Cosa è successo davvero a Ginevra
Cosa è successo davvero a Ginevra
Su La Stampa del 28 aprile 2009 Aldo Rizzo scrive che nella risoluzione finale della conferenza sul razzismo e la xenofobia organizzata dall’ONU a Durban nel 2001 «rimase un’esplicita e dura condanna dello stato ebraico». Segue un’ampia critica alla Durban Review Conference tenuta a Ginevra dal 20 al 24 aprile (che ha affermato la necessità di implementare le risoluzioni di Durban), accompagnata da una serie di considerazioni sull’inutilità di queste conferenze, in quanto (nelle parole questa volta del ministro Frattini) sono solo «una tribuna mondiale per lanciare messaggi contro gli Ebrei e contro Israele». L’articolo di Rizzo è rappresentativo del modo in cui i media italiani hanno presentato la conferenza e il suo boicottaggio da parte di molti paesi occidentali; primo fra tutti Israele, seguito dall’Italia, che non ha partecipato. La maggior parte dei paesi che hanno boicottato la conferenza l’hanno invece abbandonata durante il discorso del presidente iraniano Ahmadinejad. Si è trattato di una evidente scorrettezza diplomatica: non si poteva ovviamente impedire al presidente di uno stato membro dell’ONU di parlare liberamente. Ciò dimostra tuttavia come, per la maggior parte dei paesi che hanno boicottato la conferenza, la formulazione dei documenti preliminari non fosse una ragione (o un pretesto) sufficiente ad astenersi dalla partecipazione. La gaffe è stata riconosciuta: coloro che hanno lasciato l’aula durante il discorso di Ahmadinejad, ad eccezione del delegato della Repubblica Ceca, «hanno successivamente chiarito che non intendevano abbandonare del tutto la conferenza» (The Economist, n. 8628, p. 61) .
Tre giorni dopo, apprendiamo dai giornali che la Freedom House, un’organizzazione autonoma con sede negli Stati Uniti – che si pone come obiettivo la promozione della libertà nel mondo – ha declassato il nostro paese da «libero» a «parzialmente libero», a causa dei limiti che incontra la libertà di stampa in Italia, unico caso nell’Europa Occidentale insieme alla Turchia.
Questa palese discrepanza fra la realtà e la capacità di ricezione da parte dei media italiani solleva due problematiche. La prima riguarda la natura dell’informazione e la deontologia dei giornalisti italiani. In un sistema informativo libero si ritiene normale che i giornalisti raccolgano informazioni prima di scrivere, e ci si aspetterebbe anche la denuncia da parte di qualche collega del clamoroso infortunio di Rizzo. La seconda è il motivo dell’aggressione israeliana nei confronti della conferenza (quella dei paesi boicottanti è più facilmente spiegabile, data la scelta geopolitica di appoggiare comunque Israele, almeno finché lo fanno gli Usa e in attesa di vedere che cosa farà Obama). In questa nota ci occuperemo del secondo problema.
Le due conferenze, Durban nel 2001 e Ginevra nel 2009, sono state conferenze importanti, in cui l’ONU ha adottato alcune decisioni di principio paragonabili alla Dichiarazione Universale dei Diritti del 1948. In sintesi, si è deciso che: a) si deve lottare contro «il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e l’intolleranza che ne consegue», b) questa lotta richiede misure attive, volte a ovviare alle loro conseguenze, a offrire protezione e dare voce alle vittime, a combatterne la diffusione e a educare al loro contrasto; c) il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e l’intolleranza sono disvalori universali, non giustificabili o relativizzabili in funzione di particolari circostanze storiche e politiche. Non c’è da aspettarsi che a queste dichiarazioni di principi seguano dei fatti; ciononostante la loro affermazione è importante, in quanto essa costituirà sempre più il punto di riferimento per la lotta contro i flagelli citati, così come, in altri campi, lo è stata la Dichiarazione del 1948. Questo è certamente noto ai governanti israeliani, e anche a quelli italiani (e dovrebbe essere noto anche ai giornalisti italiani, ma questo è un altro discorso).
Dobbiamo quindi concludere che ciò che Israele non gradisce non sono le strumentalizzazioni antisemite o antiisraeliane della lotta contro la xenofobia e il razzismo, ma quella lotta in quanto tale. Ora, anche se purtroppo in Israele (come del resto altrove) una parte dell’opinione pubblica è a favore di politiche esplicitamente razziste, è chiaro che l’opposizione di Israele non nasce dal fatto che invece si preferisce un mondo in cui trionfano il razzismo, la xenofobia e l’intolleranza. In altri termini, se Israele cerca di sabotare la conferenza di Ginevra non è - non può essere - perché sia in disaccordo coi suoi contenuti. Bisogna quindi concludere che lo scopo del sabotaggio è la delegittimazione dell’ONU, e in particolare della sua lotta contro xenofobia e razzismo.
Una volta posta la questione in questi termini, il motivo diventa ovvio. In Israele l’opzione «due popoli due stati» sta diventando sempre più impopolare. La strategia fin qui seguita – accettare questa opzione a parole, ma sabotarla attivamente con le politiche – consentiva di giustificare l’oppressione dei palestinesi (inevitabilmente in contrasto con quanto prescritto universalisticamente a Durban e a Ginevra) come qualcosa di transitorio, legato alla situazione contingente di conflitto, fermo restando, come in tutti i conflitti, che la sua mancata soluzione era colpa degli altri. Ma una condizione in cui il conflitto corrisponde a un equilibrio non può essere mantenuta in eterno. E si fa sempre più strada – soprattutto dopo le ultime elezioni – l’idea di negare la possibilità di uno stato palestinese, per puntare invece su una sorta di confederazione giordano-palestinese, eventualmente con modifiche di confini volte all’annessione di almeno parte degli insediamenti ebraici in Cisgiordania in cambio della cessione di aree popolate da palestinesi dell’attuale Israele. Una politica di questo genere, ma più in generale l’uscita dall’ambiguità costituita dall’accettazione della dottrina dei due popoli - due stati, accompagnata però da un rinvio sine die della sua implementazione, implica evidentemente la violazione esplicita di alcuni diritti universali sanciti dai documenti approvati dall’ONU a Durban e a Ginevra, a meno che questa politica non venga accettata dalle altre parti in causa, cosa ovviamente impensabile. Israele deve quindi delegittimare questi documenti, e più in generale l’iniziativa dell’ONU in questo campo.
È bene osservare che questa delegittimazione è probabilmente tanto importante per la politica interna di Israele quanto per quella internazionale. C’è un legame complesso fra la democrazia israeliana e la sua politica. L’opzione della confederazione palestinese-giordana viene sempre più ritenuta come realistica in quanto sono gli elettori israeliani che tendono sempre più a rifiutare l’opzione dei due stati. L’espansione degli insediamenti in Cisgiordania, che costituisce il principale impedimento alla costituzione dei due stati, viene considerato un problema che non può essere affrontato, in quanto ingestibile nel quadro degli attuali equilibri politici israeliani; si chiede quindi agli arabi di farsi carico dell’accettazione di questo dato di fatto. È sintomatico come anche Benny Morris, in un libro recente e di cui probabilmente si parlerà molto, One state, two States, ritenga che l’imposizione con la forza alla Giordania della confederazione sia la soluzione più realistica, ancorché irta di difficoltà; anche se l’autore attribuisce soprattutto agli arabi il rifiuto della soluzione a due stati.
Ora, perseguire la politica del non-stato per i palestinesi implica necessariamente – come del resto è sotto gli occhi di tutti già oggi – una violazione continua dei diritti universali dei palestinesi sanciti dalle carte dell’ONU. Questa violazione è – in potenza o in atto, a seconda dei periodi – un argomento rilevante per chi in Israele si oppone da sinistra alla politica nazionalista del suo governo, ancorché periodicamente ostacolato dalle guerre e dai lanci di missili palestinesi. E lo sarebbe a maggior ragione quando questa violazione venisse perseguita esplicitamente in aperta violazione di alcuni principi adottati e forse di alcune politiche implementate dall’ONU, senza la copertura dell’accettazione «teorica» del principio dei due Stati. In Israele si cerca quindi di far sì che chi si richiama ai documenti dell’ONU per opporsi alla nuova politica nazionalista possa credibilmente essere accusato di «fare il gioco del nemico», di riferirsi cioè a testi che in realtà sono solo una provocazione antiisraeliana, possibilmente antisemita. È la stessa logica che molto spesso ha portato e porta ad accusare chi organizza uno sciopero di essere «in realtà» un comunista, e chi si oppone a politiche repressive di essere «in realtà» amico dei terroristi.
E’ tragico che proprio Israele, che nonostante tutto è un paese democratico e che ha fra i suoi miti fondanti quello del superamento del razzismo, sia portato da esigenze politiche a entrare in rotta di collisione con quello che potrebbe essere considerato non solo un momento molto alto della civiltà umana, ma anche la realizzazione degli ideali per cui Israele è nato, e cioè l’affermazione come principio universale non solo dell’ingiustizia del razzismo e della xenofobia, ma della necessità dell’adozione di politiche attive contro di esse.
Chi ha a cuore il destino di Israele dovrebbe riflettere molto seriamente su ciò. L’autore di questo articolo ha scritto, in altra sede, che chi ha cuore gli interessi dei palestinesi dovrebbe rifiutare la propria solidarietà ad Hamas e a Hezbollah anche (ma non solo) perché non si deve alimentare la convinzione che la solidarietà al movimento palestinese sia indipendente dalla politica da questo perseguita; altrimenti si contribuisce implicitamente a incentivare l’adozione di politiche estremiste che in ultima analisi vanno contro gli interessi dello stesso popolo palestinese.
La stessa cosa vale oggi per Israele. La sua collocazione fra i paesi che rifiutano di combattere il razzismo e la xenofobia lo pone su una strada molto pericolosa sia per la sua posizione nel contesto mondiale, sia per la salvaguardia della democrazia interna. Anche chi avesse solo a cuore il futuro di Israele, e fosse indifferente ad altre considerazioni di tipo umanitario, dovrebbe per ciò stesso rifiutare la sua solidarietà al boicottaggio dell’ONU. La solidarietà internazionale al boicottaggio da parte di Israele di principi palesemente giusti contribuisce sia al suo isolamento a livello mondiale, sia alla vittoria dello sciovinismo al suo interno.
Purtroppo, è molto facile essere portati a solidarizzare in buona fede con il boicottaggio dell’ONU, grazie alla rigorosa politica di disinformazione adottata nel nostro paese dai mezzi di comunicazione di massa. Che quindi non solo stanno tradendo la loro missione (e nel caso dei giornalisti anche le norme più elementari della deontologia professionale): stanno anche dando un fattivo contributo al collasso della democrazia in Israele.
* Guido Ortona insegna Economia delle scelte collettive all’Università del Piemonte Orientale.

