Scrivi qualcosa sulla tua esperienza di insegnante...
Scrivi qualcosa sulla tua esperienza di insegnante
di Francesca Rol *
Ho passato nella scuola elementare circa quarant’anni. Entrata quasi per caso, dopo aver vinto uno degli ultimi concorsi indetti dal M.P.I., affrontato per raggiungere un’immediata indipendenza economica e potermi mantenere negli studi, ci sono poi rimasta come se fossi stata catturata, facendone il primo tra vari impegni da me via via assunti. Impegno mai tradito, contrariamente ai miei progetti iniziali.
È strano che non abbia mai abbandonato questo lavoro per molti versi pesante e ingrato, a volte letteralmente patito, sicuramente mal pagato: ci ho trovato però la possibilità (forse l’illusione) di poter lavorare nel sociale portando un contributo a migliorare persone e relazioni secondo i grandi principi per cui da sempre avrei voluto lavorare: la promozione delle classi più deboli, la costruzione di un universo democratico nel rispetto delle diversità, la partecipazione al mondo del sapere e della cultura, lo scambio e il dialogo nel piacere della ricerca. Tant’è. Avevo 18 anni nel ‘68, ma devo dire che nella mia strutturale ingenuità questi principi mi hanno sempre scaldato il cuore, indirizzando le mie scelte – anche nelle minuzie del quotidiano lavoro di classe – con i colleghi del collegio docenti e con i compagni del sindacato, ai tempi della militanza.
Quattro decenni in cui la mia storia professionale e personale si è trovata intrecciata strettamente a quei processi che hanno caratterizzato la storia italiana e che nutrivano o disseccavano il ramo della scuola. Di conseguenza, se ripenso alla mia esperienza di insegnante, a larghi tratti e senza presunzione di oggettività, ne viene fuori una sorta di lettura del contesto più ampio…
Anni ‘70: gli anni della ricerca professionale, della consapevolezza di ruolo, delle sperimentazioni. Sicuramente, per me, l’opportunità di costruire una solida base di partenza basata su una molteplicità di sollecitazioni segnatamente di tipo intellettuale. Una fortuna essere a Torino. Movimento di Cooperazione Educativa, aggiornamento, studio, da una parte; militanza sindacale e politica, attuazione del tempo pieno e delle prime forme di alfabetizzazione degli adulti, identificazione di nuovi sistemi di partecipazione scolastica, dall’altra. Le cose si potevano conquistare e cambiare. Gli anni della lotta vincente, della scuola che conta o può davvero chiedere e ottenere di contare di più. Ingresso dei genitori, numero di alunni per classe, lotta per l’integrazione… Un sacco di lavoro su tanti fronti, un sacco di stimoli. Sempre a scuola!
Anni ‘80: un decennio i cui inizi sono ancora in ascesa. Nella scuola si può progettare, ci sono risorse (poche ma ci sono) che consentono sperimentazioni, i famosi distacchi su progetto. Per gli insegnanti c’è la possibilità di specializzarsi in settori apparentemente secondari che molto hanno a che fare con le caratteristiche dell’infanzia. Sono anni di accoglienza e di ratifica delle modalità infantili. Della scuola a misura di bambino. Anni di riforma, che vedono un forte ruolo delle istituzioni di ricerca (IRRSAE). Si punta all’aggiornamento cercando di valorizzare la ricerca, anche di base. Entra in gioco la nuova tecnologia.
Anni ‘90: gli anni che portano all’immobilismo. I nuovi programmi della scuola elementare, la scuola dell’autonomia, la faticosissima riconversione strutturale che coinvolge la scuola primaria e che costa tanta fatica a docenti e utenti, gli organi collegiali che diventano un passaggio obbligato e faticoso… Formalizzate dall’alto, quelle che erano spinte vitali appassiscono in una routine pesante e macchinosa. È come se le risposte ministeriali alle richieste di base siano arrivate fuori tempo, o in modo ingannevole e surrettizio. Esistono ambizioni spesso di facciata, la scuola incomincia a fare il verso alle strutture produttive (quali, poi…) i risultati si devono quantificare, ma le modalità appaiono oscure e contradditore. La stessa domanda alla scuola da parte dei genitori si fa più confusa, reggono le situazioni che possono contare su dirigenti capaci, che non si perdono d’animo e in grado di sollecitare i propri docenti all’interno di un panorama che appare sempre più sbriciolato. In realtà nella scuola gli spazi di ricerca non trovano più finanziamenti e si chiudono progressivamente. A fronte di un obbligo di aggiornamento, la didattica scivola inesorabilmente nell’impopolarità, la pedagogia non riesce a formulare analisi convincenti e tanto meno a fornire indicazioni concrete. Il visto diventa vecchio, il nuovo non c’è.
Secondo millennio: arrivano la Moratti e il berlusconismo, la scuola come azienda del sistema Italia sbandiera la formula delle tre “I”, partono ipotesi di portfolio-alunni velleitari per non dire demenziali. Ci si muove in una triste atmosfera di tipo efficientistico a fronte di un contesto sociale in mutamento dove, in assenza di parametri educativi e formativi partecipati e condivisi, la scuola diventa il principale imputato per ogni problema che può affliggere le sventurate e squilibrate nuove generazioni. E avanti con l’affastellare progetti, dall’educazione stradale a quella alimentare, dalla lotta al bullismo all’educazione alla pace, dalla sensibilizzazione alla raccolta differenziata alla protezione ambientale ecc… sempre in clima di emergenza.
I fondi scarseggiano, la gran parte degli insegnamenti aggiuntivi vanno effettuati se possibile a costo zero, come d’abitudine. I bambini dovrebbero imparare l’inglese, ma nel ticchettante orario che scandisce le giornate della scuola a rientri pomeridiani – dove uno dei problemi maggiori non è costituito dal numero di insegnanti, ma dal loro avvicendarsi sulla classe secondo uno schema rigido, da scuola secondaria – si arriva a costruire ben poco. Il tempo da dedicare all’apprendimento dell’italiano o della matematica appare continuamente eroso. Si raggiungono risultati minimi a prezzo di sforzi veramente eccessivi quando l’insegnante non voglia ricorrere all’esclusione. E, come capita con frequenza sempre maggiore, progetti che fondano la loro ambizione sul possesso di strumenti sempre più potenti ed efficienti entrano in attrito con una gamma di difficoltà da cui i bambini oggi appaiono afflitti: insicurezza, nervosismo, fragilità, scarsa autonomia e solidarietà, paura dell’abbandono da parte dell’adulto, un’esistenza condotta in un tempo sempre incalzante, condizionata da una sorta di horror vacui da riempire con stimoli che vengono dall’esterno perché stare da soli non è considerato socialmente corretto. Questi piccoli mettono in difficoltà l’insegnante e l’insegnamento stesso, per lo meno secondo i criteri tradizionali. Che non sono quelli tetri dei reazionari d’antan, ma quelli per cui si impara facendo e riflettendo, parlando e ascoltando, scrivendo e leggendo, rileggendo e ripetendo, individuando degli obiettivi e concentrandosi per raggiungerli, indipendentemente dagli strumenti usati. Amici, feste, squadre sportive, immagini di ogni tipo ingombrano le menti e tagliano i tempi di attenzione, propongono obiettivi molto più concreti e specifici di quelli che l’insegnante è in grado di rappresentare. Possedere cose, assomigliare a, diventare come… i risultati scolastici sono spesso monetizzati, la scuola diventa uno spazio fuori tempo, una temporanea sospensione della vita e del mondo vero, fuori.
Proprio come quando andavo a scuola io…
Quando sono andata e svuotare la mia aula di quinta, nel settembre del 2007, raccogliendo i reperti impolverati che testimoniavano il lavoro compiuto nell’ultimo decennio passato in un plesso a quel momento innaturalmente vuoto e mettevo via montagne di foto – uscite, soggiorni, mostre di fine anno, documentazioni varie – cartelloni impolverati, strumenti costruiti, disegni, pitture, libri scritti, schede, regalini omaggio di bambini innamorati, pensavo che nessuno, tranne chi faccia lo stesso mestiere con la stessa passione e i bambini, che sentono intensamente ma incamerano globalmente e poi dimenticano, può immaginare quanto lavoro ci sia dietro lo scorrere di un anno scolastico e quanto lavoro passi nella gestione del tempo in classe, compresi i momenti più umili, come mensa, intervalli, pulizia personale (fatalmente mi venivano in mano pantofole spaiate e dimenticate, spazzolini usati, rotoli di carta e saponette portate dai genitori a tamponare il vuoto assoluto e cronico dei gabinetti).
Mi pareva di non lasciare eredità e anche questo è un problema della scuola. Tutto si perde, si riparte sempre da capo. Si insegue l’oggi, senza elaborare a sufficienza il passato e affrontare più forti il domani oltre la propria personale esperienza.
E pensavo anche che, in ogni caso, la maggiore ricchezza della scuola è costituita dalle persone che la vivono, piccoli e grandi. Una relazione a termine, ma una relazione viva, nel bene e nel male.
Cercando di chiudere alla meno peggio l’armadio rotto, ho evitato le sedie scheggiate per non strappare ancora una volta le calze e sono uscita.
Vorrei chiudere definitivamente i conti con la scuola, raccontare, far sapere a chi non ci è mai entrato.
Quando ne sento parlare, mi accorgo di farne ancora parte e il più delle volte è come se mi toccassero un nervo scoperto, come se gli altri, quelli che non l’hanno vissuta e patita dall’interno e si trovano a magari a dirigerla per mandato a termine, si muovessero il più delle volte in modo grossolano mettendo a dura prova un tessuto che rischia di sfilacciarsi definitivamente e di finire a brandelli, che già non si sa come faccia a tenere.
Alcuni sono vecchi problemi.
Il primo, quasi ovvio nella sua evidenza, è quello dei finanziamenti. Non parlo unicamente di finanziamenti su strutture e materiali, anche se la trascuratezza e l’abbandono rasentano spesso un limite inaccettabile, ma di quelli per mantenere viva la professionalità dei docenti, perché ogni insegnante si possa definire tale in base a specifiche competenze che la scuola gli permette di sviluppare.
Credo che la gran parte delle maestre si senta valorizzata solo all’interno della propria cattedra, nel rapporto diretto con alunni e genitori, ma scarsamente stimolata dalla considerazione sociale pari a quasi zero che oggi accomuna coloro che trattano con bambini, anziani, malati. Ognuno nel suo privato sente nel vivo questo problema e se certe figure escono dall’anonimato di categoria per entrare a far parte della nostra esistenza per tempi anche lunghi, rivestendo nel bene e nel male ruoli molto importanti, la categoria come tale rimane scarsamente stimata.
Tristemente, pare che il primo a pensarla così rispetto agli insegnanti sia lo stesso Ministero, con pochissimi atti promozionali, scarso coinvolgimento del personale sul dibattito didattico pedagogico, richieste di tipo burocratico che si perdono e cambiano con l’avvicendarsi dei funzionari al seguito dei vari ministri. Così, ad onta delle ore dedicate agli organi collegiali, spesso svuotate di efficacia operativa e sprecate nel più inutile dei modi, non si trasferiscono competenze, strategie, capacità; l’insegnante insicuro si aggrappa al “programma” che spesso coincide con la scelta degli autori dei libri di testo adottati, giustifica la propria sclerosi operativa dietro a una scelta tradizionale (?), spende il suo appeal seduttivo per entrare in relazione con la classe e giustificare la sua incapacità progettuale e gestionale con gli aspetti del proprio carattere. Non si investe, non si punta sulla professionalità.
Questa mancanza di fiato è particolarmente grave in un periodo di grande complessità, laddove gli insegnanti si trovano a dover soddisfare le richieste più frantumate e meno omogenee della storia scolastica nel nostro Paese.
La richiesta più precisa arriva dagli immigrati: inserimento nel gruppo dei pari, apprendimento dell’italiano e istruzione di base. Ma quale scuola per i cittadini italiani oggi? Istruzione? Educazione? Parcheggio/sorveglianza? Contenimento? Addestramento? Socializzazione? Nel continuo moltiplicarsi di agenzie “educative” – e lo sono, nei fatti – la scuola diventa per troppe famiglie un territorio dove razziare liberamente alla ricerca del soddisfacimento dei propri bisogni particolari. Il contratto educativo con i genitori diventa sempre più delicato e difficile da definire e questo, nella scuola primaria, è devastante. La scuola prepara il futuro, dovrebbe costituire l’espressione di un progetto del corpo sociale, mentre si ha l’impressione che l’unica dimensione possibile sia quella della sopravvivenza quotidiana,hic et nunc, andando avanti a tentoni senza prendersi cura del come e del dove.
Un’ultima cosa, la più delicata, forse. Ogni maestro elementare può testimoniare sulla sua pelle l’aumento dei disturbi infantili, soprattutto a livello comportamentale. Le difficoltà che riguardavano un’esigua minoranza alcuni decenni fa, ormai sono quasi norma e si traducono in difficoltà di apprendimento. I bambini entrano a scuola presentando da una parte una certa precocità di superficie, dall’altra un marcato infantilismo tipico delle età inferiori.
Mi riferisco alla manualità, all’autonomia, alla capacità di ascolto, di autocontrollo… ho già parlato dell’insicurezza, dell’instabilità, dei tempi di attenzione brevi, brevissimi quelli di vera concentrazione. Non insisto. Come impara un bambino oggi? Il problema si impone: è la scuola che deve cambiare o è giusto continuare a richiedere di perseguire comportamenti, atteggiamenti, abilità che in genere non trovano sostegno, per non dire approvazione, fuori dalla scuola? E se il modo di fare scuola si modifica concretamente per interrelarsi in modo funzionale ai piccoli cui si rivolge, quali restano le richieste irrinunciabili? Anzi, ne restano? Sono domande troppo impegnative per i singoli maestri. Anche perché ai maestri spesso viene il dubbio che oggi si stia sottoponendo l’infanzia a condizioni di grande affaticamento, senza tutelare a sufficienza quello che resta un periodo molto delicato che va garantito e protetto con attenzione da aggressioni violente fatte di comportamenti, immagini, stili di vita che affaticano per primi gli adulti, soli a loro volta nel compiere scelte che spesso non sono proprio tali.
In un quadro di assenze, in qual modo chiedere alla scuola di essere presente?
*Francesca Rol, oggi in pensione, ha iniziato a insegnare con l'avvio del tempo pieno, passando poi all'alfebetizzazione degli adulti.

