposto, finora in modo vincente, con il controllo non solo del modo di produzione ma anche delle condizioni sociali che favoriscono la produzione e la riproduzione. Qualche anno fa, quando pensavano che nessuno potesse fermarli, proposero, nell’ambito della Organizzazione mondiale del Commercio, il Multilateral Agreement of Investment (MAI) che permetteva alle multinazionali del denaro e delle merci di citare in giudizio gli Stati nazionali che limitavano con le loro leggi le loro possibilità di fare profitti.

L’internazionale individualista dei ricchi si incontra a Davos tutti gli anni: vi partecipa una élite di capitalisti, di economisti, di giornalisti e di capi di governo. È una buona rappresentazione della composizione della classe dominante. Ai tradizionali proprietari dei mezzi di produzione si affiancano e molte volte li sopravanzano verso l’alto nella gerarchia dei potenti figure di manager di grandi imprese finanziarie o manifatturiere, di banche centrali e di organismi internazionali. La loro biografia andrà studiata: hanno un buon punto di partenza nella famiglia, servono bene i potenti nelle imprese in cui vanno a operare e sanno farsi riconoscere, accedono a benefits, che si attribuiscono tra di loro, ben superiori ai dividendi delle azioni, assumono dei livelli di potere nella gerarchia mondiale. A ben vedere, e ad eccezione forse dell’ultimo punto, è ormai lo stesso percorso che deve fare un politico in carriera o un giornalista.

Oggi a Torino, un manager della Fiat può non essere competente nella progettazione e costruzione di automobili, ma deve sicuramente essere capace di esercitare il comando e di garantire relazioni con i gruppi di potere finanziario. Qualche operaio ha cominciato a capirlo quando va a manifestare sotto una banca e non sotto i palazzi del potere pubblico, perché i risultati saranno probabilmente peggiori. Ieri erano i “padroni del vapore” della manifattura oggi sono i padroni del denaro, della comunicazione, dell’energia elettrica, delle materie prime, di cicli di produzione frantumati per fasi e sparsi per il mondo, di prodotti finiti e che possono esercitare questo potere localmente con i loro funzionari e globalmente nel sistema di alleanze costruito.

Il venir meno di una capacità critica sulle attuali ragioni dell’ineguaglianza ha spinto gli esseri umani che vivono del proprio lavoro in balia dell’individualismo e sta determinando il venir meno di legami e di solidarietà sociali. Siamo entrati nella fase “liquida” della modernità, come ha osservato un acuto studioso delle società moderne: prima di essersi fatti un’idea sul futuro del proprio gruppo sociale, il gruppo si è già disgregato. L’omogeneità sociale del fordismo si è dissolta, ma la cooperazione sociale sul lavoro no, con le tecnologie informatiche e telematiche è addirittura cresciuta, anche se è difficile percepirla e riconoscerla perché non ci si vede più in faccia.

L’Organizzazione internazionale del Lavoro ha posto al centro delle sue azioni il lavoro decente, perchè ora è, per tanta parte dei lavoratori, indecente. Muoiono ogni anno due milioni di lavoratori per infortuni sul lavoro o per malattie professionali, il salario reale si riduce progressivamente di anno in anno, il lavoro precario, se non nero o informale, è il grande esercito di riserva del lavoro nell’economia globalizzata. Nei prossimi mesi e nei prossimi anni si scoprirà quello che resta dei fondi pensione privati.

Il mercato, l’ideologia del mercato, hanno rappresentato la condizione e il presupposto per questa devastazione culturale e sociale. Più concretamente si è anche stabilita una gerarchia tra mercati: se presti 30.000 euro in moneta guadagnerai sempre il doppio di chi, lavorando, presta un corrispondente di 30.000 euro in tempo della propria esistenza. Dal disimpegno degli Stati Uniti dagli accordi di Bretton Wood all’inizio degli anni 1970, il mercato degli interessi sul denaro prestato ha sovrastato quelli del lavoro, della terra ed anche delle merci prodotte.

I limiti determinati dalla natura e dai costi crescenti dell’impatto ambientale hanno progressivamente ridotto non solo e non tanto la crescita quantitativa dell’economia, misurata attraverso il prodotto interno lordo, quanto i margini di accumulazione del capitale, cioè il profitto. La corsa verso i costi inferiori con la delocalizzazione degli impianti produttivi e l’esplosione del nuovo mercato degli interessi, resa possibile dalle nuove tecnologie informatiche, hanno dato fiato per trent’anni alla crisi del capitalismo ed oggi siamo ad una crisi senza precedenti. Quando il 90% delle transazioni finanziarie ha un carattere meramente speculativo si determina quella situazione di disuguaglianza sociale e di impoverimento delle funzioni dello Stato e, non di meno, della stessa vita democratica.  Proprio come stiamo sperimentando. La tassa Tobin sulle transazioni finanziarie continua ad essere uno strumento fondamentale di controllo politico e democratico sulle transazioni finanziarie, ma anche al recente summit dei cosiddetti “G20” di tassa Tobin non si è parlato, preferendo litigare sui paradisi fiscali.

L’effetto della mercificazione delle condizioni di produzione è l’estensione del conflitto tra capitale e lavoro non solo nella sfera della produzione ma anche, indissolubilmente, nella sfera della riproduzione sociale. La sinistra ha risposto a questo processo sostituendo la categoria dell’alienazione con quella della povertà, confondendo le cause con gli effetti, illudendosi di ridurre gli effetti senza combattere le cause. I lavoratori, più poveri e preoccupati per il loro futuro, ci hanno creduto, rinunciando alla partecipazione politica per sperare nel benefico aiuto dei nuovi sovrani. La sinistra ha privilegiato la categoria della “opportunità” a quella della ridiscussione radicale della divisione sociale del lavoro dal punto di vista del genere, nel momento in cui le nuove condizioni di produzione, l’estensione del conflitto alla sfera della riproduzione e le nuove soggettività delle donne propongono una concreta ridiscussione delle divisioni del lavoro nella famiglia e nel lavoro produttivo.

C’é ancora un nemico. Non solo, è ormai evidente che le risposte in campo contro la crisi economica saranno pagate dai lavoratori in termini di crescita della precarietà e di riduzione dei redditi, attraverso le politiche fiscali e di bilancio pubblico. Lo scontro si farà più acuto, come stanno ad indicare gli attacchi alle libertà sindacali che sta attuando il governo Berlusconi.

Il lavoro di costruzione di una critica di classe e delle conseguenti lotte di classe è tutto da realizzare. È, gramscianamente, lotta per l’egemonia: l’imperativo è spezzare la solitudine e l’isolamento, dare un senso generale alle lotte specifiche che si svolgeranno. Ridare un senso ad una parola in disuso come “fratellanza” costruendo solidarietà di classe e nuovi, più esigenti, legami con il mondo della scienza e della cultura accademica. Ritorna attuale il termine antico di “organizzati” in contrapposizione del termine “disorganizzati” usato nel movimento operaio nella fase di costruzione dei loro sindacati (“iscritti” non voleva dire niente).

Con la categoria del mercato si è negato il carattere del lavoro, manifestazione di una forza naturale come la forza lavoro: il valore del lavoro sta nell’equivalente monetario della vendita della propria forza lavoro e non nel valore d’uso del risultato del proprio lavoro. La natura produce, e l’uomo diventa il più abile parassita della biosfera quando si dota e padroneggia i mezzi di produzione e stabilisce su questa base specifici rapporti sociali.

Il carattere alienante del rapporto capitalistico di produzione si estende dalla interruzione del rapporto del produttore con i mezzi di produzione ed i risultati del proprio lavoro della antica manifattura, alla perdita di controllo, cognitivo e materiale, del valore d’uso dei risultati del proprio lavoro. La selezione è affidata ai mercati, prima che alla ragione, pur considerando che le merci devono soddisfare sia i bisogni dello stomaco che quelli della fantasia.

Eppure l’“operaio complessivo”, risultato del sistema di cooperazione nel processo lavorativo continua ad esistere, anche quando due singoli lavoratori non si incontreranno e non si conosceranno mai. È più attuale che mai il suggerimento di Emile Durkheim di “non perdere di vista i propri collaboratori” per evitare l’anomia, la perdita di senso del proprio lavoro.

Proletari di tutto il mondo unitevi. Perseguire questo obiettivo oggi è come attraversare un deserto. I legami internazionali tra lavoratori si sono persi nel crollo del movimento operaio internazionale o si sono svuotati nella istituzionalizzazione delle organizzazioni sindacali. Il sindacalismo internazionale è in grande affanno per sopravvivere, quello nazionale si difende regredendo, i lavoratori hanno già perso.

Eppure la ricostruzione di rinnovati legami internazionali è condizione indispensabile per la ricostruzione di una coscienza di classe, per combattere l’anomia, quando i collaboratori sono allocati in diverse parti del mondo e, normalmente, si vivono reciprocamente come concorrenti.

La scelta della solidarietà internazionale tra lavoratori va perseguita su più piani ed il primo è studiare e conoscere le diverse realtà.

Il secondo passo va compiuto a livello continentale. Basta leggere la definizione di lavoro nella Carta europea per comprendere che la dimensione di mercato ha cancellato non solo il più inossidabile marxista, ma anche il più tiepido socialdemocratico. Una carta costituzionale europea fondata sul mercato implica un governo oligarchico dell’Unione europea, al massimo contemperato e frenato da spinte ed interessi nazionali.

I dieci punti del programma del “Manifesto del Partito Comunista”, scritto nel 1948 da Engels e Marx su richiesta di una associazione (allora obbligatoriamente segreta) di operai che si chiamava “Lega dei comunisti”, hanno rappresentato i lineamenti di una azione politica che ispirò tutto il movimento operaio per oltre un secolo e che mantiene, su più punti, una grande attualità (mentre gli autori stessi già nel 1872 affermavano che “qualche cosa sarebbe qua e là da ritoccare”).

Oggi continua ad essere importante continuare lo studio e l’azione.

 

Torino 8 aprile 2009