Editoriale - Israele e Palestina: il declino della soluzione dei due Stati
Editoriale
Israele e Palestina: il declino della soluzione dei due Stati
di Francesco Pallante*
1. La soluzione dei due Stati
Il 2 ottobre 2001, per la prima volta un presidente degli Stati Uniti – George W. Bush – dichiarava ufficialmente il sostegno del proprio paese alla costituzione di uno Stato palestinese a fianco dello Stato di Israele. In forza di questa svolta, il 12 marzo 2002, tale posizione trovava formale accoglimento nella risoluzione n. 1397 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che indicava, con il voto favorevole degli Stati Uniti, la soluzione dei due Stati come la via da percorrere per porre fine al conflitto israelo-palestinese.
Questa stessa idea si trova alla base del piano di pace approvato da tutti i paesi della Lega araba al vertice di Beirut del 28 marzo 2002, con il quale veniva offerto a Israele il pieno riconoscimento diplomatico, in cambio del ritiro da tutti i territori occupati nel 1967 e della nascita di uno Stato palestinese avente sovranità sulla Cisgiordania e sulla striscia di Gaza. Analoga infine è la posizione sostenuta da Unione Europea e Russia, gli altri due componenti del «quartetto» dei mediatori internazionali assieme agli Stati Uniti e all’Onu.
Si può dire che tutta la comunità internazionale, ivi compresi i più stretti alleati di Israele, condivida l’idea che non ci possa essere soluzione del conflitto in Palestina senza che ciascuna delle parti pervenga al pieno riconoscimento dei diritti nazionali dell’altra. Arrivare al reciproco riconoscimento delle opposte ragioni significherebbe rimuovere il principale ostacolo alla pace, eliminando alla radice l’opzione della vittoria totale di un contendente sull’altro.
Ma allora perché, nonostante la sua ragionevolezza sia così diffusamente riconosciuta, non si riesce a realizzare la soluzione dei due Stati?
Per rispondere, occorre innanzitutto ricostruire le posizioni delle due parti.
2. La posizione israeliana
Il discorso d’insediamento di Benjamin Netanyahu (Corriere della Sera, 1.4.2009) è stato molto chiaro. Dichiarando espressamente che i palestinesi potranno vedersi al massimo riconosciuti «i diritti di autogoverno» sui territori occupati, il nuovo primo ministro di Israele ha evitato di fare propria la prospettiva dei due Stati. Nella visione del leader del Likud, i palestinesi dovrebbero accettare il dominio israeliano sui territori da loro abitati, ottenendo in cambio la possibilità di «autogovernare» i propri affari municipali. Nell’intervista rilasciata ad Arturo Marzano, Efraim Inbar illustra questa posizione facendo riferimento al piano del laburista Yigal Allon, che nel 1967 dettò le linee guida per la colonizzazione della Cisgiordania. Si tratta di una proposta inaccettabile per i palestinesi. Ed è singolare che la comunità internazionale, di fronte a un primo ministro israeliano che nega i diritti nazionali del popolo palestinese, specularmente a quanto fa Hamas con Israele, non applichi allo Stato ebraico la medesima politica di isolamento che sta applicando da anni nei confronti della striscia di Gaza.
Ancora più netta è la posizione di Israel Beitenu, il partito del neo ministro degli esteri Avigdor Lieberman, che nel programma elettorale, evitando ogni riferimento allo Stato palestinese, si limita a dire che Israele potrà cedere «terre con colonie ebraiche» solo in cambio di «terre arabe densamente popolate». Appena insediato nel suo nuovo ufficio, Lieberman ha dichiarato che Israele non è tenuto al rispetto dell’accordo di Annapolis, che prevede l’instaurazione di un negoziato volto alla creazione dello Stato palestinese, e ha avvertito che Israele non accetterà più di trattare sulla base dello schema «terra in cambio di pace» (Corriere della Sera, 2.4.2009). Conviene ricordare che Lieberman è già stato, negli anni passati, vice primo ministro, ministro degli affari strategici e ministro delle infrastrutture, senza che Europa e Stati Uniti si siano fatti scrupoli nel riconoscerlo come interlocutore. Recentemente – 4 e 5 maggio 2009 – ha scelto Roma come destinazione della sua prima visita ufficiale all’estero, evidentemente rassicurato dalla posizione filoisraeliana del governo italiano.
Sempre in campo israeliano, occorre prendere in considerazione le posizioni del Labor e di Kadima. Perché la prospettiva dei due Stati possa avere un senso, è imprescindibile che anche lo Stato palestinese, così come quello israeliano, sia uno Stato realmente sovrano e indipendente, radicato su un territorio storicamente e culturalmente omogeneo, in grado di governare concretamente su tutti i suoi cittadini – residenti a Gaza o in Cisgiordania – e potenzialmente capace di provvedere alle loro necessità economiche. Questo implicherebbe la creazione di uno Stato sui territori conquistati da Israele nel 1967 e la creazione di un corridoio di comunicazione, adeguatamente garantito, tra la Cisgiordania e Gaza. Ogni altra ipotesi – fatta salva la possibilità di marginali scambi territoriali paritari – negherebbe la soluzione dei due Stati, perché impedirebbe la nascita di un vero Stato palestinese, e dunque la realizzazione dei diritti nazionali di una delle due parti (lo stesso Bush ha dichiarato che lo Stato palestinese non dovrà «somigliare a un formaggio svizzero pieno di buchi») (Corriere della Sera, 11.1.2008). Misurate rispetto alla prospettiva di insediare uno Stato palestinese su tutti i territori occupati, le posizioni del Labor e di Kadima – la cui nascita ha comunque segnato un’importante svolta pragmatica per una parte della destra israeliana – si dimostrano ambigue: dalle loro poltrone-chiave degli ultimi governi, entrambi i partiti non solo hanno sostenuto la costruzione del muro che divide – illegalmente, secondo la Corte internazionale dell’Onu – Israele dai territori occupati, inglobando importanti porzioni di territori palestinesi, ma soprattutto hanno continuato a dare impulso a illegali programmi di colonizzazione, condannati a parole anche dagli Stati Uniti. Illuminante, da ultimo, è il progetto di Olmert di raddoppiare il numero delle colonie attualmente esistenti con la costruzione di 73 mila nuove unità abitative (che implica l’insediamento di almeno 200 mila nuovi coloni) (Haaretz, 2.3.2009).
Non sono solo gli avvenimenti recenti a smentire la matrice pacifista dei governi israeliani di centrosinistra. In linea con la tradizione laburista – contrariamente a quanto spesso si crede, le prime colonie furono realizzate negli anni Settanta proprio dalla sinistra – al gabinetto guidato da Ehud Barak tra il 1999 al 2001 si deve il maggior incremento di colonie mai realizzato in Cisgiordania. Ci sono buone ragioni per ritenere lo stesso Barak responsabile, assieme a Bill Clinton, del fallimento della più grande occasione mai presentatasi di risolvere definitivamente il conflitto israelo-palestinese, al vertice di Camp David del 2000. Israele attribuisce la responsabilità del fallimento a Yasser Arafat – colpevole di aver rifiutato la «generosa offerta» di Barak – ma la versione israelo-americana è smentita dal fatto che le trattative di Camp David (luglio 2000) portarono a conclusioni assai differenti da quelle di Taba (gennaio 2001), a causa del mutato atteggiamento israeliano. Mentre la posizione palestinese rimase sostanzialmente la stessa in entrambi i negoziati (nascita dello Stato palestinese sui territori conquistati da Israele nel 1967), quella israeliana cambiò. Se a Camp David Barak offrì la nascita di uno Stato palestinese diviso in tre-quattro cantoni (Gaza più due-tre enclave in Cisgiordania) interamente circondati da Israele (e dunque senza controllo delle frontiere) e senza Gerusalemme, a Taba la posizione israeliana arrivò quasi a coincidere con le richieste palestinesi. Il mutamento del punto di vista israeliano coincise con un analogo mutamento di quello di Clinton, il quale – dopo aver sostenuto la posizione israeliana a Camp David – elaborò nel dicembre 2000 i c.d. «parametri Clinton», che prefigurarono la bozza di un possibile accordo ricalcando, sostanzialmente, le richieste di Arafat. Se poi anche il vertice di Taba fallì, lo si deve alla mancanza di tempo, data l’imminenza delle elezioni politiche in Israele che, nel febbraio successivo, videro la vittoria di Ariel Sharon, un candidato che aveva fatto tutta la campagna elettorale denunciando le trattative con i palestinesi. In definitiva, a prescindere da ogni valutazione sull’atteggiamento di Arafat, le diverse posizioni assunte dagli israeliani (e da Clinton) a Camp David e a Taba dimostrano che a Camp David gli israeliani (e gli americani) non si spinsero fin dove avrebbero potuto. Usando un linguaggio analogo a quello della versione ufficiale israeliana, a Taba i negoziatori dello Stato ebraico furono assai più «generosi».
Si può inoltre ricordare che già nel 1995 Yossi Beilin e Abu Mazen avevano raggiunto, sotto l’egida di Rabin e Arafat, un accordo idoneo a dare compiuta realizzazione alla soluzione dei due Stati (accordo che poi non venne attuato a causa non solo dell’assassino di Rabin e della successiva elezione di Netanyahu, ma anche della mancanza di coraggio politico che connotò, in quei drammatici frangenti, l’operato di Shimon Peres). Inspiegabilmente, però, mentre Arafat ripropose le posizioni che condussero a quell’intesa, Barak non ritenne di dover fare altrettanto.
3. La posizione palestinese
Si potrebbe pensare che se gli israeliani non danno corso alla soluzione dei due Stati è perché i palestinesi si oppongono a questa prospettiva. E la pace, si sa, bisogna farla in due.Ma davvero le cose stanno così?
Certamente, per quanto riguarda l’Olp, la posizione di Arafat a Camp David dimostra che le cose non stanno così. Come detto, in quell’occasione il leader palestinese si limitò a chiedere la nascita di uno Stato palestinese sui territori palestinesi occupati da Israele nel 1967 (allora erano giordani, ma nel 1988 re Hussein aveva rinunciato a ogni rivendicazione a favore dei palestinesi): la striscia di Gaza e la Cisgiordania, comprensiva della parte orientale di Gerusalemme. A questa posizione, l’Olp era già pervenuta espressamente al Congresso nazionale palestinese di Algeri del 1988, quando i delegati avevano formalmente accettato le risoluzioni delle Nazioni Unite n. 181 del 1947, n. 262 del 1967 e n. 338 del 1973 (risoluzioni che, nel complesso, prefigurano la soluzione dei due Stati). Ma già nel lontano 1977, in occasione della celebrazione, al Cairo, del XIII Congresso nazionale palestinese, l’obiettivo del movimento venne fissato nella liberazione non più «di tutto il territorio palestinese», ma «di tutti i territori arabi occupati», lasciando così intendere una possibile accettazione implicita dell’esistenza dello Stato di Israele. Ciò consente di sostenere che da almeno 15 anni i palestinesi dell’Olp riconoscono i diritti nazionali degli israeliani e non intendono costituire una minaccia per l’esistenza di Israele. Questa argomentazione trova conferma nell’intervista effettuata al rappresentante di Fateh da Paolo Napolitano.
E tuttavia, se fino agli anni Ottanta l’Olp poteva essere considerato il rappresentante della quasi totalità dei palestinesi, con la nascita e l’affermazione di Hamas la situazione è radicalmente mutata, fino al punto che, stando ai risultati elettorali, è oggi proprio il movimento islamico a poter rivendicare la rappresentanza della maggioranza della popolazione palestinese.
È dunque Hamas che impedisce a Israele di far sua la soluzione dei due Stati? Questa è la posizione sostenuta, oltre che dal governo israeliano, anche dai principali esponenti della comunità internazionale, secondo i quali Hamas è un’organizzazione terrorista che, essendo animata da un odio antisemita, prima ancora che antisionista, non può essere considerata un interlocutore accettabile, ma solo il bersaglio delle azioni militari difensive israeliane. È questo il quadro nel quale, da ultimo, è stata collocata l’operazione «Piombo Fuso», per la quale Israele è stato tutt’al più accusato di aver fatto un uso eccessivo della legittima difesa, dimenticando l’occupazione, prima, e il blocco israeliano, poi, della Striscia di Gaza. I Qassam non rompono un’idilliaca situazione di pace, ma sono una reazione alle ripetute aggressioni israeliane (il ritiro deciso da Sharon non rappresenta, dal punto di vista palestinese, una svolta: non solo perché non ha comportato l’indipendenza della striscia di Gaza, che è stata militarmente isolata dal mondo, ma anche perché il destino di Gaza non può essere scisso da quello della Cisgiordania). Ciò non significa – occorre dirlo con forza – che il lancio dei Qassam sia un’azione legittima sul piano del diritto bellico e umanitario, perché è rivolta contro i civili, e non contro i militari israeliani.
Ed è comunque fuorviante la tesi con cui Israele ha giustificato l’attacco contro Gaza, e cioè che nessun paese occidentale avrebbe accettato supinamente il lancio di missili sui propri civili. Se l’affermazione è realistica, tralascia però di considerare il fatto che nessun paese occidentale subisce analoghi attacchi perché nessuno di essi occupa da 42 anni un territorio su cui, per riconoscimento della comunità internazionale, un altro popolo ha il diritto di far nascere il proprio Stato.
Tornando alla posizione di Hamas nei riguardi di Israele, le accuse si concentrano solitamente sullo Statuto del movimento islamico. In effetti, si tratta un documento nel quale trovano spazio prese di posizione politiche e considerazioni di carattere propagandistico rivolte con toni razzisti contro gli «ebrei». E, tuttavia, quando si tratta di indicare la posizione di Hamas sul conflitto israelo-palestinese l’obiettivo è inequivocabilmente Israele, non gli ebrei. Dice lo Statuto: «Il Movimento di Resistenza Islamico […] si sforza di innalzare la bandiera di Allah su ogni metro quadrato della terra di Palestina». E prosegue: «All’ombra dell’islam, è possibile per i seguaci di tutte le religioni coesistere nella sicurezza: sicurezza per le loro vite, le loro proprietà e i loro diritti». Dunque Hamas propugna l’eliminazione di Israele, ma non degli ebrei e sembra pronta a farli «coesistere nella sicurezza» all’interno dell’auspicato Stato islamico di Palestina. Sia chiaro che anche letta correttamente la posizione di Hamas resta inaccettabile, perché reclama non la costituzione di uno Stato binazionale, ma la creazione di uno Stato islamico in cui i non musulmani (ebrei e cristiani) sarebbero posti in una posizione subordinata. Ma, in ogni caso si tratta di una posizione ben diversa da quella, generalmente imputata agli islamisti, di ostilità nei confronti di tutti gli ebrei in quanto tali e non degli ebrei israeliani in quanto israeliani.
Dopotutto, la posizione di Hamas è speculare a quella del Likud, posto che: (a) sia Hamas sia il Likud pretendono esclusivamente per sé tutto il territorio oggetto di contesa; (b) sia Hamas sia il Likud negano agli avversari il diritto di costituire un proprio Stato sul territorio conteso; (c) sia Hamas sia il Likud sono disposti a tollerare la presenza degli avversari, immaginando per loro la concessione di una posizione di secondo piano (come minoranza religiosa, nella visione di Hamas; come popolo colonizzato che si autogoverna, nella visione del Likud).
La ricostruzione delle posizioni di Hamas sarebbe tuttavia incompleta se si limitasse a prendere in considerazione la sua Carta fondamentale. Anche Hamas – così come accadde all’Olp negli anni Settanta e, più recentemente, a un analogo movimento radicale come Hizballah – ha conosciuto, specie dopo aver assunto la responsabilità di governare l’Anp, un’evoluzione nella sua linea politica, che si è concretata non solo nelle prese di posizione dei suoi rappresentanti, ma anche nell’adozione di nuovi documenti, che si affiancano allo Statuto. Fin dai primi giorni successivi alla vittoria nelle elezioni legislative palestinesi del 2006, Hamas ha iniziato a lanciare inascoltati messaggi di apertura a Israele e alla comunità internazionale. Spicca una delle prime dichiarazioni del primo ministro Ismail Haniyeh: «Se Israele dichiara che darà ai palestinesi uno Stato e tutti i loro diritti, allora siamo pronti a riconoscerlo. Se Israele riconoscerà lo Stato palestinese lungo i confini del 1967, rilascerà i prigionieri e riconoscerà il diritto al ritorno dei rifugiati, Hamas risponderà adeguatamente. Se Israele accetterà un accordo sui confini del 1967 allora noi procederemo per stadi verso la pace. Stabiliremo una situazione di stabilità e calma che garantirà la sicurezza dei nostri pop
oli. Non nutriamo nessun sentimento di animosità verso gli ebrei. Non vogliamo buttarli a mare. Tutto ciò che chiediamo è di avere indietro la nostra terra, non vogliamo far male a nessuno» (The Bbc, 26.2.2006). D’altronde Hamas, sotto la guida di Haniyeh, vinse le elezioni sulla base di un programma che non prevedeva la distruzione di Israele, ma la difesa, anche armata, contro l’occupazione israeliana (The Guardian, 12.1.2006).
Tra le molte dichiarazioni che confermano la svolta negoziale del movimento rientra l’intervista ad Ayman Daraghmeh, portavoce di Hamas in Cisgiordania, che Paolo Napolitano ha raccolto per questo numero di Nuvole. Le parole di Daraghmeh si inseriscono, peraltro, nel solco tracciato dal capo politico del movimento islamico, Khaled Meshaal in numerose interviste, da ultimo in quella concessa a Damasco alla giornalista Alix Van Buren. Tali prese di posizione sono particolarmente interessanti, perché non si limitano a ribadire che l’obiettivo di Hamas è la costituzione di uno Stato palestinese sui soli territori occupati, ma ricordano che Hamas ha sottoscritto, nel 2006, il «Documento per la riconciliazione nazionale palestinese» (conosciuto anche come Accordo nazionale o Documento dei detenuti) in cui si prevede espressamente la nascita dello Stato palestinese all’interno dei confini del 1967. Vale la pena di riportare le parole precise utilizzate da Meshaal: dopo aver definito lo Statuto di Hamas «un documento legato a un momento storico specifico», egli afferma che l’Accordo nazionale «coincide col nostro programma politico: uno Stato palestinese sui confini del 4 giugno 1967, compresi Gerusalemme Est e il riconoscimento del diritto al ritorno dei profughi. Come concordato alla Mecca, deleghiamo all’Autorità palestinese il negoziato con Israele, e il risultato va sottoposto al parlamento o a referendum» (La Repubblica, 23.3.2009). Non è senz’altro un caso che questi identici concetti – sostegno a un accordo basato sulla soluzione dei due Stati e confermato da un voto popolare – siano stati recentemente espressi dal presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad (ABC News, 27 aprile 2009).
Naturalmente questo non significa che non si possano riscontrare prese di posizione, anche recenti, bellicosamente anti-israeliane provenienti da Hamas. Ed è importante ricordare che solitamente le dichiarazioni rivolte alla stampa internazionale dai leader islamisti sono assai più moderate di quelle destinate all’opinione pubblica palestinese. Ma la costanza con cui si ripetono le aperture, l’autorevolezza delle fonti da cui provengono e l’importanza delle occasioni in cui sono state pronunciate (per esempio durante i due colloqui tra Khaled Meshaal e Jimmy Carter avvenuti nel corso del 2008) inducono a concludere che, sul fronte palestinese, la prospettiva dei due Stati è oramai entrata nell’agenda non solo dell’Olp, ma anche di Hamas. In ogni caso, chi non fosse convinto di questa conclusione, ma avesse davvero a cuore il raggiungimento della pace, avrebbe l’onere di dimostrare l’inattendibilità delle aperture formulate da Hamas.
4. Il nodo della questione
Si torna così alla domanda di partenza: cosa impedisce di realizzare la soluzione dei due Stati? Una volta manifestata la disponibilità negoziale da parte sia dell’Olp sia di Hamas, ai palestinesi non resta altro da fare. È Israele che controlla tutti i territori, l’economia della Palestina e i movimenti della sua popolazione araba. Israele dispone di una delle forze armate più potenti del mondo. Che lo Stato palestinese nasca o meno dipende soprattutto dalla volontà di Israele. Ma allora c’è da chiedersi perché Israele non si ritira, perché preferisce la guerra alla pace.
Sono domande che toccano la radice del problema. E il problema consiste nel fatto che, se si ritirasse, Israele correrebbe il rischio di cambiare la propria identità, rinunciando a una parte costitutiva di se stesso. Israele non si ritira perché non può ritirarsi rimanendo quello che oggi è. Come prodotto del sionismo, Israele contiene in sé tutte le varie anime di quella ideologia: il socialismo, il liberalismo, il pensiero democratico, il nazionalismo, il fondamentalismo religioso, il militarismo. Israele aspira a essere etnicamente puro, a controllare tutti i territori della tradizione biblica, a essere uno Stato democratico. Ma il racconto della «terra senza popolo per un popolo senza terra» – utilizzato per vincere le resistenze internazionali alla costituzione dello Stato ebraico – ha finito per ritorcersi contro i suoi stessi artefici. La Palestina era tutt’altro che spopolata e proprio la presenza della popolazione araba rende impossibile la realizzazione della visione sionista. Oggi Israele governa, oltre che su 5,5 milioni di ebrei e 1,5 milioni di arabi israeliani che godono dei diritti politici, anche su quasi 4 milioni di palestinesi che risiedono nei territori occupati e non possono votare per il governo che li amministra. Se Israele dovesse decidere di trasformarsi in uno Stato dove a tutti sono riconosciuti pari diritti politici, dovrebbe scegliere tra la rinuncia a essere lo Stato degli ebrei (trasformandosi in uno Stato binazionale, degli ebrei e degli arabi palestinesi) e la rinuncia al controllo di una parte dei territori della tradizione biblica, così da consentire la nascita dello Stato palestinese.
Solo una finzione consente di continuare a considerare «provvisoria» un’occupazione che in realtà dura da oltre quarant’anni; e che si tratti di una finzione è testimoniato dall’inarrestabile declino cui è andato incontro il partito laburista: sempre più sensibile alle sirene del nazionalismo ebraico che alle ragioni della democrazia, il partito dei fondatori di Israele ha perso la sua stessa ragion d’essere, venendo progressivamente abbandonato dai suoi elettori. Anche grazie all’accettazione generalizzata dell’occupazione, il nazionalismo, religioso e laico, è diventato la stella polare della politica israeliana e quanto successo a Gaza nei mesi scorsi ne è testimonianza. Sotto la guida di un ministro della difesa laburista, i soldati israeliani avrebbero utilizzato bambini come scudi umani, ucciso civili che portavano bandiera bianca, impedito il soccorso dei feriti, effettuato sequestri di ostaggi, utilizzato ordigni al fosforo nei centri abitati, distrutto abitazioni, scuole, ospedali, edifici delle Nazioni Unite. Ed è fortissimo il sospetto che tutto ciò sia avvenuto a meri fini elettorali.
Se confermate, dal punto di vista giuridico e morale le violazioni del diritto bellico e umanitario compiute da Israele non sarebbero distinguibili dagli attacchi contro i civili israeliani compiuti dalle milizie di Hamas. Quel che è peggio, l’odio è penetrato in profondità nella stessa società israeliana: si pensi ai bambini portati nelle retrovie a scrivere messaggi ingiuriosi sulle bombe destinate ai civili libanesi durante la guerra del 2006 o alle magliette con le immagini dei civili palestinesi nel mirino dei cecchini ordinate dall’esercito per celebrare la fine di alcuni corsi di addestramento. In cosa ciò differisce dalle trasmissioni televisive di Hamas destinate ai bambini che esaltano il martirio degli attentatori suicidi e dal culto popolare loro dedicato?
Il nodo della questione è che fare la pace con i palestinesi significherebbe per Israele ridefinire in profondità le proprie priorità e la sua stessa identità. Per un paese che ha vissuto come un dramma lo sgombero di 4.000 coloni da Gaza, significherebbe trovare la forza di ritirarne 400 mila dalla Cisgiordania e da Gerusalemme Est. Oggi Israele non è pronta a questo, non è pronta alla pace. Una comunità internazionale che volesse realmente farsi mediatrice dovrebbe per prima cosa prendere atto di questa situazione e concentrare su Israele le proprie pressioni. Occorre aiutare lo Stato ebraico a uscire dalla trappola in cui si è cacciato con la guerra del 1967, in modo che possa compiere un’evoluzione verso l’accettazione della controparte analoga a quella che i palestinesi – non certo di loro spontanea volontà, ma sotto il peso di un secolo di ripetute sconfitte – hanno già compiuto.
La comunità internazionale ha gli strumenti per agire in tal senso. Israele è un paese che si regge sul sostegno finanziario esterno, la sua economia non sarebbe in grado di reggere una macchina bellica come quella che ha a disposizione da decenni: la sola occupazione della Cisgiordania e della striscia di Gaza costa a Israele 6 miliardi di dollari l’anno di spese militari, cui vanno aggiunti 3 miliardi di dollari che finiscono in agevolazioni economiche di vario tipo per i coloni. Israele è in grado di mettere in campo un esercito di oltre 600.000 uomini; l’aviazione può contare su oltre 400 aerei da combattimento di ultima generazione; la marina è dotata di tre (presto saranno cinque) sommergibili in grado di lanciare missili nucleari (mentre contesta all’Iran di potersi dotare del nucleare civile, Israele possiede infatti almeno 200 ordigni nucleari lanciabili via terra, aria e mare).
Senza gli aiuti finanziari provenienti dall’estero – in gran parte prestiti a fondo perduto ricevuti dagli Stati Uniti – Israele non potrebbe mantenere le forze armate che permettono di occupare i territori palestinesi. Israele ha ricevuto dal governo americano, tra il 1949 e oggi, oltre 150 miliardi di dollari e dal 1976 è il primo beneficiario degli aiuti americani all’estero, ricevendo una media di 3 miliardi di dollari all’anno; inoltre è l’unico paese destinatario degli aiuti statunitensi che non deve rendere conto a Washington di come i soldi vengono spesi. In aggiunta, gli Stati Uniti garantiscono i mutui accesi da Israele presso le banche private (da ultimo 10 miliardi di dollari per finanziare l’insediamento degli ebrei russi e 9 miliardi per fronteggiare le spese derivanti dalla seconda intifada); forniscono appositi finanziamenti agli sviluppi di nuovi sistemi d’arma da parte delle industrie israeliane; versano sostanziosi aiuti extra in occasione della firma di ogni accordo di pace; assicurano condizioni fiscali vantaggiose ai privati che acquistano buoni del tesoro israeliani e considerano fiscalmente deducibili le donazioni effettuate allo Stato ebraico dai privati (il loro totale ammonta a circa 2 miliardi di dollari l’anno).
La minaccia di bloccare questi aiuti eserciterebbe una pressione irresistibile sui governanti israeliani. Ci sono dei precedenti in tal senso: nel 1956 la minaccia di sospendere gli aiuti pubblici e privati formulata da Eisenhower fu determinante nel convincere Israele a ritirarsi dal Sinai e nel 1991 Bush senior ottenne la partecipazione del governo Shamir alla conferenza di Madrid minacciando la revoca della garanzia americana su un prestito di 10 miliardi di dollari.
5. Il paradosso di Israele
In questo quadro, la situazione attuale è quanto di peggio possa esserci, perché è un’impasse basata sulla contrapposta violenza. I palestinesi non hanno la forza di distruggere Israele e nemmeno la possibilità di liberarsi dall’occupazione. D’altro canto non accettano supinamente il dominio israeliano e affidano le loro speranze a negoziati dei cui esiti è sempre più logico dubitare (secondo gli accordi di Oslo – nessuno dei quali è stato rispettato da Israele nei termini pattuiti – lo Stato palestinese avrebbe dovuto nascere nel maggio del 1999). Per parte sua Israele avrebbe enormi difficoltà, oltre che a ritirarsi dai territori occupati, anche a trasformarsi in uno Stato binazionale. Ma non può nemmeno liberarsi definitivamente dei palestinesi mettendo in atto un’aperta pulizia etnica dei territori: sarebbe troppo per la comunità internazionale, nonché per quella minoranza coraggiosa di israeliani che non ha mai chiuso gli occhi di fronte alla condotta del proprio paese nei confronti dei palestinesi: ne è testimonianza l’intervista rilasciata ad Arturo Marzano da Oren Yiftachel.
È per questo che lo Stato ebraico sta cercando di far passare l’idea – è il senso ultimo della posizione di Netanyahu – che l’unica possibilità sia mantenere lo status quo. Si tratta di un’illusione. Per funzionare, la proposta di Netanyahu ha bisogno che i palestinesi accettino l’occupazione israeliana, ed è chiaro che ciò non avverrà. Contemporaneamente, proseguendo la politica di colonizzazione, Israele rende sempre più difficile la soluzione dei due Stati, aumentando la – sia pure impari – commistione territoriale tra i due popoli. Gli attori politici meno legati al sistema dei negoziati degli ultimi decenni già denunciano che il tempo per la soluzione dei due Stati è oramai scaduto. È questo il messaggio dell’intervista di Mustafa Barghouti a Paolo Napolitano.
Ma, oltre che essere una pericolosa illusione, l’idea di poter congelare la situazione attuale appare di sorprendente ingenuità. Le situazioni di conflitto non durano all’infinito, dalla colonizzazione all’apartheid sudafricano tutti i sistemi di dominio di un popolo su un altro prima o poi sono destinati a venir meno. La domanda allora è: quando questo accadrà anche in Palestina, la soluzione dei due Stati sarà ancora perseguibile? Oppure la situazione sul territorio si sarà oramai configurata in modo tale da rendere inevitabile la convivenza di arabi ed ebrei in un’unica entità statale? Deve essere chiaro che la seconda ipotesi implicherebbe uno Stato binazionale in cui gli ebrei sarebbero la minoranza della popolazione. Già oggi, sommando gli abitanti arabi di Israele ai palestinesi dei territori occupati, gli ebrei sono in inferiorità numerica nel territorio della Palestina storica, e le proiezioni demografiche indicano che il divario crescerà ulteriormente.
Tutto ciò dovrebbe far riflettere i sostenitori di Israele. A favore dello Stato binazionale militano molte buone ragioni, prima fra tutte la rimozione della principale causa di conflitto, il nazionalismo etnico. Ma chi preferisce continuare a porsi come obiettivo la salvaguardia dell’ebraicità di Israele, dovrebbe aver chiaro che la sola cosa da fare è indurre lo Stato ebraico al pieno riconoscimento dei diritti nazionali del popolo palestinese. Per quanto paradossale possa sembrare, nella situazione che si è venuta a configurare gli amici di Israele dovrebbero essere i primi sostenitori della nascita dello Stato palestinese.
Nota Di Approfondimento
Qui di seguito si forniscono riferimenti e approfondimenti in relazione ad alcune affermazioni contenute nell’articolo (secondo l’ordine in cui compaiono nel testo).
A proposito del neo ministro degli esteri israeliano, può essere interessante ricordare come Lieberman, nel corso della sua carriera politica, si sia ripetutamente segnalato per le sue provocatorie esternazioni, quali, per esempio, le proposte di allagare l’Egitto bombardando la diga di Assuan, di affogare nel Mar Morto i palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, di indurre gli abitanti della Cisgiordania alla fuga verso la Giordania bombardando i loro centri abitati, di fucilare i deputati arabi al parlamento israeliano colpevoli di aver incontrato esponenti di Hamas, di espellere verso i paesi arabi gli israeliani di etnia non ebraica, di escludere i partiti arabi-israeliani dalle elezioni in Israele (quest’ultima posizione, bloccata solo dall’intervento della Corte Suprema, gode peraltro del sostegno della maggior parte dei partiti ebraici israeliani) e, da ultimo, di liquidare Hamas lanciando un attacco nucleare sulla striscia di Gaza. Tra i molti profili che i giornali internazionali hanno dedicato a Lieberman, si può vedere quello comparso su Le Figaro del 16 febbraio 2009 (http://www.lefigaro.fr/international/2009/02/14/01003-20090214ARTFIG00223-lieberman-le-raspoutine-israelien-.php). Il programma del partito di Lieberman, Israel Beitenu, si trova all’indirizzo http://beytenu.org/107/1172/article.html.
Una ricostruzione dell’evoluzione storica dell’attività di colonizzazione israeliana nei territori arabi occupati può essere letta in M. Bishara, Palestine/Israel: Peace or Apartheid, Zed Books, London – New York 2002. In proposito, si deve tenere presente che nel 1991, quando la conferenza di Madrid avviò il processo di pace, i coloni israeliani in Cisgiordania (Gerusalemme Est inclusa) ammontavano a circa 75 mila unità. Oggi, dopo quasi vent’anni di trattative, il numero dei coloni si attesta intorno ai 400 mila. Questo significa che Israele, mentre trattava con i palestinesi la restituzione dei territori occupati, contestualmente insediava in quegli stessi territori un numero sempre crescente di coloni, rendendo via via più complicato il proprio ritiro dagli stessi.
Da ultimo, una dettagliata denuncia del progetto di Olmert di raddoppiare il numero delle colonie attualmente esistenti in Cisgiordania con la costruzione di 73 mila nuove unità abitative si può leggere sul sito dell’associazione pacifista israeliana Peace Now, all’indirizzo: http://www.peacenow.org.il/data/SIP_STORAGE/files/1/4041.pdf.
Sull’andamento dei colloqui di Camp David e Taba fondamentali sono, rispettivamente, C. Enderlin, Storia del fallimento della pace tra Israele e Palestina. Il sogno infranto, Newton & Compton, Roma 2003, pp. 181-260 e M.A. Moratinos, Il documento Moratinos, in «Keshet», n. 2-3 maggio-giugno 2002, pp. 48-58. I resoconti di Charles Enderlin – inviato a Gerusalemme della rete televisiva France 2 e testimone privilegiato delle negoziazioni israelo-palestinesi dal 1999 – e di Miguel Angel Moratinos – inviato in Medio Oriente dell’Unione Europea, attuale ministro degli esteri spagnolo – sono tra le poche testimonianze dirette sullo svolgimento dei negoziati da parte di osservatori terzi.
L’evoluzione della posizione palestinese nei confronti di Israele è compiutamente ricostruita da Xavier Baron, giornalista all’Agence de France Presse e specialista del Medio Oriente, in I palestinesi. Genesi di una nazione, Baldini&Castoldi, Milano 2002.
Un punto molto delicato è quello che riguarda i concetti di «antisemitismo» e «antisionismo», a volte impropriamente confusi. In effetti, non si può negare che spesso i portatori di pulsioni antisemite nascondono le loro reali motivazioni dietro la critica al sionismo. E tuttavia, che la sovrapposizione delle due posizioni sia un grave errore concettuale è dimostrato dal fatto che oltre la metà degli ebrei nel mondo non è israeliana (su quasi 14 milioni di ebrei, poco meno di 6 milioni vivono in Israele: forse la popolazione ebraica residente negli Stati Uniti è superiore a quella residente in Israele). Sostenere che l’antisionismo equivale all’antisemitismo è una forzatura in primo luogo nei confronti degli ebrei che non sono israeliani.
Si può leggere lo Statuto di Hamas in italiano all’indirizzo internet http://www.cesnur.org/2004/statuto_hamas.htm.
Quando nel testo si fa cenno alle varie anime in cui si articola il sionismo, occorre considerare che, come tutte le ideologie, anche il sionismo ha una composizione multiforme, nella quale trovano posto posizioni che vanno dall’umanesimo aperto alla convivenza con gli arabi professato da Martin Buber al nazionalismo incline al culto del capo e all’esaltazione della forza militare che si ritrova in alcuni scritti di Vladimir Jabotinsky.
Alcuni paragoni con l’Italia possono risultare utili al lettore per meglio cogliere alcune specificità di Israele. Nel testo si dice che le decisioni del governo israeliano valgono oltre che per gli ebrei e gli arabi che hanno cittadinanza israeliana, e quindi possono votare alle elezioni politiche da cui dipende la formazione del governo, anche per quasi 4 milioni di arabi che vivono nei territori occupati e non possono votare alle elezioni politiche (ma solo alle amministrative: cioè per le municipalità e per l’Anp), e dunque sono governati da un governo in merito al quale, contrariamente ai principi della democrazia, non hanno alcuna voce in capitolo. Per rendersi conto della dimensione di questa esclusione, si consideri che è come se in Italia, 25 milioni di persone non avessero possibilità di esprimersi sulla scelta del governo.
Un altro confronto significativo è quello tra le forze armate israeliane e quelle italiane, utile per capire le dimensioni e i costi della macchina bellica israeliana in rapporto alla popolazione e all’economia dello Stato ebraico. Come riportato nell’articolo, Israele ha un esercito di oltre 600.000 uomini (186.500 effettivi più 445.000 riservisti); l’aviazione può contare su oltre 400 aerei da combattimento di ultima generazione; la marina è dotata di sommergibili in grado di lanciare missili nucleari (garantiscono la possibilità di lanciare un contrattacco nucleare anche nell’ipotesi in cui l’intero paese venisse distrutto da un attacco nemico di sorpresa: per questo, a turno, uno di questi sommergibili è costantemente in navigazione). L’imponenza della capacità bellica israeliana risulta più evidente se si considera che l’Italia, che ha un prodotto interno lordo e una popolazione di dieci volte superiori a quelli israeliani, ha un esercito che conta 114.000 uomini e un’aviazione dotata di 240 aerei da combattimento (e non dell’ultima generazione). Quanto ai sommergibili ad armamento nucleare, solo le marine di Stati Uniti, Russia, Francia e Gran Bretagna dispongono di armi analoghe; sembra che nemmeno la Cina li abbia in dotazione.
Le denunce dei crimini commessi dall’esercito israeliano nel corso della guerra a Gaza di fine 2008-inizio 2009 nascono da inchieste giornalistiche basate sulle testimonianze dei soldati impegnati nelle operazioni militari (Haaretz, 19, 20, 22 e 23 marzo 2009; The Guardian, 24 marzo 2009), nonché dalle denunce delle Nazioni Unite (il cui rapporto sull’argomento, datato 5 maggio 2009, è disponibile all’indirizzo: http://image.guardian.co.uk/sys-files/Guardian/documents/2009/05/05/4MayGltrtoSCBrd.pdf) e di organizzazioni umanitarie non governative israeliane e internazionali (Amnesty International, B’Tselem, Human Right Watch).
Analoghe denunce hanno investito la condotta bellica di Hamas, che avrebbe addirittura lanciato alcuni razzi Qassam armati con frammenti di fosforo bianco recuperati dagli ordigni israeliani.
Entrambe le parti, dal canto loro, negano ogni accusa.
La notizia delle t-shirt che esaltano l’uccisione dei civili palestinesi è stata rivelata dal quotidiano israeliano Haaretz del 20 marzo 2009 (http://www.haaretz.com/hasen/spages/1072466.html); una selezione dei modelli più in voga può essere vista all’indirizzo: http://www.sinlung.com/lighter-side/irresistible-headlines/israeli-army-t-shirt-furore.html. Quanto alle foto che riprendono bambini israeliani intenti a scrivere frasi di scherno e ingiurie sugli ordigni da lanciare sul Libano, la denuncia viene da The Guardian del 20 luglio 2006 (http://www.guardian.co.uk/news/blog/2006/jul/20/missilespostin). Alcune delle immagini scattate dal fotografo della Associated Press Sebastian Scheiner si può vedere all’indirizzo internet: http://tsoldrin.blogspot.com/2006/07/israeli-girls-write-messages-on-shells.html.
È chiaro che finché i due contendenti persisteranno in comportamenti del genere (nel testo si ricordano le trasmissioni per bambini della televisione di Hamas che esaltano gli attentatori suicidi e il culto popolare loro dedicato), ben difficilmente potrà farsi strada un sentimento di reciproca comprensione tra le popolazioni israeliana e palestinese.
Sul sostegno, non solo finanziario, americano a Israele imprescindibile è J. Mearshiemer e S.M. Walt, La Israel lobby e la politica estera americana, Mondadori, Milano 2007.
* FrancescoPallante, dottore di ricerca in diritto pubblico, segue da anni la politica medio orientale, argomento sul quale ha scritto diversi articoli e, con Paolo Di Motoli, il libro Morire per Gerusalemme, Datanews, Roma 2004.


