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La nobiltà di spada nella repubblica dei compari

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 La nobiltà di spada nella repubblica dei compari

di Silvano Belligni*

 

1. La popolarità dei partiti italiani è ai minimi storici: l’antipartitismo si presenta oggi come una componente essenziale dell’antipolitica che scuote il paese. Il fenomeno in sé ha una portata che va oltre il caso italiano: interessa tutte le democrazie consolidate da almeno un ventennio e si manifesta nella caduta della partecipazione elettorale, nel voto instabile e diviso, nel declino della militanza e dell’identificazione di partito. I cittadini sembrano usciti irreversibilmente da un secolare rapporto coi partiti e questi ultimi si rifugiano nei loro santuari autoreferenziali e nei loro privilegi castali. In apparenza, questa sindrome non affligge allo stesso modo le due ali dello schieramento politico: ad essere oggetto di contestazione, di disimpegno e di exit sono soprattutto, e non solo in Italia, i partiti di centro-sinistra e di sinistra, ma il fenomeno appare a ben vedere più generale, almeno come sostanza e come tendenza.

Per la verità, i partiti hanno sempre diviso l’opinione pubblica. Fin dal loro costituirsi come fulcri della politica di massa sono stati bersaglio di avversione diffusa e di critiche feroci da parte dell’intelligentzia conservatrice, che su di essi ha riversato le retoriche dell’intransigenza tacciandoli di inutilità, di perversità, di pericolosità per le sorti del regime rappresentativo. La critica del partito ha avuto da allora molteplici bersagli, spesso convergenti: le degenerazioni oligarchiche e opportunistiche intrinseche alle logiche organizzative (Michels); il rapporto di dipendenza psicologica che lega i seguaci all’organizzazione e alla leadership (Ostrogorski); la omologazione parlamentaristica dei partiti di destra e di sinistra (de Jouvenel). Nel secondo dopoguerra italiano una polemica feroce ha diviso la minoranza attiva (ma cospicua) che si identificava nei partiti di massa dalla maggioranza aristocratica o qualunquistica che li considerava escrescenze parassitarie o quinte colonne del nemico e che denunciava le prevaricazioni antidemocratiche del “tiranno senza volto” e della “partitocrazia” (Maranini). Più di recente, nella stigmatizzazione dei partiti si sono ritrovati sia coloro che ritenevano che essi avessero troppo potere (i vecchi critici della partitocrazia) sia quanti (radicali o riformisti) pensavano invece che di potere ne avessero in realtà poco o che, per meglio dire, il loro potere effettivo consistesse nella capacità di procurare vantaggi a se stessi e non a coloro che dicevano di rappresentare (Pizzorno).

Se riandiamo a questi precedenti, vediamo che oggi non c’è molto di nuovo nella polemica sui partiti, se non l’entità del discredito che li circonda, che i sondaggi da tempo mettono impietosamente in evidenza. Ma in Italia la quantità del discredito si è fatta qualità, è tracimata dal normale fastidio per la politica all’insofferenza e al disprezzo. Le critiche hanno trovato quotidiano alimento nei comportamenti - opportunistici o collusivi - dei politici soprattutto di sinistra: qui la caduta di credibilità e di appeal appare tanto più rovinosa quanto più rapida è stata la trasformazione dell’”ultimo partito”, il Pci; tanto che, ironicamente, la fine del modello tradizionale di partito, che fino a pochi anni fa veniva salutata come un elemento di modernizzazione del sistema politico, sempre più di frequente viene denunciata dai commentatori come una perdita e come un fattore decisivo dello svuotamento etico-politico della democrazia di massa.

Un modo per spiegare la crisi attuale dei partiti è focalizzarsi non sulla natura intrinseca dello strumento, ma sulla sua evoluzione storica, che nel giudizio di molti tende ad assumere i connotati di una vera e propria mutazione genetica. Ragionare su un registro generale e di lungo periodo consente di individuare le cause profonde della odierna disaffezione, e di capire se si tratti di un fenomeno irreversibile e comune a tutte le democrazie o piuttosto di un aspetto legato all’involuzione della politica nazionale, in quanto tale suscettibile di interventi riformatori specificamente mirati. Varrà in ogni caso a istruire una linea di ricerca che dovrà continuare.

2. Che vi sia un trend evolutivo che riguarda tutti i sistemi di partito europei (pur con oscillazioni cicliche, differenze di timing e specificità locali) è un’idea che già negli anni cinquanta-sessanta era comune tra i politologi. Nel passaggio tra crisi post-bellica e consolidamento democratico fino ai nostri giorni si susseguono in Europa tre generazioni di partiti popolari (di matrice social-comunista, cristiano-sociale o “gollista”), differenti per base elettorale e sociale e per impianto organizzativo. Ciò che ne caratterizza l’evoluzione è il progressivo spostamento del baricentro dalla società (in cui si sono formati) allo stato-governo. Dalla iniziale strutturazione nella forma del partito di massa, elettorale o di mobilitazione (descritto da Duverger), si passa dapprima al modello del partito pigliatutto (teorizzato da Kirchheimer), per approdare infine alla odierna generazione di partiti che viene compresa nella categoria del “partito cartello” (cartel party) (Katz e Mair).

Questa sequenza evolutiva può essere analizzata da molteplici angolazioni. Un buon punto di osservazione è quello dell’organizzazione, che vede nel partito un’impresa politica sui generis, che agisce in un campo strategico sotto il vincolo di incentivi istituzionali di natura giuridica e culturale. In questa chiave, è utile metterne in relazione la sociologia e l’organizzazione con i modi di finanziamento delineandone l’economia politica. Qui le alternative che si presentano tipicamente sono tra finanziamento interno ed esterno e, a partire da un periodo più recente, tra finanziamento privato e finanziamento pubblico. Finanziamento interno è quello dei militanti che, con le quote di iscrizione (ma anche col lavoro volontario) consentono il funzionamento dell’organizzazione e il sostegno alle candidature parlamentari. Finanziamento esterno è invece quello dei piccoli e grandi elemosinieri, che spesso non sono membri del partito, ma lo sostengono perlopiù per ragioni di convenienza, in una logica di scambio implicito o esplicito. Nel primo caso molti versano disinteressatamente piccole quote; nel secondo pochi danno molto; nel primo caso “gratuitamente”, nel secondo aspettandosi contropartite. La prima è una forma di finanziamento collettivo; la seconda è individualistica. Sono due logiche che hanno conseguenze differenti e, quando sono compresenti, sono in evidente tensione: il partito che si autofinanzia è basato sugli (e orientato agli) aderenti, iscritti e militanti, ai quali risponde in prima istanza; nel secondo caso deve rispondere anche, o soprattutto, a soggetti esterni.

Altra cosa ancora è il finanziamento pubblico che interviene in una fase successiva: esso può dirigersi al partito o ai candidati, può finanziare l’apparato o, come è più spesso il caso, le elezioni. Infine, una quota crescente di finanziamenti pubblici proviene dalla remunerazione delle cariche governative controllate dai partiti, elettive, di governo e di sottogoverno, che si sono moltiplicate al centro e alla periferia del sistema politico. Se è vero che tutte queste forme di finanziamento coesistono nei partiti odierni, la quota di finanziamento prevalente e dominante è ormai da tempo di tipo esterno (grandi e medi mecenati privati) e/o proviene da sovvenzioni pubbliche (rimborsi elettorali, stampa ecc.) e dalle retribuzione di ruoli rappresentativi o di nomina politica (lasciando stare per carità di patria i proventi eventuali della corruzione). Sempre meno le quote degli iscritti e l’autotassazione degli eletti costituiscono una voce significativa nel bilancio dei partiti. Questo passaggio è gravido di conseguenze. Nelle arene legislative, gli eletti sono incentivati a incrementare le risorse pubbliche a cui attingere, moltiplicando cariche ed enti nel sottogoverno e nel paragoverno e accrescendo generosamente l’entità dei sussidi e delle prebende destinati alla nomenklatura. Sul fronte interno la disponibilità di risorse pubbliche ha avuto l’effetto di allentare la dipendenza dell’organizzazione dai militanti e di renderne meno essenziale il ruolo, mentre ha accresciuto i gradi di libertà della leadership e la sua ricerca di un contatto diretto con gli elettori non mediato dalla base del partito. Nell’insieme, il partito comunità-organizzazione ha lasciato progressivamente il posto al partito-team e al partito-agenzia pubblica. Ma il mutamento della composizione organica dei partiti si è riverberato sulla società, allontanandola dall’impegno, accentuandone l’alienazione politica, l’isolamento dal potere, il disorientamento, l’estraneità, la sfiducia. Specie dove, come in Italia, la legittimazione alle istituzioni repubblicane era tradizionalmente mediata dai partiti di massa, ciò ha comportato deistituzionalizzazione e perdita di capitale sociale, favorendo quella deriva anomica del sistema democratico che è sotto gli occhi di tutti.

3. Quello del finanziamento è solo una delle possibili angolazioni da cui è possibile osservare il fenomeno involutivo in corso nella forma-partito. Se assumiamo il punto di quello che nel gergo politologico è il “partito sul territorio” (party on the ground) i risultati e le conseguenze sono convergenti o complementari.

Il partito di massa era un partito di mobilitazione e di partecipazione, una formazione “pesante” che impegnava in permanenza un alto numero di attivisti distribuiti tra le sue strutture territoriali di accoglimento (sezioni, circoli, associazioni collaterali). Il perno di questo sistema organizzativo era il sostenitore disinteressato, motivato da incentivi di identità, legato a una concezione del mondo o a un impegno civico, attivo oltre che nelle campagne elettorali, nel finanziamento, nel reclutamento, nelle rivendicazioni sociali e nell’elaborazione delle politiche pubbliche decentrate, nell’educazione e nella propaganda anche attraverso occasioni ludiche e ricreative, in campagne mirate e nei congressi. In generale, la missione dell’organizzazione era di fare di ogni elettore un iscritto, di ogni iscritto un militante, di ogni militante un quadro e di ogni quadro un dirigente.

Questo impianto è stato completamente scompaginato dall’effetto combinato dell’evoluzione della società del benessere e delle scelte di dirigenti sedotti dall’opzione del “partito leggero” (fino a celebrare l’indistinzione tra membro del partito e elettore simpatizzante) e dal miraggio narcisistico dell’autosufficienza della leadership istituzionale. L’effetto è stato ovunque la contrazione della struttura militante e la sostituzione dell’attivista disinteressato con il sostenitore beneficiario, spinto ad agire da incentivi di status, di carriera, di guadagno, affiancato dalla pletora di nuove figure professionali: dai sondaggisti ai procacciatori di fondi, dagli spin doctor agli esperti di marketing politico, di mass media, di organizzazione ecc. Da comunità di militanti il partito è oggi diventato un team di politici di professione – ma forse si dovrebbe dire di politicanti office-oriented - orientati a incrementare la propria personale carriera e ad assicurarsi l’accesso alle cariche pubbliche. Schumpeter e Downs, e non più Duverger o Kirchheimer, sono i teorici dell’odierno partito professionale-elettorale.

La rinuncia consapevole all’organizzazione militante non è dovuta solo alla perdita di funzioni e alla sostituzione dell’attivista e del quadro con professionisti esterni e coi mass media, ma anche a un’idea di partito in quanto strumento “adattivo” finalizzato al solo momento elettorale. Da tempo i partiti – in particolare quelli della sinistra, sorti per rimodellare la società in base a idee di giustizia e di uguaglianza – hanno rinunciato al compito di cambiare le preferenze dei cittadini. Queste sono considerate intangibili e date, secondo i canoni della filosofia del liberalismo: il problema non è di modificarle secondo un progetto di società ma solo di riconoscerle nella loro contingenza per intercettarle e rappresentarle così come si presentano. Per far ciò i militanti sono inutili: bastano i sondaggisti e le agenzie specializzate, uniti al fiuto degli imprenditori elettorali. E se i conti non tornano – e dio sa se in Italia per qualcuno proprio non tornano – allora si ricorre al tentativo di cambiare il sistema elettorale nella speranza di rosicchiare qualche punto percentuale sollecitando il voto strategico. Se l’equazione di riferimento è: esito delle elezioni = preferenze/sistemi elettorali, non volendo cambiare le preferenze non resta che agire sui secondi. Il risultato è noto.

4. La demassificazione del partito - ossia la crescita del quoziente tra aderenti e elettori - porta con sé la fine dell’autonomia del partito-apparato (per i politologi: party in central office). Non essendovi più una comunità da mobilitare, quadri e funzionari perdono la loro funzione di intermediazione tra vertice e base. Crisi fiscale, outsourcing ad agenzie esterne, fine della carriera e del reclutamento d’apparato concorrono, col primato del finanziamento statale, a spostare nell’arena pubblica il baricentro dell’azione e a concentrare il potere nella leadership istituzionale. Il partito diviene tendenzialmente un’agenzia governativa che dipende dall’economia pubblica: quello che prevale è il party in public office.

In questa deriva, la leadership che controlla il patronato delle cariche centrali – spartendole tra le correnti - non è il frutto di una selezione politica che muove dal basso e dalla periferia, ma il prodotto di negoziazioni e della cooptazione di vertice. Le doti che le sono necessarie non sono – tipicamente - la dedizione a una causa, la vocazione del politico di rango, ma l’istinto delle combinazioni e la capacità di networking finalizzati alla carriera. La sua risorsa specifica è il controllo delle candidature e delle cariche di governo e di sottogoverno. Alle seconde file dei subleader invece si richiede soprattutto fedeltà e obbedienza ai capi, in attesa dell’occasione che li porterà al vertice. Queste caratteristiche difficilmente possono essere riscattate da stanchi rituali di legittimazione surrettizia. Essi alimentano piuttosto una situazione di incertezza e di conflittualità permanente, incentivano alla passività o al tradimento (come si evince dai frequenti transiti tra le correnti e gli schieramenti). Questa struttura di rapporti si riproduce in periferia, nelle amministrazioni comunali e regionali, con l’effetto di alimentare tensioni e concorrenza col centro e di frammentare ulteriormente il quadro.

La riduzione dei partiti a gruppi centralizzati di eletti e di amministratori sembra essere la tappa finale del lungo viaggio verso le istituzioni, a cui il partito perviene svuotato di tensioni ideali e di spessore organizzativo: poco più di un marchio per il franchising elettorale. La conseguenza dell’approdo statalistico è la cartellizzazione del sistema dei partiti: quanto a dire la loro progressiva omologazione – malgrado gli atteggiamenti gladiatori di tanto in tanto esibiti - in un magma indifferenziato ma internamente solidale, separato dalla società e ad essa contrapposto, dove la perdita di verticalità e di rappresentatività effettiva viene compensata dal comune interesse alla percezione di rendite politiche. “Casta” e “repubblica dei compari” si implicano reciprocamente.

Ciò che vi è di paradossale in questa parabola del ceto partitico è che essa va di concerto con la riduzione del potere effettivo dei partiti di influenzare la vita pubblica e le decisioni cruciali della comunità. Il partito ha da tempo perso l’antica centralità, non è più nel cuore della costellazione del potere. Perché è venuto meno il potenziale di mobilitazione e di intimidazione (legato alla sua presenza sociale) che lo rendeva un interlocutore imprescindibile. E perché lo svuotamento dello stato ad opera della globalizzazione ne ha ridimensionato implacabilmente la funzione nelle arene di governance in cui si struttura oggi il processo effettuale di governo.

Il risultato paradossale è che abbiamo un personale politico-partitico pletorico che per la maggior parte incide poco o nulla e non esercita alcuna funzione vitale, ma che ha una presenza mediatica ingombrante ai limiti della tollerabilità della decenza, e che soprattutto ha costi crescenti per la comunità. Tra gli uomini di partito posti ai vertici delle istituzioni solo pochi fanno parte dei circoli centrali del potere; altri svolgono funzioni tecniche e amministrative rilevanti e preziose per il decision-making, ma che poco hanno a che fare con gli indirizzi ideali che i partiti dovrebbero presidiare. I più, mentre procede lo svuotamento delle istituzioni della sovranità popolare, sono comparse, deputate al più a “rappresentare la rappresentanza”. La mente corre alla nobiltà di spada nell’esilio dorato di Versailles, circondata dall’insofferenza e dal disprezzo della società francese.

Che le cose dovessero finire così non era scritto da nessuna parte. E che non si possano cambiare non è detto. Un altro partito è possibile? E’ questo l’interrogativo su cui Nuvole si propone di riflettere nel prossimo futuro.

 *Silvano Belligni insegna Scienza Politica all’università di Torino