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Cosa ci dice il voto sardo

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Cosa ci dice il voto sardo

di Antonella Seddone*

 

Le elezioni sarde di febbraio hanno rappresentato ben più del classico appuntamento elettorale per rinnovare un Consiglio Regionale. Strategicamente, la campagna elettorale piuttosto accesa e il voto stesso sono stati caricati di una valenza nazionale inedita per una regione come la Sardegna. In maniera asimmetrica si sono confrontati il governatore uscente e il suo sfidante sostenuto da un invadente Presidente del Consiglio in perenne visita nell’Isola (e prima di questa campagna non si erano mai visti in Sardegna tanti ministri e sottosegretari). Addirittura sulla scheda elettorale il simbolo del governatore Cappellacci recava la scritta “Berlusconi presidente”.

Sono convinta che sullo sfondo delle regionali sarde si siano mosse dinamiche differenti. In seno al Pd queste elezioni rappresentavano l’opportunità di ridefinire gli equilibri di potere interni al partito e, magari, contestare la già debole leadership di Veltroni. Nel Pd sardo il rapporto fra i castosauri (così definiti da Statera) e l’ex-governatore è sempre stato piuttosto teso e le stesse elezioni anticipate sono l’esito delle dimissioni di Soru a seguito del mancato sostegno della sua stessa maggioranza al piano paesaggistico; insomma queste elezioni erano l’occasione di rimarcare il ruolo delle reti di potere locale al fine di limitare il decisionismo dell’ex presidente. D’altra parte, la destra puntava sulla vittoria sarda per confermare la serie di successi elettorali e il divario rispetto al Pd; Berlusconi stesso ha personalizzato lo scontro allo scopo di mitigare l’entusiasmo della sinistra attorno a Soru, acclamato come nuovo leader e valido sfidante del premier. Ma penso che questi discorsi allontanino dalla reale comprensione di ciò che è successo.

Le elezioni sarde e il loro risultato mi hanno disorientato, proprio perché al di là della vittoria di Cappellacci emergono con forza altre questioni.

A me Soru piaceva e, soprattutto, l’ho votato. E mi piaceva non in chiave anti-berlusconiana: trovavo davvero valida la sua idea di sviluppo che passava per l’istruzione e per la considerazione dell’ambiente come risorsa; sicuramente mi convinceva più dell’idea piuttosto vaga di un sorriso ritrovato evocato da Berlusconi (e Cappellacci) durante la campagna elettorale.

Evidentemente mi sbagliavo: lo sviluppo di una regione si nutre di buon umore.

Senza entrare nel dettaglio delle proposte programmatiche dei due candidati, quello di Soru era un progetto di lungo termine, mentre quello di Cappellacci mirava al breve periodo, in maniera pragmatica certamente, ma altrettanto certamente mancava di una progettazione che andasse oltre i cinque anni di governo; al di là della riapertura dei cantieri bloccati (leitmotiv della campagna anti-Soru) non vi si ritrovavano proposte concrete per rilanciare lo sviluppo della regione.

Quello di Soru sembrava un progetto di sviluppo abbastanza semplice, quasi ovvio: razionalizzazione dell’amministrazione; grossi investimenti nell’alta formazione e nella ricerca scientifico universitaria dei giovani studenti sardi che, fra l’altro, prevedeva un sistema di assegnazione delle borse di studio e di rimborsi piuttosto generosi per offrire la possibilità di frequentare corsi di specializzazione nelle più prestigiose università italiane ed estere; consapevolezza del turismo come principale risorsa economica da valorizzare creando circuiti virtuosi in grado di promuovere uno sviluppo sostenibile dell’attività turistica ancorandolo alla struttura socio-economica già esistente. Per la prima volta qualcuno sosteneva, senza rivendicare etichette ideologiche particolarmente rivoluzionarie (tutt’altro), che per sviluppare un territorio in evidente ritardo economico era necessario investire nell’istruzione dei giovani e soprattutto nella protezione dell’ambiente.

Evidentemente l’ex governatore qualcosa ha sbagliato, in termini di comunicazione probabilmente, o forse in termini politici non ha saputo sostenere l’impatto dei suoi interventi sul mercato del lavoro attraverso politiche adeguate. È passata l’idea che la chiusura degli stipendifici (utili serbatoi di voti) abbia fatto perdere il lavoro a un mucchio di persone, o che il vincolo del piano paesaggistico, che mirava a tutelare l’ambiente e quindi il motore del turismo, abbia prodotto solamente la chiusura dei cantieri (ha cioè bloccato la speculazione edilizia) lasciando a casa altri lavoratori.

Qualcosa non ha funzionato. A me sembra che in Sardegna abbia prevalso l’idea del “tutto e subito” che poi si traduce in “purché subito, vanno bene anche le briciole”. Questione di punti di vista. Ha vinto cioè la cementificazione delle coste nel nome di un turismo che porta solo crescita economica (per pochi), ma non sviluppo, sicuramente non sviluppo sostenibile. Anche perché prima o poi gli spazi su cui costruire finiranno; e allora la vocazione economica della Sardegna sarà ancora il turismo? Trovo inaccettabile il punto di vista di chi dice “costruendo si rimette in moto un circuito economico, si riaprono i cantieri e la gente lavora”, con l’idea di costruire residence e seconde case inserite in strutture turistiche da accendere d’estate come le luci del presepe a Natale. A me pare un po’ povero come progetto, e anche miope. Il problema è che Berlusconi, per interposta persona, mira esattamente a questo: grosse strutture turistiche in piccoli paradisi naturali. Il prototipo “Costa Smeralda” (a breve ci sarà anche la Costa Turchese) verrà finalmente sdoganato per poter utilizzare il mare e le coste sarde come scenografie per le mirabolanti avventure dei prodotti culturali delle televisioni della famiglia Berlusconi, di cui i settimanali, sempre della famiglia Berlusconi, ci daranno puntualmente conto d’estate, nelle poche settimane in cui lo sfruttamento del territorio produce quella che chiamano ricchezza. Un tipo di ricchezza effimera che dura il tempo di una stagione estiva – in cui i sardi si avventano sulle briciole che cadono da tavoli su cui campeggiano bottiglie che possono costare anche 14.000 euro – e che produce l’illusione di un arricchimento facile ed illimitato.

In ogni caso voglio andare oltre il discorso, ormai inutile, sulle conseguenze che avrà questa idea di sviluppo sulla Sardegna, perché al di là della delusione elettorale, vissuta in prima persona, c’è dell’altro che prescinde da queste elezioni.

Questo risultato elettorale ha svelato ai miei occhi una cosa che non volevo vedere: un progetto politico, per quanto valido, non serve a niente.

Ho sempre imputato all’area politica in cui mi riconosco un problema di scarsa presenza dei partiti nella società, con la conseguente incapacità di leggerne le problematiche e quindi di fare proposte efficaci o, meglio, valide. Mi viene il dubbio che non sia così. Ho come l’impressione che il problema della sinistra italiana non si collochi più nell’inadeguatezza dei suoi partiti. Anche se si tratta di partiti incapaci di comprendere e farsi portavoce delle istanze sociali e in grado solo di incassare sconfitte sonore o, al massimo, vittorie risicate. Le sconfitte della sinistra non risiedono nella mancanza di una leadership capace di mantenere l’ordine interno e gestire le fisiologiche conflittualità interne a un partito. Il problema risiede nella società che non sa più leggersi come collettività, in cui le istanze sociali sono particolaristiche, il che non rappresenta, come potrebbe sembrare, una contraddizione in termini. La Sardegna ha mostrato di essere una terra indolente, egoista, atomizzata fra interessi personali e particolari che prevalgono su qualsiasi idea di collettività o bene comune. Ma credo di non sbagliare poi tanto se allargo il discorso all’Italia.

Non faccio un discorso anti-berlusconiano, almeno non più. Io ho sempre pensato che il successo berlusconiano fosse da imputare alle idee povere di contenuti dei suoi avversari: “non è lui che è capace, son gli altri che sono particolarmente incapaci”; “non è lui che vince, son gli altri che perdono”. In parte davo la colpa anche alla retorica anti-berlusconiana, che trovavo e trovo ancora pericolosa, fuorviante e inconcludente. Io stessa sono stata occupata a leggere qualsiasi cronaca che meticolosamente riportasse le barzellette del Presidente del Consiglio, vergognandomi oppure ridendo, trascorrendo intere serate a ironizzare sulla sua figura. Ma ho pericolosamente dimenticato di pormi una domanda cruciale: e se fosse la società a volere le risposte che dà Berlusconi? Cioè se non fosse Berlusconi ad aver forgiato l’Italia a sua immagine e somiglianza, ma piuttosto abbia semplicemente dato le risposte alle domande che il paese poneva?

Il voto sardo mi ha riportato su un altro piano di osservazione. La società a un certo punto della storia italiana era alla ricerca di quelle scorciatoie cognitive, quelle che più semplicemente giungono alla pancia, che consentono di descrivere il mondo in maniera più semplice, magari più efficace (certo non più vera). La società italiana aveva bisogno di quelle risposte che molto abilmente Berlusconi è stato capace di veicolare. Berlusconi d’altra parte offre esattamente un mondo chiaro, duale, dicotomico, semplice, senza troppe sfumature, proprio come una televendita. Il self-made man insegna che se sei particolarmente bravo e capace puoi da solo ottenere ciò che vuoi. Tradotto, il resto è tendenzialmente una seccatura e la collettività è dannosa per la tua riuscita personale; quindi l’interesse collettivo deve lasciare il posto all’interesse personale (il tuo).

Ma dall’altra parte ci si arrende a questa situazione? Pare di sì: ci si perde a litigare sulle spoglie di partiti sempre più divisi da faide interne. Da un lato Rifondazione, spaccata in due da un congresso fratricida, raccoglie i pezzi dopo la sconfitta dell’anno scorso recriminando contro il Partito Democratico, che con il voto utile l’ha affossata, senza peraltro riflettere adeguatamente sull’astensionismo che l’ha danneggiata in maniera particolare. Nel frattempo il Partito Democratico avvia l’ennesimo confronto interno su qualsiasi tema: la leadership, la laicità, le pensioni, la politica economica, mostrando in definitiva l’incapacità di aggregarsi su una posizione unitaria. In questa situazione è illusorio pensare di riuscire a coagulare la società attorno al partito. Eppure qualcosa deve muoversi, ma non in funzione di Berlusconi, non a traino delle sue provocazioni, perché altrimenti l’agenda politica la scandisce lui a suon di barzellette.

Manca la capacità di aggregare i cittadini attorno a un’idea di collettività. La società si percepisce come un insieme di individui in lotta per la sopravvivenza. Allora mi chiedo a che serve un partito se non sa a chi deve parlare. Un partito non può parlare a bisogni individuali e interessi particolari, sarebbe una contraddizione in termini. Un partito necessita per definizione della dimensione collettiva. Ciò significa ritornare alla definizione stessa di partito come struttura capace di aggregare delle persone attorno a un valore, attorno a un progetto. E non può essere la singola personalità politica, per quanto capace, a validare l’idea promossa. Un progetto politico deve, indipendentemente da chi lo promuove, connotarsi come buono o cattivo, valido o inutile.

Posso dire ciò che voglio sui partiti: non fungono più da collante nella società; non sono più interpreti delle istanze della base sociale; sono più orientati a capitalizzare successi elettorali che non a creare una base partitica solida; non hanno più una chiara identificazione di classe e pertanto devono esplodere le loro proposte nel tentativo di essere più competitivi nel mercato elettorale; mirano semplicemente all’occupazione di cariche pubbliche e politiche; eccetera. Insomma posso scomodare le più famose interpretazioni politologiche legate all’evoluzione strutturale ed organizzativa dei partiti; posso considerare l’aspetto del mutamento sociale e fare riferimento al post-materialismo o al consumismo che fluidifica le appartenenze sociali; posso anche fare appello alle questioni più prettamente antipolitiche e antipartitiche, ma la verità è che io il dover essere dei partiti non l’ho mai conosciuto e la discussione sull’ontologia del partito non mi interessa, perché mi sembra di star ferma ad ascoltare i violini sul Titanic che affonda. Ho solo la vaghissima sensazione che ci sia ancora bisogno di partiti.

Se l’atomizzazione della società e la sua frammentazione non sono giunte a un punto di non ritorno, forse c’è ancora qualche possibilità di creare una dimensione collettiva nella società e di conseguenza nella politica, e credo sia compito dei partiti ricostruirla. Altrimenti funziona solo il partito carismatico con la sua struttura monarchica, o meglio feudale, in cui non serve l'idea tanto c'è un leader, che in fin dei conti rappresenta la compensazione di qualsiasi povertà ideologica.

Il ruolo dei partiti dovrebbe essere quello di competere sull’arena elettorale sulla base di idee di società e progetti differenti. La forza carismatica di un leader non è sufficiente a validare la forza politica dei partiti. Manca la presenza nella società, perché qualsiasi proposta, anche se valida, rischia di cadere nel vuoto se la società stessa non ha gli strumenti per valutarla.

Prima, ma parliamo degli anni Sessanta, i partiti erano presenti e attivi nella società; poi si sono fluidificati e nel tentativo di arrivare al maggior numero di elettori possibile hanno generalizzato le loro proposte allontanandosi progressivamente dalla loro stessa base. Ora faticano a capirne le esigenze e quindi non riescono ad accreditarsi come interpreti adeguati e legittimi agli occhi di una società mutata. Purtroppo il consenso non si costruisce nei mesi precedenti un’elezione. Un partito prima di definire la propria struttura organizzativa ed incollare ai suoi dirigenti le etichette di dirigenti dovrebbe anche cercare di capire cosa proporre e promuoverlo.

Un partito dovrebbe veicolare un progetto politico collettivo. Oggi pare che la dimensione collettiva sia scomparsa dai partiti e dalle stesse società. Temo che, nella rincorsa della tutela dei diritti individuali, con molta leggerezza si sia tralasciato il fatto che i diritti individuali si traducono in privilegio se non sono inseriti in una dimensione collettiva. Questa società si interpreta in termini di collettività solo davanti alle categorie di “diverso”, “straniero” o “identità”. Il problema è che se i partiti, per primi quelli della sinistra che oggettivamente faticano a collocarsi in questo quadro sociale, non si accreditano come rappresentanti validi e la risposta della destra sarà sempre più efficace in termini di voto. E in democrazia si governa con i voti.

Sarebbe il caso che i partiti si ponessero il problema di proporre idee e di creare consenso attorno ad esse, ma non un consenso televisivo di audience, un consenso di sostanza. E le proposte non devono scimmiottiare le risposte particolaristiche della destra, servono progetti che riportino al centro del dibattito politico l’idea che l’individuo è inserito in una società. Pertanto il suo interesse è realizzabile solo se si incastra con l’interesse della società stessa. Altrimenti i partiti diventano superflui ed è ciò che avviene quando una società si interpreta in termini individualistici.

Queste elezioni mi hanno fatto ricredere. Il problema non sono i partiti o i loro leader, il problema è nella società. E tuttavia, a mio parere, devono essere i partiti a riportare il tema dell’interesse collettivo nell’agenda politica. Altrimenti non solo spariranno i partiti, ma sparirà proprio la dimensione collettiva della società stessa.

* Antonella Seddone è dottoranda in Scienza Politca all’Università di Torino.