FERMALIBRI_Cambiare si può. Anzi, si deve
FERMALIBRI
Cambiare si può. Anzi, si deve
di Francesco Scacciati*
David C. Korten, economista statunitense nato nel 1937 e laureato a Standford, non può certo definirsi un economista mainstream. E neppure appartenente alla scuola keynesiana – che durante il trentennio di dittatura del fondamentalismo neo-liberista è riuscita a difendere alcune roccaforti nell’accademia – né a quella marxista, largamente minoritaria ma mai estinta. Ciò nonostante, ha ricoperto ruoli di rilievo in organizzazioni internazionali per lo sviluppo. Autore in passato di “When corporations rule the world” e di “The post-corporate world: life after capitalism”, è co-fondatore e presidente degli editors Positive Futures Network, che pubblicano la rivista “YES!” (www.yesmagazine.org). Berrett – Koherler Publishers (San Francisco, 2009) presentano in questi giorni il suo ultimo lavoro “Agenda for a New Economy: from phantom wealth to real wealth”.
Korten descrive la realtà statunitense e ne propone radicali cambiamenti: pur tuttavia la sua analisi e le sue proposte possono essere adattate in larga misura alla situazione in essere in Europa e nelle altre regioni “a capitalismo avanzato”. In estrema sintesi l’Autore sostiene quanto segue:
- in USA gli operai stabilizzati e protetti nel periodo ’50 -‘80 facevano parte a pieno titolo della middle class per tenore di vita e per aspirazioni. Non il mercato ma la politica (il new deal), che aveva esattamente ciò come obiettivo, ha ampliato enormemente i confini della middle class estendendola ai blue collars.
- specularmene, non il mercato ma la politica (reaganomics e thacherismo), che aveva esattamente ciò come obiettivo, ha invertito drammaticamente questo fenomeno sociale ed economico. Sono stati ripristinati i meccanismi e i rapporti di forza dell’economia che vigevano nei good old times: grandi masse di lavoratori sono stati ricondotti ai confini (o al di sotto) della soglia della povertà mentre i redditi della parte alta della middle class decollavano grazie alla “phantom economy”. Un’economia, cioè, fondata sulla crescita del valore di mercato dei patrimoni, nonché basata su bolle speculative e sui redditi che da tale crescita, colossale quanto fasulla, traevano origine (le rendite degli speculatori grandi e piccoli, i super-bonus dei managers, etc.)
- l’aumento del valore degli assets (titoli di ogni genere, immobili, etc.) ha creato un enorme aumento della ricchezza, che a ben guardare è una phantom wealth, una “ricchezza fantasma”, sulla quale però si determinano proporzionali (o più che proporzionali) aumenti del credito e dei consumi: si tratta di ciò che Korten definisce Wall Street economy. Ma gli aumenti del valore di mercato dei beni patrimoniali non comportano la crescita di un solo cent dell’economia reale (Main Street economy); dunque gli aumenti dei consumi e del benessere derivati dalla crescita della Wall Street economy (goduti ma non guadagnati) vanno a ridurre quelli (guadagnati ma non pienamente goduti) di chi lavora nella Main Street economy.
La parte iniziale del libro – di durissima critica alla Wall Street economy e ai “buccaneers” che la governano dispoticamente ricavandone utili astronomici – non si discosta, salvo che per una buona dose di feroce ironia, da altre pubblicazioni uscite in questi mesi. Si ricordi la principale, se non altro per gli incassi e per la fama di autori ed editori: “Animal Spirits: How Human Psychology Drives the Economy, and Why It Matters for Global Capitalism” di George A. Akerlof e Robert J. Shiller, Princeton University Press, 2009 (traduzione italiana: “Spiriti animali. Come la natura umana può salvare l’economia”, Rizzoli, 2009).
La seconda parte del testo di Korten, invece, è interamente dedicata alla formulazione di proposte concrete su cosa si dovrebbe fare e come per abbattere la Wall street economy e sostituirla con la Main Street economy e cioè levarsi di torno un sistema economico che produce una ricchezza finta e sostituirlo con uno che produce benessere reale.
Va detto che le prime pagine di questa seconda parte, lasciano interdetti: si ha la sensazione che le proposte avanzate e gli scenari ipotizzati siano irrealizzabili, essendo troppe le cose da cambiare, troppo consolidati i meccanismi da distruggere e troppo grandi gli interessi da fronteggiare. Poi però, man mano che la lettura procede, tale sensazione cambia, e ci si rende conto di quanto la (in)cultura dominante degli ultimi decenni si sia radicata anche in chi ha cercato di opporvisi. Le conquiste dei lavoratori e della gente comune, ottenute nei primi settant’anni del secolo scorso, sono spesso viste come se stessero su un piano inclinato o come se fossero scritte sulla sabbia; le “conquiste” dei padroni dell’ultimo trentennio, al contrario, sono considerate ormai irreversibili, scritte nella roccia.
Potrebbe invece non essere così. Forse non è detto che le multinazionali della produzione di beni e della finanza debbano spadroneggiare sull’economia mondiale e determinarne alti e bassi, boom e crisi, a loro piacimento e per i loro interessi.
Forse non è detto che i lavoratori dei paesi più sviluppati debbano essere messi in una selvaggia concorrenza con i lavoratori dei paesi dove il salario è di un dollaro al giorno o poco più e dove è sconosciuta qualsiasi forma di difesa del lavoro e sul lavoro. Il commercio internazionale può invece essere regolato da accordi sia bilaterali sia multilaterali, in maniera da evitare l’impoverimento e la perdita dei diritti dei primi e da sostenere la crescita, quantitativa e qualitativa, del tenore di vita dei secondi.
Forse non è detto che – per soddisfare un’illimitata avidità di profitti – l’ambiente debba essere danneggiato in maniera irreparabile e le risorse naturali del pianeta saccheggiate, precludendo così alle generazioni future un livello di vita anche solo paragonabile a quello attuale.
Forse non è detto che la parola d’ordine “meno tasse per tutti” (e, di conseguenza, inevitabilmente, meno servizi pubblici e meno welfare per chi ne ha bisogno) debba essere condivisa da tutte le forze politiche, sinistre in testa.
Forse, infine, non è detto che non sia reversibile la globalizzazione, almeno così come si è manifestata negli ultimi vent’anni. Osserva Korten, “secondo i cantori della Wall Street economy, essa è foriera di pace universale, democrazia e prosperità per tutti i popoli e le nazioni del mondo grazie all’abbattimento delle barriere che limitavano il libero flusso del commercio e degli investimenti: essi speravano che nessuno si rendesse conto che in realtà consisteva nel liberare le multinazionali che controllano il commercio e gli investimenti internazionali da qualsivoglia restrizione legale alla loro possibilità di massimizzare l’estrazione di profitti ovunque esse ne vedano l’opportunità.” (pag. 173). In fondo la quota della produzione mondiale oggetto di commercio con l’estero era di gran lunga superiore nel secondo decennio del ‘900 di quanto non lo fosse ancora 75 anni dopo.
Forse invece la gravità della crisi e la collera della gente comune potrebbero imporre ai governi di votare leggi che impediscano, esplicitamente o implicitamente, l’attribuzione di stipendi, incentivi e bonus spropositati (che nulla hanno a che vedere con il contributo dato al benessere della collettività, come pure sarebbe previsto dal pensiero liberale), l’accumulo di ricchezze incalcolabili e la possibilità di spostare enormi capitali finanziari da un paese all’altro nel tempo necessario a premere un tasto. Aliquote fiscali marginali del 90% sui redditi superiori a una certa soglia (intorno al milione di dollari lordi l’anno, che non è poco, anche se è un ben misero stipendio rispetto ai 100 milioni e più incassati ancora l’anno scorso da alcuni chief executive operator delle massime banche americane) renderebbero insostenibili ulteriori aumenti per le società erogatrici. La Tobin tax (circa lo 0,5% su ogni passaggio di frontiera di denaro) metterebbe un freno alle operazioni di finanza speculativa internazionale, senza intralciare gli investimenti produttivi all’estero.
Forse l’idea di permettere alle multinazionali di citare per danni i governi dei paesi che emanano leggi che frappongono ostacoli ai loro affari potrebbe essere abbandonata a favore di un’altra che permetta ai governi dei paesi danneggiati dagli affari delle multinazionali di chiedere l’estradizione dei top managers che, con le loro decisioni, hanno provocato tali danni.
Forse i governi potrebbero ridimensionare il ruolo del PIL come metro di misura delle loro performance economiche, rilevando anche altri indicatori più adatti a misurare il benessere della collettività e puntando alla massimizzazione di questi. Il PIL, infatti, non coglie l’equità (o l’iniquità) della distribuzione del reddito, la diffusione della cultura, il senso di sicurezza economica e personale, il tempo “bruciato” quotidianamente per recarsi al lavoro e tornare a casa, la possibilità di godere effettivamente del tempo libero, la qualità dei servizi erogati dalla pubblica amministrazione (salute e istruzione innanzitutto, ma non solo) e il grado di soddisfazione che ne traggono i cittadini, etc.
Forse, infine, la globalizzazione potrebbe essere reinterpretata “to favor global cooperation over global competition” (Korten, pag. 184).
Korten propone un ritorno, che ovviamente non può che derivare da una colossale (e difficile) battaglia politica, alla Main Street economy, all’economia reale, cioè, e ai suoi valori, che implicano anche che le imprese gigantesche e le multinazionali siano smembrate (come già fu fatto molti anni fa per la compagnia elettrica Bell), in imprese di dimensioni più ridotte, locali o tutt’al più nazionali, che creano “di fatto” – in contrapposizione alle public companies, dove proprietà e lavoro non hanno alcun contatto diretto e dunque la prima considera il secondo come un mero mezzo di produzione, alla stregua di macchinari e materie prime – una molteplicità di interessi comuni e obiettivi condivisi. Anche le mega-banche dovrebbero essere smembrate per tornare al loro ruolo originario di raccogliere il risparmio e prestarlo a chi vuole creare nuove imprese o migliorare le imprese esistenti (“chi è troppo grande per poter fallire è troppo grande per poter esistere”).
Certo, il tipo di società descritta da Korten dopo il ritorno alla Main Street economy, bucolica e idilliaca, può non essere molto credibile, e neppure forse per tutti auspicabile. Essa tuttavia non è essenziale alla sua analisi, al suo ragionamento e alle sue proposte di rovesciare l’attuale struttura dell’economia, dal cosa produrre al come produrlo. Gli interessi della Wall Street economy e delle sue public companies da abbattere sono enormi, ma la convinzione di Korten che l’iniziativa possa avere successo si basa sul fatto che la stragrande maggioranza della popolazione ne trarrebbe vantaggio, soprattutto in termini di qualità della vita: si tratterebbe pertanto di una battaglia innanzitutto democratica.
* Francesco Scacciati insegna Politica economica all’Università di Torino

