Quattro ragioni di una vittoria
Quattro ragioni di una vittoria
di Fabrizio Tonello*
1. La nuova coalizione democratica
Negli ultimi trent’anni, il Partito democratico è stato una coalizione di minoranze: afroamericani e, in misura minore, ispanici, a cui si aggiungevano una parte degli operai e degli altri lavoratori a basso reddito, la maggioranza delle donne, oltre a una robusta quota di classe medio-alta progressista. Questo mosaico aveva però una linea di frattura legata al reddito: mentre chi guadagnava più di 50.000 dollari l’anno, andava poco in chiesa e aveva un’istruzione universitaria tendeva a essere più progressista nelle questioni sociali, l’ala del partito composta da bianchi e da donne di classe medio-bassa tendeva a essere più conservatrice su questioni come l’aborto e più interessata alla difesa di quel minimo di welfare ancora disponibile, come Medicare, Medicaid e Social Security.
Una parte di questi operai, o ex operai, non era forse razzista nel senso di credere all’inferiorità genetica dei neri, ma sicuramente nutriva del risentimento per l’incapacità del Partito democratico di difendere le loro condizioni di vita e per i programmi a favore delle minoranze etniche, risentimento alimentato dalla propaganda repubblicana fin dal 1965. Questa costituency, nelle elezioni presidenziali, aveva votato spesso per i repubblicani e, nelle primarie di quest’anno, ha sostenuto Hillary Clinton. Ancora nel gennaio di quest’anno, il 53% degli elettori democratici che guadagnavano meno di 40.000 dollari l’anno preferivano la Clinton e solo il 27% Obama.
Questi cleavages socioculturali non erano stati immediatamente evidenti nelle elezioni precedenti perché i candidati del partito avevano cercato di pescare consensi in tutte queste categorie, con discorsi opportunamente vaghi e slogan ad effetto come quello di Bill Clinton nel 1992: Ending Welfare As We Know It.
Al contrario, nel 2008 i democratici più progressisti hanno immediatamente scelto Barack Obama, seguiti più lentamente dagli afroamericani (che inizialmente simpatizzavano per Clinton), mentre le donne, gli anziani e i lavoratori a basso reddito, per diffidenza verso il nuovo, fastidio verso un nero di successo (anche se Obama ha la madre bianca del Kansas) e ostilità verso l’ala più snob del partito hanno scelto Hillary Clinton. Quindi le primarie sono diventate una prova di forza fra due blocchi sociali, oltre che uno scontro di personalità, e questo duello è stato vinto, sia pure di misura, dai giovani, dai progressisti, dagli afroamericani.
L’elemento più interessante dei risultati del 4 novembre è che Barack Obama ha convinto non solo i giovani e le minoranze etniche, ma anche una sostanziale maggioranza di donne (56% contro il 44% a McCain) e di cattolici (53%) e ha sfiorato il pareggio tra i bianchi a basso reddito che in precedenza avevano votato repubblicano (47% contro il 51% a McCain).
La nuova coalizione democratica dipende fortemente dai giovani, dal momento che il 66% dei votanti fra i 18 e i 29 anni si sono espressi per Barack Obama. Questo risultato chiude un lungo periodo in cui la partecipazione al voto dei giovani era stata molto bassa: appena il 37% nel 1996 e il 41% nel 2000; già nel 2004 c’era stato un aumento sostanziale (48%) e la Tufts University stima che quest’anno si sia toccato il 52% (si noti che anche in questo caso il distacco dalla partecipazione al voto globale dell’elettorato, circa il 62%, rimane molto consistente). Senza i giovani il candidato democratico avrebbe avuto grande difficoltà ad essere eletto. I margini di vittoria sarebbero semplicemente svaniti negli stati dove ha prevalso di stretta misura (Florida, Ohio, North Carolina, Indiana, Virginia). Questi cinque stati da soli gli avrebbero tolto 86 voti elettorali, riducendo la sua maggioranza da un ampio vantaggio (365 a 162) a un ben più modesto 279-259, o meglio 278-260 perché la seconda circoscrizione del Nebraska, dove pure Obama ha prevalso, conquistando uno dei cinque voti elettorali dello stato, gli sarebbe ugualmente sfuggita.
Un altro elemento che riguarda il contributo dei giovani alla vittoria del candidato democratico è il fatto che il risultato finale delle elezioni americane dipende fortemente da quanto i due partiti maggiori riescono a mobilitare gli elettori “pigri” e portarli a votare: l’iscrizione alle liste elettorali non è automatica e la percentuale di votanti sulla popolazione adulta ha superato il 60% solo nel 2004 e nel 2008. Questa mobilitazione, che avviene attraverso la propaganda porta a porta e attraverso telefonate agli elettori, ha coinvolto quest’anno milioni di volontari, in gran parte giovani. L’effetto di una superiore mobilitazione sul territorio è stato ampiamente analizzato dagli studiosi e sappiamo che, in tutti gli 11 stati “incerti” della vigilia dove ha poi vinto Obama, i contatti con i cittadini da parte della campagna di Obama sono stati più frequenti e intensi di quelli avuti dalla campagna di McCain.
2. La “narrazione” di Barack Obama
La campagna elettorale è stata dominata dalla “narrazione” di Obama sviluppata nei suoi libri The Audacity of Hope e Dreams from My Father (oggi primo e secondo nella classifica dei bestseller Amazon). Le sue origini, la famiglia, la scelta di dedicarsi al lavoro nei ghetti invece che alla professione di docente universitario o al mestiere di avvocato sono state modellate come una storia che sarebbe la quintessenza del “sogno americano”. Questa scelta è merito non solo delle caratteristiche intrinseche del personaggio e dell’acume del suo braccio destro David Axelrod, ma anche del fatto che, negli ultimi anni, vari studiosi progressisti avevano sottolineato il legame tra le sconfitte del partito democratico e l’incapacità di sviluppare una “linea narrativa” coerente con la cultura politica americana. Su questo punto erano intervenuti, per esempio, Robert Reich, un economista che fu segretario al Lavoro nella prima amministrazione Clinton, e il linguista George Lakoff.
Occorre partire dalla constatazione, convalidata da innumerevoli indagini empiriche, che tra i cittadini americani la conoscenza dei dettagli delle scelte di governo (e perfino dei nomi delle più alte cariche dello Stato) è minima. Per esempio, il 25% non ha mai sentito parlare di Nancy Pelosi, lo speaker della Camera, e il 32% ignora tutto su Harry Reid, il leader di maggioranza del Senato. Il capogruppo della minoranza repubblicana alla Camera, John Boehner è uno sconosciuto per il 54% degli americani. Questo costringe i partiti a collocare i problemi politici in discussione all’interno di grandi narrazioni preesistenti, che appartengono alla cultura politica del Paese o comunque sono presenti nella vita collettiva. Non esiste un problema politico che non diventi tale perché offerto all’opinione pubblica in una forma semplificata, cioè attraverso riferimenti già familiari ai cittadini. In questo sforzo di comunicazione politica negli ultimi 40 anni i repubblicani erano stati più abili dei democratici.
Secondo Robert Reich, le grandi narrazioni che hanno storicamente modellato la politica americana sono quattro: The Triumphant Individual e The Benevolent Community sul versante positivo (la speranza), The Rot at the Top e The Mob at the Gates sul fronte della paura. Le prime due narrazioni sono instancabilmente ripetute da qualsiasi prodotto culturale che non sia di nicchia: il singolo che nasce in condizioni di povertà e conquista la fama e la ricchezza, o il potere, è un genere letterario che risale all’autobiografia di Benjamin Franklin, ben prima che a quella di Obama.
La seconda linea narrativa, The Benevolent Community, presenta l’immagine di una comunità unita e solidale, fatta di vicini che aiutano nel momento del bisogno, di persone generose e semplici, di lealtà verso il Paese, la città, gli amici. Da Lyndon Johnson in poi, il partito democratico ha proposto agli elettori l’immagine di un’America generosa, una comunità che si prende cura dei vecchi, dei malati, delle minoranze fino a ieri escluse. Obama, usando questa narrazione, ha replicato il successo del 1992 di Bill Clinton, anch’egli un candidato proveniente dal cuore degli Stati Uniti (Hope, in Arkansas) e il suo primo commercial televisivo contro McCain, uscito nel giugno 2008, si intitolava The Country I Love e sembrava ispirato ai disegni di Norman Rockwell o ai film di Frank Capra, con l’obiettivo di commuovere milioni di americani.
Nell’analisi di Axelrod e Plouffe, i dirigenti della campagna di Obama, occorreva proporre agli americani una narrazione positiva, ottimista, che superasse le divisioni degli ultimi vent’anni e la polarizzazione del Paese. Questo era il messaggio che aveva già portato al successo molti candidati democratici alla Camera nel 2006 e su cui il primo candidato non bianco alla Presidenza ha giocato le proprie carte.
I repubblicani hanno riproposto la loro tradizionale polemica contro le “teste d’uovo” e gli “snob di sinistra” (che, nelle presidenziali del 2000, permise a George W. Bush di ottenere il 63% dei voti tra i maschi bianchi non laureati) ma la versione utilizzata contro Obama, l’accomunarlo alle celebrità di Hollywood o a ereditiere come Paris Hilton, non ha avuto successo. Obama si è dimostrato un personaggio coerente con linee narrative profondamente inserite nella tradizione politica americana e questo fattore, particolarmente evidente nei tre dibattiti fra i candidati, è stato determinante per il suo successo.
L’anno 2008 è stato quindi dominato da questa narrazione, assieme all’altra, The Rot at the Top, in cui l’avidità e l’incompetenza si identificavano con la gestione repubblicana dell’economia. A McCain rimaneva soltanto il tentativo di sfruttare The Mob at the Gate, una narrazione perfettamente adatta alla cultura della paura in cui gli Stati Uniti erano vissuti dopo l’11 settembre 2001, e già risvegliata da Hillary Clinton durante le primarie, con uno spot dal titolo It’s 3 AM and the telephone rings in the White House.
Tuttavia, l’effetto di questo tipo di propaganda è stato solidificare dietro a Obama l’ala giovanile e attiva del partito, in particolare i cyber attivisti, che hanno messo su YouTube una quantità di parodie dei video repubblicani, reagendo con umorismo ai messaggi dal tono angosciante e riempiendo le casse di Barack Obama, che ha raccolto via internet oltre 650 milioni di dollari in piccole donazioni. Il 2008 è stato l’anno in cui tre delle quattro narrazioni politicamente influenti favorivano i democratici, come ha mostrato l’enfasi di Obama sull’America che “ritorna ai suoi valori”, The Benevolent Community.
3. Il ruolo di Internet
Nella campagna del 2008 hanno svolto un ruolo essenziale due strumenti che non esistevano, o avevano avuto un ruolo ancora secondario, nel 2004 e nel 2000. Internet, intesa come rete di cyberattivisti capaci di intervenire rapidamente su temi politici e di raccogliere fondi, ha permesso all’ala più militante del partito democratico di incidere sul processo di selezione dei candidati. YouTube, una piattaforma nata nel 2005 per permettere a chiunque di mettere in rete i propri video, ha invece assunto un imprevisto ruolo politico “democratizzando” la produzione di contenuti pro o contro un candidato, attività in precedenza riservata ai manager delle campagne elettorali e ai gruppi noti come “527” teoricamente indipendenti ma di fatto controllati dai due partiti.
La rete di attivisti e bloggers ha avuto molto da fare nel 2007-2008, attraverso luoghi di informazione e discussione consolidati come l’organizzazione MoveOn, il quotidiano online Huffington Post e il blog con milioni di contatti DailyKos, per non citare che tre delle migliaia di “testate” presenti. La “blogosfera” ha sostenuto Obama nel corso del 2008 per la congiunzione di tre fattori: l’età e il carisma del candidato, la “narrazione” attorno a cui è stata costruita la sua campagna elettorale e, infine, un crescente ottimismo (e capacità di mobilitazione) da parte dei cyberattivisti, facilitato dalla decisione di Obama di coinvolgere il maggior numero possibile di volontari.
Mettendo a frutto la lezione della sfortunata campagna di Howard Dean nel 2004, i collaboratori di Obama hanno capito che non era sufficiente usare internet per raccogliere fondi, ma occorreva mobilitare tutti coloro con cui si veniva in contatto on line e trasformarli in volontari per le attività off line, cioè sul territorio. A tutti coloro che partecipavano a un meeting del candidato veniva quindi chiesto di lasciare un recapito e tutti venivano contattati, con l’invito a organizzare a loro volta delle attività sul luogo di lavoro o di residenza: “Se volete far partecipare la base dovete lasciare un margine di manovra perché la gente agisca come vuole” ha dichiarato David Axelrod.
Il sito web di Obama permetteva addirittura ai volontari di creare una microorganizzazione in casa per telefonare ad elettori incerti o assicurarsi che tutti i democratici andassero a votare. Si tratta di una rivoluzione rispetto alle campagne tradizionali, in cui i volontari potevano al massimo presentarsi in un ufficio predeterminato, dove un field coordinator diceva loro cosa fare.
Non solo: il sito di Obama ha ospitato gli interventi di molti attivisti su alcune sue prese di posizione, in particolare per quanto riguarda la sua criticatissima accettazione di una legge voluta dall’amministrazione Bush sulle intercettazioni telefoniche. Anche questo sarebbe stato impensabile da parte di qualunque altro candidato.
In questo modo, l’armata dei sostenitori si è ampliata a dismisura, facendo entrare in politica decine di migliaia di persone in Stati tradizionalmente fedeli ai repubblicani, risultati determinanti per le impreviste vittorie in North Carolina, Indiana, Virginia, Ohio. E’ stata questa rete di attivisti, insieme alle centinaia di milioni di dollari che il candidato ha raccolto (dandogli un enorme vantaggio finanziario su McCain, che aveva accettato il finanziamento pubblico e quindi poteva spendere soltanto 84 milioni di dollari) a scuotere i feudi repubblicani. Per la prima volta da decenni i democratici hanno potuto condurre una campagna per le presidenziali con un “tesoro di guerra” più consistente di quello degli avversari.
4. La comunicazione politica su You Tube
Nelle campagne elettorali americane l’influenza della televisione è stata decisiva almeno fin dal 1960. Non perché i network tradizionali, o le nuove reti via cavo, fossero partigiane, bensì perché, in un sistema di propaganda politica sostanzialmente non regolamentato, solo i candidati con molti soldi da spendere potevano investire nella pubblicità televisiva, pagata a prezzi di mercato. Non solo: tanto maggiori i finanziamenti a disposizione e tanto migliori gli spot che si potevano ottenere assumendo i talenti di Madison Avenue, anch’essi a prezzi di mercato.
La pubblicità negativa, cioè diretta contro il candidato avversario anziché a sostegno del proprio, potrebbe essere poco influente in un sistema elettorale di tipo europeo, caratterizzato dalla presenza di partiti strutturati e con una partecipazione al voto piuttosto alta. Al contrario, il sistema americano è maggioritario, per di più federale e di secondo grado, con una partecipazione al voto che oscilla attorno al 50% degli aventi diritto.
Questo ha una conseguenza paradossale: la sorte delle elezioni può essere decisa dagli elettori marginali, cioè quelli che normalmente si disinteressano del processo politico, spesso ignorano perfino l’abc della situazione e reagiscono quasi soltanto a stimoli emotivi dell’ultimo momento. In presenza di due blocchi di votanti “informati” all’incirca delle stesse dimensioni, l’ottenere il 51% invece del 49% è legato alla capacità di convincere l’elettore pigro, l’elettore che si fa convincere dall’aspetto fisico del candidato o presta orecchio alle voci che circolano sulla sua religione, la sua fedeltà alla moglie, la sua fermezza di carattere.
Questi elettori sono privi di punti di riferimento stabili nella sfera pubblica, dalla quale si sentono respinti, e in gran parte non votano. Se votano, sono facilmente manipolabili attraverso l’appello a emozioni basilari come la sicurezza (un tempo la criminalità, oggi il terrorismo) o l’identificazione con il candidato (“uno come noi” invece di uno “snob”). La fortuna politica dei repubblicani in elezioni che li vedevano sfavoriti, come quelle del 1988 o del 2000, è stata di trovare la chiave giusta per attaccare i candidati democratici attraverso devastanti spot televisivi (sulla criminalità contro Dukakis nel 1988, sulla “inaffidabilità” di Gore nel 2000). Non occorre nemmeno citare l’effetto del video di John Kerry che faceva il surf perché, nel 2004, il favorito era comunque il presidente uscente. Quest’anno, decine di spot repubblicani contro Obama hanno avuto solo effetti marginali.
La ragione va cercata non solo nella capacità della campagna di Obama di rispondere colpo su colpo, ma anche nella nascita di YouTube, che ha dato a milioni di persone, indipendenti dall’organizzazione democratica, la possibilità di esprimersi politicamente con i video. Non solo: questi video, una volta messi in rete, ci restavano gratuitamente per un tempo indefinito, al contrario di uno spot televisivo che va in onda in uno specifico orario, di un giorno determinato, su una stazione televisiva e solo su quella, naturalmente a pagamento.
Improvvisamente, il candidato con 100.000 sostenitori capaci di usare la rete, si è venuto a trovare fortemente in vantaggio rispetto al candidato con 100.000 dollari, ma zero sostenitori. E’ quanto è avvenuto con Barack Obama, che ha immediatamente messo in azione una platea di giovani attivisti, ciascuno con la sua videocamera, i suoi amici, la sua capacità di scrivere una sceneggiatura efficace. In un processo di selezione assolutamente darwiniana, i molti prodotti mediocri sparivano rapidamente nella lotta per la visibilità e i pochi prodotti di livello professionale aggregavano un numero di contatti sempre maggiore.
Questi prodotti motivavano altri attivisti, stimolavano nuove creazioni, facevano scendere in campo artisti di livello superiore. Il tutto senza che David Axelrod dovesse pagare un solo dollaro, o preoccuparsi se il video faticosamente messo a punto dai suoi collaboratori fosse veramente efficace: ciò che era efficace accumulava contatti su YouTube, il resto si perdeva nell’immensità della rete. Questi prodotti spontanei sono stati particolarmente importanti nel 2007 e poi durante le primarie, quando il favorito per la nomination non era Obama, bensì Hillary Clinton.
Prendiamo un video creato da Philip de Vellis, apparso su YouTube nel marzo 2007. Si trattava di un abile remake dello spot pubblicitario con cui la Apple, nel gennaio 1984, aveva lanciato il Macintosh. Lo spot originale, costato milioni di dollari, mostrava il “Grande Fratello”di George Orwell (non ancora diventato un format televisivo) parlare a una platea di schiavi da un immenso schermo. Il clou della scena era l’ingresso nel cinema di una ragazza in tenuta da atletica, inseguita dalla polizia. Prima di essere raggiunta, la ragazza riusciva a lanciare un martello da competizione (una palla metallica legata a una catena) contro lo schermo, che esplodeva. Big Brother era finito, iniziava l’era del computer individuale, libero come nessuno poteva essere nell’era di IBM e dei grandi mainframe.
Nel remake anti-Clinton, il Grande Fratello sullo schermo assumeva le sembianze di Hillary, e il sonoro riproduceva il testo della sua dichiarazione di candidatura. Crudele ma efficace (i collaboratori di Obama furono subito costretti a smentire di averlo ispirato, il che ovviamente ampliò ancora la platea degli spettatori, che nel giro di qualche mese superarono i 5 milioni).
Il secondo di questi prodotti spontanei è un video creato dallo studio di New York Barelypolitica.coml, che lasciava invece in ombra le questioni propriamente politiche e imitava i videoclip di MTV. “I Got A Crush on Obama”, immesso su YouTube nel giugno 2007, non aveva grandi meriti artistici, ma la musica era di livello discreto, la protagonista era graziosa e il montaggio sufficientemente professionale. L’unico messaggio era: “Io mi sono presa una cotta per Obama, perché voi non dovreste fare altrettanto?”.
Il formato e lo stile erano quelli a cui la generazione dei ventenni e trentenni è abituata, e perfino il carattere un po’ goliardico dello spot, con parecchie strizzatine d’occhio allo spettatore (“Non prendeteci troppo sul serio”) giovava allo scopo. Barack Obama, 46 anni, un serio professore di diritto che si candidava alla presidenza degli Stati Uniti, veniva trasformato in icona giovanile e sexy: questo non poteva che accentuare il contrasto con Clinton, Edwards, Biden, Richardson e gli altri candidati “vecchi”. Un anno dopo il debutto, il video era stato visto da 9 milioni di persone.
Infine, nel febbraio 2008, la mobilitazione dal basso degli internauti produceva un videoclip di livello ancora maggiore: “Yes We Can”, un montaggio di frasi di Obama con parole e musica create dal cantante hip hop William Adams jr. (will.i.am) e interpretate da artisti noti, tra cui l’attrice Scarlett Johansson. Il successo dell’iniziativa produceva, subito dopo la vittoria di McCain nelle primarie repubblicane, un remake intitolato “No, You Can’t” dove le dichiarazioni del senatore dell’Arizona sulla possibilità di restare in Iraq per 50 o 100 anni venivano messe alla berlina. “Yes We Can” è stato visto, in varie versioni, da oltre 10 milioni di persone.
Alla fine, il bilancio dei video raccolti sul canale di You Tube BarackObamadotcom ha raggiunto quota 1.822, mentre John McCain si è fermato a quota 330. Questo strumento di comunicazione è stato decisivo nel trasformare i rapporti di forza politici all’interno della fascia dell’elettorato tra i 18 e i 29 anni, quella che ha maggiore facilità nell’usare internet.
5. Il candidato McCain
Per la prima volta dal 1976, il 2008 ha visto un’elezione in cui il candidato repubblicano era poco amato nel partito e ha avuto difficoltà a fare il pieno del suo elettorato tradizionale (poi superate con la scelta di Sarah Palin come candidato alla vicepresidenza). Anche George Bush nel 1992 e Bob Dole nel 1996 non entusiasmavano i militanti, ma erano uomini dell’apparato, che avevano dedicato la loro intera vita politica al partito (Dole da senatore, Bush per 8 anni da vicepresidente di Reagan e 4 da Presidente) e comunque vennero sconfitti.
John McCain, indubbiamente un personaggio politico anomalo, un senatore molto spesso su posizioni diverse da quelle della Casa Bianca, ha dovuto progressivamente rientrare nei ranghi per non alienarsi la base, particolarmente diffidente dopo gli attacchi in primavera di opinion leader conservatori come Ann Coulter, James Dobson e Rush Limbaugh. McCain ha dovuto perfino riavvicinarsi alla destra religiosa, di cui aveva denunciato i leader 8 anni fa, come “agenti dell’intolleranza”.
McCain è sempre stato un repubblicano centrista, poco a suo agio in un partito polarizzato a destra come quello degli ultimi anni. Le sue divergenze storiche con l’amministrazione Bush sono state rilevanti in tre aree di policy: le tasse, l’ambiente, il potere del denaro sulla politica. In particolare, i fanatici dei tagli fiscali non gli hanno mai perdonato il suo voto contrario alle riduzioni volute dalla Casa Bianca nel 2001 e disciplinatamente votate da quasi tutti i membri repubblicani del Congresso. Così pure sull’ambiente, la lobby petrolifera che ha dettato la politica energetica dell’amministrazione Bush, costringendola a negare la stessa esistenza del riscaldamento globale, non ha mai tollerato le posizioni vagamente ambientaliste di McCain. Infine, i tentativi di arginare i costi della politica con la legge McCain-Feingold sono stati visti come una pugnalata alla schiena dalla macchina del potere repubblicana.
Il tentativo di rimettere insieme la coalizione che diede 62 milioni di voti a George Bush nel 2004 non era quindi facile ma è stato reso ancora più difficile da una strategia ondivaga di McCain, che ha dovuto far proprie le posizioni delle grandi lobby tradizionalmente repubblicane, come la National Rifle Association e il Club for Growth, promettendo di rendere permanenti i tagli fiscali di Bush. D’altro canto, McCain ha tentato di differenziarsi da Bush e ha corteggiato gli elettori indipendenti con i suoi spot televisivi sull’ambiente e la promessa di intervenire sulla crisi dei mutui.
Il cambio di personale al vertice della sua organizzazione elettorale, all’inizio di luglio 2008, ha di fatto rimesso le sorti della campagna nelle mani di Karl Rove, il “cervello di Bush”. Questo ha portato a una strategia di mobilitazione della base, caratterizzata dalla scelta di un candidato gradito alla destra del partito come Sarah Palin, da attacchi virulenti contro l’avversario (Obama descritto come “amico di terroristi” negli spot elettorali) e da qualsiasi altro strumento fosse utile per fare il pieno di voti repubblicani, in particolare la diffusione sotto banco della calunnia che Obama fosse di religione islamica, o addirittura “arabo”.
Tuttavia quest’anno i repubblicani erano pochi (29% nell’autoidentificazione degli elettori) e i democratici molti di più (36%). Gli indipendenti, dal canto loro, erano sensibili alla crisi economica e ai suoi effetti che si fanno sentire per milioni di americani, in particolare per quanto riguarda il crollo della borsa dopo il 15 settembre. Per quanto McCain potesse presentarsi come un candidato diverso dai repubblicani tradizionali, la crisi economica è stato un forte incitamento a cambiare strada e, quindi, a votare democratico.
Per saperne di più
Sondaggi pre-elezioni:
http://www.rasmussenreports.com/
http://www.fivethirtyeight.com/
La campagna elettorale in televisione e su You Tube:
Risultati:
http://elections.nytimes.com/2008/index.html
Composizione dell’elettorato:
http://www.gallup.com/poll/111781/Blacks-Postgrads-Young-Adults-Help-Obama-Prevail.aspx
Le “narrazioni” nella politica americana:
Lakoff, G. (1996), Moral Politics, Chicago-London, University of Chicago Press
Lakoff, G. (2004), Don’t think of an elephant!, Vermont, Chelsea Green Publishing
Nunberg, G. (2006), Talking Right, New York, Public Affairs
Reich, R. (2005), The Lost Art of Democratic Narrative: Story Time, in “The New Republic”, 28 marzo
Tonello, F. (2007), Il nazionalismo americano, Torino, Liviana
“Elettori informati?”:
Delli Carpini, M. e S. Keeter, (1996), What Americans Know About Politics and Why It Matters, New Haven, Yale University Press
* Fabrizio Tonello insegna Scienza dell’Opinione Pubblica all’Università di Padova.

